Paternità negata: denatalità e mine antiuomo.

Paternità negata : denatalità e mine antiuomo.

Sono diversi anni che si fa un gran parlare della denatalità italiana dovuta ad alcuni fattori quali i costi della nascita e della crescita di un bambino, dei pochi e pessimi servizi a sostegno dell’infanzia,della mancanza di ammortizzatori economici da parte dello Stato, e di come altri come la Francia abbiano da tempo programmato e messo in atto politiche sociali a sostegno delle famiglie, specie se numerose.

Da lustri si mette in evidenza tutto quello che in qualche modo riguarda la vita economica della famiglia, stretta tra crisi sociale d’identità e crisi economica di sopravvivenza, affermando però che tutto quello che riguarda la natalità o la sua denatalità riguardi unicamente la donna madre, il suo insindacabile volere di mettere al mondo un figlio o peggio decidere se farlo nascere oppure no, ai suoi problemi legati con il mondo del lavoro,  escludendo dalle sue decisioni l’uomo/padre ed il suo ruolo fondamentale, dal concepimento alla fase successiva di crescita e di guida sociale, sostenendo che al massimo si assolva alla sua funzione di maschio inseminatore e  successivamente a quello di ufficiale pagatore per i soli bisogni materiali del bambino. A tutto il resto ci penserà la donna/ madre.

Non che le difficoltà economiche non ci siano e non sia vero quello precedentemente accennato, ma da più parti si vorrebbe sostenere che la denatalità è una questione esclusivamente femminile, legata ai suoi problemi di genere e non in generale dalla crisi dei rapporti uomo donna, alla guerra dei sessi scatenata in quest’ultimi anni con una ferocia esplosiva degna di una kamikaze talebana, ed alla crisi della famiglia attaccata da tutte le parti, sebbene ipocritamente sia difesa da alcuni che ne fanno bandiera solo in campagna elettorale.

Dall’osservatorio particolareggiato che ho nella Gesef, e dal confronto che ogni giorno ho con  tanti papà separati, (la mia stessa esperienza ne è una conferma), emerge un dato sconcertante e negativo nei suoi risvolti sociali e familiari.

In realtà sono gli uomini a sottrarsi  alla paternità, e la cosa riguarda tutte le categorie e tutte le generazioni di potenziali aspiranti padri.

Quelli separati, ancora giovani ed in età fertile che rinunciano in partenza perché traumatizzati dalla precedente esperienza che li ha visti annientati e massacrati come padri sotto ogni punto di vista  - morale, materiale, giuridico –, quelli non ancora separati che hanno capito come sono messe le cose nella società attuale e chi realmente comanda, e quelli giovani che dall’esperienza dei loro padri o dei loro amici cominciano una strisciante ribellione a tutto questo con crescente insofferenza verso il ruolo paterno.

La paternità è oggi negata, la paternità è oggi massacrata , la paternità è oggi …..fatta a pezzi.

Uccisa e fatta a pezzi da centinaia di mine antipadre che ogni giorno i giudici disseminano in tutto il territorio nazionale , innescate dalle loro sentenze di separazione, limitando nel migliore dei casi le frequentazioni paterne  e peggio impedendole totalmente ai primi accenni di conflittualità, sapientemente ed ad arte innescati anche da soggetti esterni la coppia.

Mine antiuomo, mine antipadre.

A migliaia,  disseminate ad ogni angolo e pronte ad esplodere appena ci metti il piede sopra. Qualcuno riesce miracolosamente ad evitarle, sebbene non sappiamo a quale prezzo morale e materiale ( e mi viene in mente la vicenda di Pappalardo in Puglia), mentre altri non ce la fanno, ed il pensiero più recente va a Maurizio Colaci di Galatina (tanto per restare in Puglia), stroncato da un’ infarto proprio ieri mattina, dopo un calvario fatto di separazione dal figlio, denunce strumentali, ufficiali giudiziari e chi più ne ha più ne metta.

Su centinaia di migliaia di bambini orfani di padre vivo, abbiamo sempre più spesso orfani di padri   ammazzati, che a volte esplodono facendo un gran rumore mediatico, ma il più delle volte implodono in silenzio ed in punta di piedi, nella più totale e drammatica solitudine.

A tutti loro va il mio pensiero ed il mio rinnovato impegno a non cedere, a non rinunciare, sebbene diventa ogni giorno più dura e sempre più una battaglia impari da combattere.

Alla denatalità italiana ormai ci pensano gli stranieri, mentre per le mine antipadre ci vorrebbe una gigantesca presa di coscienza politica e sociale ed un cambiamento culturale totale e  radicale, per un  riequilibrio dei ruoli genitoriali nella famiglia come nella società.

La nostra società,  senza i padri e con il continuo massacro di quelli rimasti, si sta sempre più trasformando in una società talebana, oscurantista e senza quei valori che per millenni hanno fatto il bene e la crescita dell’umanità.

Ma a chi spetterebbe fermare quest’eccidio, a chi è anche pagato per vigilare, legiferare, amministrare la giustizia, questo compito proprio non lo vogliono svolgere, anzi sembra tutto combinato per andare nella direzione opposta.

Ed allora non ci resta che attendere la fine, sebbene prematuramente ed inaspettatamente già arrivi per qualcuno di noi.

Perchè è nata la Campagna del Fiocco Blu

Perchè è nata la Campagna del Fiocco Blu

L’iniziativa nasce dalla profonda ribellione  suscitata nel pubblico dalle trovate dei gruppi femministi – istituzionali e non -  in occasione del 25 novembre, Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne istituita dall’ONU qualche anno fa  che si è prolungata per circa due  settimane

Siamo veterani di estenuanti convegni, riunioni e dibattiti dove, insieme al consueto rosario di litanie circa la secolare oppressione della genialità femminile, vengono snocciolate  statistiche prive di qualunque scientificità riguardanti violenze ed abusi su donne e bambini. Ovviamene all’interno della famiglia ed esclusivamente ad opera di elementi maschili.

