Il nostro sito è popolato, in termini sia di autori che di frequentatori, da uomini e donne che – indipendentemente dalla loro provenienza in termini di strutture associative o riferimenti culturali e politici –  hanno preso coscienza dell’esistenza di un problema.

Un problema che riguarda la società ma anche i singoli, le famiglie,  i nostri figli.

Il problema dell’interruzione dei canali  con cui si trasmettevano e si strutturavano autonomamente il sapere e l’identità maschile, fino ad arrivare ai suoi “derivati” più nobili: il Padre, il saggio, l’anziano.

Questa trasmissione di sapere, di cultura e —sostanzialmente —  di energia del maschile aveva una precisa costellazione di luoghi, occasioni, circostanze via via estinte con il progredire dei mutamenti sociali e culturali, mutamenti spesso nel segno di una male intesa “guerra tra i generi” o “lotta di classe” tra i generi in cui il maschile ed il suo valore vengono contestati (spesso inutilmente), disprezzati  o  apertamente  avversati senza che vi sia un contraltare culturale, un’alternativa di consapevolezza e di crescita che non sia quello della mera “rieducazione” in direzione sovrastrutture culturali assolutamente snaturanti.

Nella società attuale infatti  non è facile essere uomini.

Essere uomo, oggi, equivale a dover subire, in termini più o meno espliciti, il disprezzo o la diffidenza della società, anche e soprattutto da parte degli uomini stessi. Guardiamo la realtà: nei circuiti culturali o mediatici, dalla televisione alla stampa e al cinema alla pubblicità, la figura maschile non esce mai bene e non c’è mai un controcanto, un contraddittorio in merito. Non c’è giornale, periodico, rotocalco, trasmissione televisiva che non ci intrattenga, con dovizia di particolari, sulle malefatte degli uomini con la criminalizzazione ossessiva dell’intero genere. 

Tutto questo è la manifestazione visibile di un profondissimo pregiudizio, che viene da lontano e che unito alle proprie nefaste conseguenze è chiamato  Questione Maschile – già profondamente analizzata da Rino Barnart in “Questa Metà Della Terra” –  ed i cui frutti, oltre alla situazione mediatica e culturale già descritta, si riversano nella nostra vita quotidiana spesso in forma drammatica, fino a generare la tristissima via crucis dei papà separati, o meglio i papà lacerati, laddove affrontare la separazione e il divorzio, per un uomo, equivale a scivolare nella tragedia della separazione dai figli e in una situazione di profondissimo disagio sociale ed economico.

E  questa è soltanto la punta dell’iceberg,  benché si tratti di una punta assai evidente e dolorosissima.

Il frutto più maligno della questione maschile è infatti il progressivo indebolimento del concetto e del ruolo della paternità, con i disastri sociali e personali che ne derivano.

Per invertire questa tendenza è necessario lavorare.

Lavorare sulla cultura,  sull’informazione,  sulla percezione che ha la società del problema ma, soprattutto, lavorare alla ricostruzione di una autocoscienza e di un sapere maschile, alla sua condivisione ed alla sua trasmissione che sappia riprendere e far crescere il distillato per eccellenza del maschile: il Padre, come ci ha insegnato Claudio Risè nei suoi saggi.

Obiettivi ambiziosi, certamente. Ed altrettanto certamente non saremo noi a conseguirli, probabilmente saranno i nostri successori.

Ma,  altrettanto certamente, daremo il nostro contributo fino in fondo.