Fin qui tutto di prammatica.

La  liquidazione, negli anni, di un valido e riconosciuto contraddittorio e – peggio – il varo di normative che avallavano quelle tesi, hanno incoraggiato la truppa femminista ad alzare il tiro.

Tra  Firenze e Roma l’alleanza di due centri antiviolenza privati – Artemisia e Differenza Donna finanziati con fondi pubblici dai rispettivi enti locali e supportati dalle  Commissioni  Pari Opportunità di diverse città italiane – hanno dato vita alla Campagna del Fiocco Bianco.

Ovvero una forma più sottile di criminalizzazione maschile all’insegna dell’assunto:”so che tu non sei violento, ma se non ti schieri pubblicamente al nostro fianco urlando  contro gli uomini violenti, sei comunque colpevole perché loro complice!”

Ed il fiocco bianco indossato dagli uomini doveva rappresentare un segnale di schieramento al diktat, e di conseguente riscatto dalla colpevole complicità.

Nel dubbio che l’afflusso maschile all’iniziativa potesse scarseggiare – e difatti cosi è stato – le organizzatrici hanno pensato bene di convogliare qualche decina di ragazzi di una scuola superore romana, con la scusa di un “Seminario”. Traduzione: una vera e propria opera di indottrinamento  in stile terroristico.

Eravamo lì, il 7 dicembre , nella Casa Internazionale delle Donne di Roma, cinque persone della Gesef  (tre donne – una sociologa, una psicologa,  una insegnante – e due papà separati), per tutta la mattinata:  non ci è sfuggito nulla.

Ci eravamo presentati  per  avviare un confronto sul tema delle violenze domestiche  portando ovviamente il nostro punto di vista,  e indossando un fiocco blu segno di una ben diversa distinzione. Contavamo sull’intelligenza, ma anche sulla forza culturale, di chi pretende di rappresentare l’universo femminile, che pertanto non avrebbe indietreggiato davanti ad una sfida così flebile.

Ma non appena una giornalista dell’ANSA ha riconosciuto il presidente della Gesef, e si è avvicinata per raccogliere un suo parere, le organizzatrici l’hanno aggredita verbalmente ingiungendo a noi di andarcene poiché non gradivano in casa loro la presenza dei padri separati, i più violenti tra tutti gli uomini violenti oltretutto infiltrati.

La giornalista ha risposto per le rime trattandole malissimo. Vincenzo Spavone ha sottolineato, tra le altre cose,  che alcune delle  più importanti conquiste femminili – la legge sul divorzio e quella sull’interruzione di gravidanza – sono state proposte, discusse, sostenute e varate perlopiù da uomini, quando il parlamento era quasi totalmente al maschile e l’opinione delle donne comuni mortali – ovvero non femministe  – all’epoca era piuttosto ostile a tali rivoluzionari cambiamenti.

Abbiamo poi obiettato che la Casa Internazionale delle Donne è ospitata gratuitamente presso una  struttura – uno splendido monastero cinquecentesco – di proprietà pubblica e dove il Comune di Roma  ha provveduto al restauro ed alla manutenzione con i soldi di tutti i contribuenti.

Il livore ha toccato il diapason.

Nel frattempo in una piazza di Roma, largo Argentina, le seguaci del locale centro antiviolenza avevano già espresso tutta la loro creatività inalberando slogan copiati da ben altre fonti:

LA FAMIGLIA NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE !

LA FAMIGLIA UCCIDE !

Nel Comune e Provincia di Brescia invece era già in atto la più rozza campagna anti padre che la storia ricordi. I locali soviet femministi – Comitati alle Pari Opportunità – d’intesa con le rappresentanze sindacali locali presumibilmente femminili, hanno tappezzato le strade di manifesti che riproducono gli stereotipi più logori della misandria post sessantottina: il padre che picchia e trasmette ai figli maschi la violenza di genere. Due manifesti (una donna con un ochhio nero ed un ragazzino che picchia una bambina)  con la scritta ben in evidenza:

Gli occhi neri sono di suo padre                           Lo fa anche papà.

Non una condanna della violenza domestica nella sua complessità, che assume diverse sfaccettature  ed è catalogabile con diversi criteri; ma l’affermazione categorica che essa è appannaggio di un solo genere ed agita esclusivamente in famiglia. Un messaggio schoccante per la sua brutalità e profondamente diseducativo per le giovani generazioni. Prodotto con la complicità istituzionale e divulgato con i soldi dei contribuenti .

La  reazione dell’opinione pubblica, prima sussurrata poi sempre più rumorosa, è infine esplosa.

I firmatari del Documento per il padre (tra cui la Gesef), promosso dallo psicoanalista e scrittore Claudio Risé, hanno redatto una denuncia

Ed i media, che fino a quel momento sono apparsi piuttosto tiepidi quando non addirittura latitanti sull’intera ricorrenza della giornata contro la violenza sulle donne, si sono improvvisamente mobilitati.

I giornali hanno rimbalzato le denunce  con toni molti critici nei confronti della campagna anti-padre.

Ugualmente critico il servizio del TG2 13,00 del 11 dicembre (disponibile sul sito http://www.youtube.com/watch?v=wohEABug_1I ), dove l’intervistata Piera Maculotti della locale  Commissione Pari Opportunità difendeva l’efficacia comunicativa dei manifesti, ed auspicava anzi una salutare autocritica anche da parte dei padri “buoni”.

L’avvocato di Bologna  Massimiliano Fiorin, da sempre sensibile a queste tematiche, ha inviato una lettera durissima a tutte le sedi istituzionali coinvolte nell’iniziativa.

Rino della Vecchia di Belluno, Fondatore e animatore del Movimento Maschile Uomini3000 (www.uomini3000.it)  Sociologo e Saggista, ha espresso in uno scritto alla Sig.ra Maculotti come tale campagna di criminalizzazione avrà solo l’effetto di risvegliare negli uomini un moto di ribellione per riaffermare la loro dignità vilipesa.

Le sedi sindacali locali sono state tempestate di telefonate da parte di iscritti (uomini e donne) indignati, ed immediatamente hanno iniziato la retromarcia e  la  presa di distanze.

Il vaso era veramente colmo ed è traboccato. L’esito di una sollevazione così massicciamente disgustata non si è fatto attendere. Non solo è stata bloccata l’ulteriore diffusione della campagna anti-padre, ma i manifesti già in circolazione verranno rimossi, come riporta anche Il Giornale del 14 dicembre.

Non condividiamo però l’esordio del quotidiano.

Non è una vittoria dei papà, quelli buoni, quanto piuttosto la sconfitta  di un drappello di orfane del ’68, che  pur non avendo mai conosciuto il maschilismo sono rimaste prigioniere del più becero femminismo.

La campagna del Fiocco Blu nasce per dare uno STOP definitivo alla loro crociata, ormai fuori dalla storia e dalla realtà.

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Violenze in Famiglia: quando la vittima è l’Uomo Padre.

Violenze in Famiglia:

Quando la vittima è l’uomo-padre

SCOPO CONOSCITIVO  DELL’INDAGINE

La violenza familiare rappresenta un fenomeno ampio e complesso, difficile da analizzare. La sua conoscenza, tuttavia, è essenziale per lo sviluppo a livello istituzionale, delle politiche e dei servizi necessari per affrontarli.

La GESEF, nell’ambito della sua conoscenza, esperienza e potenzialità operative,  ha realizzato l’indagine nel 2007, ma a tutt’ogi i dati sono sostanzialmente stabili su questo tema che si pone come obiettivo prioritario la conoscenza del fenomeno della violenza familiare subita dagli uomini-padri ad opera delle loro partners, in tutte le sue diverse forme, in termini di prevalenza ed incidenza, di caratteristiche di coloro che ne sono coinvolti e delle conseguenze per la vittima.

Questa prima parte dell’indagine si propone di rilevare e descrivere:

  • • l’estensione e le caratteristiche del fenomeno della violenza intrafamiliare di cui sono vittime gli uomini-padri;
  • • la dinamica e le peculiarità dei diversi episodi di violenza all’interno della coppia separanda/separata;
  • • il periodo in cui si è verificata la violenza, ovvero in costanza di matrimonio o convivenza, e successivamente    alla separazione/divorzio;
  • • le caratteristiche delle vittime, la loro reazione all’episodio di violenza e le conseguenze fisiche, psicologiche ed economiche delle violenze che hanno subito;
  • • i contesti in cui queste violenze si verificano;
  • • l’incidenza del sommerso, ovvero i motivi per cui esse vengono denunciate o meno;
  • • i possibili fattori di rischio e quelli protettivi a livello individuale e sociale;
  • • i costi sociali della violenza, riconducibili direttamente e indirettamente alla vittima e  alla società, misurati attraverso alcune ricadute negative come l’impossibilità della vittima di condurre le normali attività quotidiane,  l’utilizzo dei servizi sociali e sanitari, o i costi sostenuti per far fronte ai danni conseguenti.

TECNICA  DI  INDAGINE

L’indagine è stata condotta elaborando le dichiarazioni degli uomini-padri separandi/separati che si sono rivolti allo sportello di ascolto della GESEF, in concomitanza con quanto rilevato dalla documentazione giudiziaria ed amministrativa – laddove disponibile – presentata dai medesimi.

L’indagine è stata svolta su  26.800 uomini-padri, nel periodo dicembre 1998 dicembre 2006.

La fascia di età del campione in esame è compresa tra 24-59 anni. Il maggior numero di episodi di violenza di più grave intensità subito singolarmente dall’uomo-padre si rileva nella fascia di età 35-47.

Gli operatori – volontari dell’associazione – addetti all’ascolto sono stati 12.

La tematica particolarmente delicata ha richiesto di porre specifica attenzione a tutti gli elementi delle dichiarazioni, ampliando quanto più possibile la comprensione attraverso l’intervista libera.

Tale modalità di intervista ha richiesto una fase di progettazione per definire e meglio comprendere i contenuti oggetto di analisi: ovvero l’emersione delle diverse tipologie di violenza – fisica, psicologica, sessuale, economica – oltreché i fattori di rischio, le conseguenze, il contesto socio-culturale  e gli stereotipi della violenza. Ed ovviare ad una possibile sottostima del fenomeno, che può essere determinata dalla difficoltà delle vittime a riconoscersi come tali  o dal disagio a proporsi come tali,  e dal non aver pertanto maturato una consapevolezza riguardo alle violenze subite.

Le interviste sono state svolte con il supporto psicologico e legale di professionisti in materia.

Gli episodi di violenza rilevati dalle dichiarazioni degli intervistati sono stati suddivisi in tipologie così come percepite dai medesimi, e classificati in base agli indicatori elencati nelle tabelle.

Le categorie Convivenza e Post Separazione evidenziate  nelle tabelle indicano la fase di vita in cui il soggetto ha subito episodi di violenza: rispettivamente in costanza di matrimonio/convivenza anche durante la crisi di coppia, e dopo l’avvio del procedimento legale di separazione/affido dei figli minori. 

La categoria Abitazione è riferita all’abitazione coniugale o di convivenza, mentre Altrove indica qualunque altro luogo anche aperto (strada, giardino, parco, spiaggia), inclusa la nuova abitazione del soggetto dopo la separazione.

Alcune tabelle non riportano il totale percentuale poiché i dati non sono aggregabili: i singoli soggetti sono stati vittime di molteplici episodi di violenza in molteplici circostanze, in contesti diversi, alla presenza dei figli oppure alla presenza dei figli e terze persone contemporaneamente.

  1. La Violenza Fisica

Gli episodi di lieve e media gravità non vengono percepiti dai soggetti come reato: pertanto non vengono mai denunciati, e solo raramente rivelati nelle relazioni amicali o con altri familiari. Prevale un sentimento di vergogna ed umiliazione, nonché il dubbio di non essere creduti.

Solo il 5% degli episodi di maggiore gravità  - percepiti dal soggetto come pericolo per la propria vita e/o per i figli – viene denunciato alla autorità pubblica, in particolare nella fase di crisi della coppia o dopo la separazione. Tali denunce vengono spesso ritirate per arginare la conflittualità della controparte, oppure finiscono nel calderone del giudizio separativo.

In soli due casi si registra l’applicazione – da parte della magistratura – della vigente normativa che prevede l’allontanamento del familiare violento dall’abitazione, a carico della donna-madre. E solo tre casi contemplano la condanna penale – peraltro molto blanda – per l’autrice della violenza.

La maggior parte dei soggetti si limita a difendersi fisicamente. Chi ha reagito in maniera incontrollata è stato successivamente incriminato per violenze, passando così dallo status di vittima a quello di carnefice.

La consapevolezza dei vigenti stereotipi di genere -  in base ai quali la violenza coniugale si declina solo al maschile – è molto forte, ed ha acuito la sensibilità nell’intercettare la strategia provocatoria della partner che sfrutta al meglio tali stereotipi, soprattutto nella fase di crisi pre-separazione. Ma al tempo stesso ha esasperato la percezione di trovarsi in una trappola, dove qualunque azione diventa un boomerang.

Il 30% dei soggetti ha lasciato l’abitazione, soprattutto nei casi di violenza assistita da parte dei figli. Il che – pur costituendo una forma di difesa e tutela sia per il soggetto vittima che per i figli – si è poi trasformato in elemento accusatorio nel corso del giudizio separativo.

  1. La Violenza psicologica

In regime di convivenza la maggior parte dei soggetti percepisce tale violenza come lesiva della dignità personale e del ruolo familiare.

Dopo la separazione, la violenza subita è identificata principalmente come stato di perenne tensione vendicativa/distruttiva, ovvero strumento teso a corrodere la propria relazione con i figli essendo il soggetto deprivato di controllo e gestione autonoma della relazione medesima. I figli sono quasi sempre affidati a, o collocati presso, la madre.

Il Mobbing giudiziario è una strategia di bombardamento per procura – legittimato poiché non riconosciuto come tale – che utilizza impunemente l’apparato giudiziario-amministrativo. I soggetti vittimizzati in tal modo sviluppano stati di profonda angoscia, arrivando a non aprire più la cassetta per la posta o a non rispondere al campanello nel timore di vedersi recapitare ulteriori ingiunzioni.

  1. La violenza economica

In costanza di convivenza, oltre un terzo dei casi registra una resistenza da parte della partenr  lavoratrice retribuita alla condivisione equa delle spese inerenti l’abitazione ed il mantenimento dei figli, che incidono perlopiù sul reddito del soggetto vittima.

Dopo la separazione, la percezione di questa tipologia di violenza aumenta fino al 79% dei casi

Massima la percentuale di uomini-padri che percepisce come violenza maggiormente lesiva il ricatto posto in essere dalla partner circa lo scambio figli/soldi. Ovvero – sia in fase  di separazione, quindi la coppia ancora convivente, e/o successivamente – la concessione al proseguo della relazione padre/figli proporzionata all’entità del contributo economico e/o a benefici patrimoniali.

La consapevolezza che trattasi di un reato è molto forte, ma al contempo neutralizzata dal riscontro che tale aspetto è peculiare alla normale prassi di negoziazione nel contesto separativo, stante l’affidamento/collocamento dei minori alla madre dato per scontato dalla medesima e dagli operatori dell’apparato socio-legal-giudiziario.

L’assegnazione ed il godimento legale a titolo gratuito della casa coniugale alla partner, affidataria/collocataria dei figli minori, viene percepita come una sottrazione da parte del 59% dei soggetti, sia uniproprietari che proprietari in comunione. I soggetti infatti, in capo a molti dei quali grava o ha gravato il pagamento del mutuo, devono farsi carico delle spese per altra sistemazione, e non possono accedere all’edilizia residenziale pubblica in quanto già proprietari.

Il dato non è compreso nella contabilizzazione delle violenze, in quanto trattasi di evento determinato dalla prassi giudiziaria, non ascrivibile ufficialmente alla categoria di violenza familiare. In questo, come in altri aspetti, la violenza sta nel sistema che regola gli eventi separativi, ottimamente sfruttato da chi ne beneficia.

Nel 65% dei casi in esame, il carico delle spese legali – anche conseguenti il mobbing giudiziario – ha totalmente prosciugato le risorse del soggetto vittima, costringendolo ad indebitarsi presso parenti e/o terzi.

Il tenore di vita, che automaticamente si deteriora dopo la separazione, si situa così ai livelli di mera sopravvivenza e talvolta neppure quella. Il 37% del campione registra uno scivolamento sotto il livello di povertà, considerati i parametri in uso presso le istituzioni pubbliche per la misurazione del welfare nazionale.

Nel caso di lavoratori autonomi si rileva altresì il mancato guadagno, conseguente il tempo sottratto all’attività ed impegnato alla difesa legale, alle conseguenze delle denunce strumentali e del mobbing giudiziario.

Trattasi pertanto di una consistente porzione di risorse che, anziché essere impiegate per il benessere dei soggetti coinvolti – sia la vittima sia la partner abusante –  e per il futuro dei loro figli, confluisce parassitariamente  nel sistema legale-burocratico.

I danni che ne derivano per la futura generazione e per l’intera società sono oggetto di studio in altra indagine.

4.  La Violenza sessuale

In questa tipologia vengono inclusi quei processi od episodi che, pur non attenendo a specifiche violazioni fisiche, producono effetti devastanti sulla personalità e nell’ambito psico-fisico dell’uomo vittima, equiparabili e talora superiori a quelli dello stupro subito dalla donna.

Il radicamento socio-culturale di stereotipi di genere, che stigmatizzano esclusivamente l’uomo come soggetto violento ed abusante e dall’altra parte come refrattario all’assunzione di responsabilità, non concede spazi di equa valutazione da parte degli operatori socio-giudiziari chiamati ad intervenire.

Non è culturalmente riconosciuta la vittimizzazione del soggetto maschile per tali tipologie di violenza, e pertanto non esiste alcun sistema di prevenzione, sanzione dell’abusante, tutela e sostegno della vittima, sia sul piano legislativo-giudiziario che sanitario-psicologico.

La denuncia strumentale di molestia o abuso sessuale sui figli  riguarda il 33% degli uomini-padri.

E’ percepita dagli stessi come l’atto di violenza più crudele, che stravolge in profondità l’equilibrio psico-affettivo del soggetto denunciato, la sua autostima e le relazioni con l’esterno.

Nella metà dei soggetti  ha determinato – anche dilazionata nel tempo – una inibizione temporanea o difficoltà di varia misura della regolare attività sessuale.

Oltre i due terzi dei soggetti bersaglio di tale violenza hanno espresso riluttanza – graduata fino al rifiuto – circa la probabilità di procreare altri figli con una nuova partner.

Nel 99,6% dei casi in esame la denuncia è stata archiviata dal magistrato poiché il fatto non sussiste, ed ascritta alla conflittualità di coppia; oppure il soggetto è stato assolto nel corso del giudizio  per non aver commesso il fatto. Nel rimanente 0,4% si è ancora in attesa di giudizio definitivo.

In tutte le circostanze l’iter processuale è devastante. Oltre a tempi lunghissimi, comporta l’intervento di operatori cui il soggetto già vittimizzato deve sottoporsi in un contesto di colpevolezza data per scontata, e quindi di umiliazione e perdita totale della propria dignità di uomo e di padre. La relazione con i figli, ovviamente sospesa, ne risulta poi  inquinata e deteriorata. Questa si evidenzia quale motivazione principale – sostenuta da sentimenti vendicativi – che spinge la parte denunciante a porre in essere tale azione.

Le conseguenze sui figli, analizzate in altra sede,  non sono parte di questa indagine.

In nessun caso la parte denunciante ha subito conseguenze di carattere penale. Solo in tre casi sono state applicate blande sanzioni pecuniarie a conclusione di interminabili procedimenti per calunnia che i soggetti danneggiati avevano avviato con difficoltà, stante gli atteggiamenti ostativi riscontrati in ambito giudiziario.

La disamina della documentazione giudiziaria ed amministrativa, combinata a verifiche di altra natura,  rileva che nel 75% dei casi  in esame di denuncia strumentale, la parte denunciante era già supportata od assistita legalmente da operatori direttamente od indirettamente collegati ai centri anti-violenza territoriali  e/o ad associazioni professionali di cui è noto l’orientamento ideologico. Identica situazione si rileva per le denunce strumentali di molestia o violenza sessuale sulla partner.

  1. Distribuzione geografica ed attività lavorativa del campione in esame

La ripartizione in tre aree del territorio nazionale corrisponde alla modalità standard, così come la ripartizione per attività lavorativa che a sua volta costituisce indice di livello socio-culturale

La quota più consistente di uomini-padri oggetto d’indagine risiede – o ha risieduto – nella Capitale e nella Regione Lazio, stante la sede dell’Associazione GESEF nella città di Roma che offre maggiore facilità di contatto. Per tale motivo i relativi dati sono disaggregati.

La quota minore riguarda il Sud-Isole. Il che riflette la perdurante differenza rispetto ad altre aree in ordine alle dinamiche relazionali interne ed esterne alla famiglia, all’incidenza delle separazioni/divorzi, alla cultura che permea  i ruoli e gli atteggiamenti. Una cultura che inibisce la esternalizzazione della violenza subita, di per sé ritenuta lesiva della dignità personale in misura pari, se non maggiore, della violenza medesima.

Non si rileva alcuna correlazione tra le differenze culturali e la tipologia degli episodi di violenza subiti.

Indipendentemente dalla provenienza geografica, dall’attività lavorativa svolta, dal contesto socio-culturale di vita, dal livello di istruzione, i soggetti dell’indagine sono coinvolti in maniera quasi uniforme nelle varie tipologie di violenza.

Gli scarti più evidenti si registrano nell’ambito della violenza economica, riferibili  a episodi ricattatori in situazioni reddituali  maggiormente appetibili.

Maggiori dettagli, indici e tabelle percentuali su www.gesef.org.

Vincenzo Spavone

In Principio era il Padre.

19 marzo – Festa del Papà . In principio era il Padre.
Ora non ci restano che i bigné di S. Giuseppe

All’inizio era il Padre. Poi è diventato il bignè di S. Giuseppe.
E’ il simbolo residuo della festa del papà, surreale come le altre feste di genere astratto (la mamma, la donna, gli innamorati) funzionale ai consumi che riducono la persona a target. Ma la festa del papà è doppiamente e tragicamente ridicola, perché ne celebra la riduzione a bancomat ed a fuco marginale. Da babbo a babbeo.

La famiglia decade, si decompone, si relativizza e il padre è l’anello più debole. Il percorso dell’autorità paterna trascorre da capo famiglia a titolo di coda. Azzerata sul piano dei diritti e delle prerogative, ma coda decisiva sul piano dei doveri, terminale di ogni operazione economica, patrimoniale, giuridica. Anche da separato. Niente diritti solo doveri verso tutti: lo Stato, il fisco, le istituzioni, la moglie anche ex, i figli anche ex.

Superata la patria potestà sono comunque sempre i padri a dover rispondere alla legge ed alle necessità materiali della famiglia. Anche ex. Solo doveri in cambio di ingratitudini, spesso unite al disprezzo ed all’irrisione. Padri inutili ma indispensabili.
La figura paterna ha un ruolo passivo, secondario, un incrocio di cavalier servente, badante e personale di supporto. Un evirato simbolico.

L’estinzione della famiglia era un progetto dichiarato di Marx ed Engels.
I riformisti-progressisti vogliono arrivare allo stesso risultato, ma gradualmente e senza che si sappia in giro: hanno optato per il sistema rateale, e la prima rata è la soppressione del padre. Fu così che Il ‘68 si è spostato dalla fabbrica – dove introdusse i diritti dei lavoratori – alla famiglia, con la scusa dei diritti civili.

I padri furono bersagli e vittime anche postume del ‘68: un’onda lunga e corrosiva che li ha travolti alle spalle. La subirono i predecessori ed i successori della vasectomia culturale, che a festa finita si ritrovarono a vivere di orfanità, e ne scontano ancora gli effetti.
I suoi somministratori sono tutt’oggi all’opera: nella cultura, nei media, nella scuola, nelle università, nel sindacato, nella magistratura e nella politica. Destra e Sinistra hanno arruolato cugine in menopausa intellettuale e cugini affetti da lungimirante maschiopentitismo.

La rivoluzione sessantottesca è fallita, così come la ramificazione femminista.
Ma la sua patologia permane nell’unica eredità vigente: la guerra tra i sessi e tra le generazioni.
Non ci furono eroi ed eroine, ma idealisti arroganti che imbalsamati nella loro autoreferenzialità hanno poi intrapreso la via del carrierismo. L’unica eroina reduce del ‘68 è una polverina bianca…..

Il parricidio simbolico fu l’attuazione di un progetto di riscatto da qualunque autorità e tradizione. L’esito fu che alla rovina del padre ha corrisposto quella del figlio: la demolizione del passato ha determinato il rifiuto del futuro e il dominio del presente. Il parricidio si fece infanticidio: chi elimina il padre non è in grado poi di assumere il ruolo paterno, sentendosi perennemente figlio unico.
Al più la rimozione del padre fu compensata dall’avvento del “Mammo-lismo” .

Il ‘68 fu il rifiuto del limite e della maturità. La sua variante femminista si presentò come la rivoluzione delle oppresse: Lotta di Classe Ormonale.
La liberazione dall’autorità paterna e maritale si è poi fatta proscioglimento dalle responsabilità ed acquisizione di molteplici diritti esclusivi: dal partner usa e getta all’assegno vitalizio di risarcimento, dall’appropriazione lecita dell’altrui proprietà alle quote rosa, dalla quarta siliconata alla fecondazione fai da te.
Ha abbattuto dei tabù edificandone altri: parole come fedeltà, rispetto, sacrificio, imputabilità sono impronunciabili se declinate al femminile. Il salvacondotto esistenziale di genere giustifica ogni reazione e contrordine, ogni trasgressione e violenza inflitta.
Ma una volta “liberate” le oppresse diventarono depresse. Se le generazione successive vivono un presente di piagnisteo, sempre pronte ad elemosinare tutele giuridiche allo Stato-patrigno, è perché le loro madri hanno sperperato tutte le risorse per una vera emancipazione. Hanno mistificato il passato ed inquinato il futuro: il loro codice lamentoso è diventato un supplemento ideologico al consumismo.

Tra le ciniche e le fanatiche, tra le schiave della Tutela e le servitrici della Causa, ci sono anche donne pensanti. Consapevoli che ciò che hanno combattuto era mediamente e civilmente migliore rispetto al decadente permissivismo venuto dopo. E che i valori tradizionali non erano alleati del potere consumistico – in tutti i suoi aspetti – ma gli ultimi argini contro la sua spudorata pervadenza, la distruttiva omologazione ed il controllo di massa che ne è a monte.

La scomparsa del padre non è avvenuta solo per parricidio o per fondamentalismo femminista. Ma anche per suicidio o eutanasia. L’odio di classe fu trasferito tout court nell’odio contro il genere maschile. Senza che questo protestasse, anzi ! Gli orfani dell’ odio di classe furono gli stessi uomini che digerirono la Grande Narrazione Femminista, per la quale indossarono volontariamente la camicia di forza della Colpa Ancestrale. Senza avvedersi che la supremazia consegnata nelle mani rosa grazie a legislazioni sottoscritte da mani azzurre non avrebbe estinto il loro “debito”. Protestati per l’Eternità.

I ragazzi del ‘68 che contestarono i loro padri rifiutarono poi la responsabilità di “diventare” padri a loro volta: vollero essere fratelli e complici dei propri figli, e magari pure figli delle loro mogli.
E così bambineggiando finirono per diventare dei Pater Pan, variante babbea di Peter Pan.
Da una generazione all’altra i papà si sono femminilizzati, gingillizzati e ridicolizzati: perciò oggi giustamente li si festeggia a S. Giuseppe identificandoli con il bigné.
Una pasta d’uomo, il papà, ma fritto. Morbido, ma poi resta sullo stomaco. Indigeribile.

Lo sfascio familiare ha prodotto quindi una nuova figura tragica di vagabondo: lo “sfamiglio”, che non è semplicemente un single di ritorno ma il superstite dell’esplosione divorzista della mina anti-uomo.
Un matrimonio su tre finisce in divorzio. Sono perlopiù le donne a chiederlo, moderne ed affrancate sfasciste. Che valutano i vantaggi, ovvero i lasciti giudiziari del femminismo e del comunismo coniugale.
Con la scusa di garantire all’ “emancipata” il prosieguo del medesimo tenore di vita, la giurisprudenza mazzola l’uomo-padre con furia integralista. Il diritto e l’utilizzo alla proprietà sono automaticamente annullati, ciò che si è costruito col proprio lavoro o ereditato degli avi viene rapinato, espropriato. Incluso il legame affettivo con i propri figli: Esproprio Proletario.

E’ l’unico ambito in cui chi rompe un patto non solo è esentato da colpe ed obbligo di risarcimento, ma legalmente compensato vita natural durante! Chiamala, se vuoi, emancipazione.

Spesso va anche peggio. La disinvolta equivalenza tra donna e vittima anche quando la prima compie misfatti, suggella il depistaggio ideologico. In base al quale l’importante è recriminare l’uomo-padre, colpevolizzarlo sempre e comunque, accusarlo di qualunque nefandezza per disintegrare la sua identità.
Cosicché non esistono più peccati maschili: qualunque manchevolezza, il più innocuo atteggiamento percepito come prevaricatore dalla sensibilità femminile, ogni indisciplina al ricatto erotico ed affettivo, vengono derubricati a reato.
In principio era il confessionale, ora c’è il Tribunale: l’uomo-padre deve rendere l’anima al giudice.

Provvede poi il tam-tam mediatico e l’indottrinamento precoce – fin dalle scuole elementari – a martellare sull’inferno di soprusi, violenze e pedofilia di cui l’uomo padre sarebbe autore in famiglia. Ormai anche i bambini si sentono etichettati come appartenenti al sesso dei “carnefici”.
Altro che peccati maschili.

Cosicché di giorno in giorno, di bocca in bocca, di salotto in salotto, vengono aggiunti nuovi zeri alle cifre già taroccate delle statistiche.
Statistica Creativa: da un sondaggio telefonico effettuato tramite call-center nel 2006 su 25.000 abbonate, le cui vaghe risposte a domande trabocchetto venivano poi “ricollocate” nelle diverse tipologie di violenza, si è calcolato che oltre sei milioni di donne subiscono stupri e gravi maltrattamenti in famiglia.
Cifra che raddoppia ad ogni ricorrenza opportuna, accompagnata dalla litania che le donne vittime non denunciano abbastanza. Nonostante i numeri verdi, la capillare rete dei centri anti-violenza, i comitati per le Pari Opportunità insidiati in ogni dove, le squadre di pubblica sicurezza addestrate all’uopo: il tutto finanziato con i soldi dei contribuenti. Masochiste o Traditrici della Causa?

Finanche la magistratura – specificatamente quella femminile – ha preso atto dell’imbroglio. All’inaugurazione di ogni anno giudiziario annuncia pubblicamente che almeno nell’80% dei casi l’uomo-padre accusato di violenze in famiglia è innocente. E’ lui la vittima – silenziosa e silenziata – di una spietata violenza divorzista e vendicativa, la cui strategia determina una rapida e definitiva espulsione dalla casa, dai figli e dalla propria dignità.

Negli ultimi quarant’anni l’unica vera Resistenza è stata appannaggio dei padri separati. Un’avanguardia combattiva, che con in tasca la sentenza di condanna del proprio ruolo è scesa in piazza per lustri a gridare una voce fuori dal coro.
Non si è arresa allo sterminio: si è invece documentata, ha messo insieme il puzzle del sistema divorzista analizzandone i più reconditi risvolti, si è accultura diventando la veritiera “esperta” sulla tematica. Ha dato vita ad associazioni attivissime e risolute, ed in nome del diritto dei figli a mantenere anche il legame paterno ha tentato di riscattare la propria identità. Il tutto a gratis, investendo anzi le briciole superstiti.
E’ grazie a loro se nei Tribunali è approdata la normativa dell’Affido Condiviso, si è imposto culturalmente il diritto dei bambini alla Bigenitorialità, si è svelato l’imbroglio delle denunce strumentali di abuso, si comincia a comprendere il movente parricida.
Andrebbero sostenuti, premiati con una medaglia. Al Valore Paterno
Ed invece da molte parti vengono ancora sminuiti e boicottati

Lo Stato-patrigno ha fallito.
E’ diversamente inabile ad arginare il bullismo imperante, la sottoeducazione civica, l’illegalità assurta a stile di vita delle giovani generazioni. Molli come i bigné, effeminate, pacifiste ma aggressive, sballate in canna. Prodotti di una società matrizzata e ginarchica dalla famiglia alla scuola, al mondo del lavoro. E desolante conseguenza dell’interruzione della catena generazionale della maschilità.

Occorre riconvertire il maschile alla retta via dell’auctoritas , e liberarlo dallo stato di permanente colpevolezza e disistima. E’ quarant’anni che sconta questa pena. Per evitare che si trasformi in ergastolo va ripreso il filo spezzato con i padri e con la loro storia.

Si diventa adulti misurandosi con l’autorità paterna. Oggi per ricominciare a crescere occorre abbattere l’autorità statal – patrigna, di cui nel ’68 di celebrò la fondazione: rimettere al mondo i padri veri è l’atto fondativo del suo rovesciamento.

19 marzo 2010 – Che i padri veri in retroguardia escano dalla clandestinità, cessino la quarantena, si regalino una sanatoria e tornino a fissare nella vita e nella realtà quotidiana le loro impronte educative e di genere. Parola d’ordine per riconoscersi……….
Questa sarebbe la vera festa. Altro che bigné di S. Giuseppe!

Vincenzo Spavone.

19 marzo festa del Papà: una giornata di festa, per molti ma non per tutti.

19 MARZO FESTA DEL PAPÀ .

UNA GIORNATA DI FESTA: PER MOLTI, MA NON PER TUTTI

Molte giornate tradizionalmente dedicate ad una qualche ricorrenza, come la festa della Mamma, la festa del Papà, la festa dei Nonni, S. Valentino etc., si trasformano in eventi poveri di contenuti e validi solo sotto il profilo commerciale.

In occasione del 19 marzo non ci interessa incrementare il fatturato di Ferrero e Perugina, preferiamo concentrare l’attenzione sulla rivalutazione del ruolo paterno.

La figura del Padre è fortemente aggredita, oggetto di una accanita destrutturazione dell’autorevolezza che ne ha minato la funzione di guida dei figli nel contatto fra la famiglia e la realtà esterna.

Una indispensabile rivalutazione del ruolo paterno è funzionale a ridefinirne l’importanza quale valore per la famiglia, e della famiglia quale valore per il tessuto sociale del Paese.

LA PATERNITÀ VISSUTA CON ORGOGLIO, OLTRE CHE CON AMORE, È IL TEMA CENTRALE DEL 19 MARZO 2010

Questo 19 marzo si chiude quindi all’insegna del father pride, una giornata di festa per testimoniare l’orgoglio di essere padri, di occuparsi dei figli, di dare e ricevere amore e rispetto.

Non per tutti, però, può essere una giornata di festa dagli stessi contenuti.

Non può mancare una riflessione sulle migliaia di padri ai quali viene ostacolato ogni contatto con i propri figli, ed ai figli ai quali viene negato il diritto ad avere accanto entrambi i genitori.

Parliamo delle separazioni, terreno fertile per la delegittimazione del padre.

Parliamo dei padri che vorrebbero continuare ad esserlo totalmente, ma hanno tempi limitati imposti da un giudice; dei padri che per volersi occupare dei figli vengono ridicolmente etichettati “mammi”; dei padri che possono portare al parco solo un passeggino vuoto; dei padri che da anni non sanno più dove siano i figli; dei padri che combattono battaglie senza speranza contro un sistema che tende a cancellarli; dei padri che sono morti per volersi occupare dei propri figli.

Un esercito di padri il 19 marzo non ha nulla da festeggiare.

Vincenzo  Spavone

La parola degli Uomini Padri.

Perchè un Blog ?

L’idea si fatta corpo con l’esigenza di separare nettamente la mia attività associativa nella Gesef ( più consona ad un genitore che non fa distinzioni tra padre e madre, puntando all’interesse prioritario del bambino ad non essere separato dai propri  genitori – leggasi Bigenitorialità – ) dall’attività di Uomo e Padre combattente riferita alla grande Questione Maschile, consapevole che la questione di genere è oggi mal posta, ideologicamente indirizzata, ed unicamente appannaggio alla causa strumentale delle pseudo femministe. Di destra e di sinistra.

Non a caso promuovo la Campagna del Fiocco Blu ( si visiti i link a destra della home) contro la conflittualità e strumentazione di genere, dichiarando apertamente nel suo Manifesto come tale guerra colpisca in primis le stesse donne che ne fanno uso, a solo vantaggio di quelle poche ( le pseudo) che fomentano la guerra di genere  ne ricevono evidenti vantaggi politici ed economici.

La Parola degli Uomini Padri, è semplicemente ma autorevolmente il titolo che ho scelto per parlare , esprimere giudizi , riflettere su svariati temi che riguarda il mondo maschile/paterno senza che nessuna donna mi debba mai sdoganare, o peggio ricevere l’ok od il consenso da parte di uomini  “pentiti”.

E’ ora che noi uomini/padri ci riprendiamo il nostro modo di essere, il nostro modo di fare, di ragionare,di pensare  senza permettere più a nessuno di farlo al posto nostro, come spesso fanno i politici a  certe trasmissioni televisive, sfacciatamente femministe ed anti uomo.

Sono orgogliosamente Uomo e Padre.  E mi sono ripreso il mio ruolo nella famiglia e nella società.

Non ho nessuna colpa ancestrale da farmi perdonare, da nessuno, tantomeno dal genere femminile. Al contempo amo le donne e ne rimango affascinato quando ne incontro una vera. Guardo al merito della singola, indipendente dalla scollatura o di quanto è corta la sua gonna.

Sento il dovere di ribellarmi a tutte le mistificazioni che fanno sul genere maschile, là dove lo si vuole come  unico colpevole dei disastri familiari e di tutte le nefandezze che  accadono nel mondo. Il Maschio come unico Demone da abbattere.

No! Decisamente non è questo che debbo insegnare ai miei figli, dicendogli che il male sta da una sola parte, e rendendomi complice dell’omerta generalizzata e del silenzio delle vittime innocenti di tutte le malefatte femminili.

Il compito storico di un Uomo vero, tantopiù Padre, è ricercare sempre la verità e l’equilibrio in ogni tesi che sostiene, per essere sempre campione di coerenza e di modello per il proprio figlio.

Sarà  questo il Faro che illuminerà  sempre il mio Blog .

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