(terzo articolo della serie “teoria marziana”)

di Carlo Zijno (editore MM)

Abbiamo visto nel precedente articolo della serie “teoria marziana” come la Questione Maschile  sia stata originata da una sorta di “lotta di classe” che si è svolta contro di noi in questi anni, lotta di classe che è stata possibile – anche da parte settori sociali e di pensiero del tutto alieni dai principi marxisti ed anzi loro avversari – proprio perché una serie di pensatori, dalla De Beauvoir a vari autori che stanno alla base del movimento del ’68 l’hanno scollegata dall’orizzonte ultimo di quelle teorie, ossia l’instaurazione della società socialista: operazione che, detta in soldoni,  è riuscita perché ripresa dai movimenti sessantottini e soprattutto perché conveniente per una serie di interessi economici e politici internazionali (realizzazione del consumatore atomizzato ed indifferenziato).

Ora, il punto è: che fare? Come contrastare questa macchina logica  apparentemente inarrestabile ed invincibile?

Per cercare questa risposta è necessario partire da una consapevolezza di base: ossia che quanto detto sopra non rappresenta una semplice elucubrazione teorica di tipo storico, ma ha una serie di impatti molto precisi (ed a questo punto  molto prevedibili) sulla nostra realtà di ogni giorno, ben descritti nel primo articolo della serie in merito ai vari PREGIUDIZIALMENTE  da me enunciati: tutti figli, indistintamente, di quella lotta di classe ben identificata e spiegata nel secondo articolo.

Ma quelli descritti sono in realtà impatti derivati,  perché quello principale, che li origina e he sta al centro della costellazione, è il seguente: quando un uomo ed una donna si trovano di fronte,  IL MASCHIO SA DI ESSERE UN KULAK,  LA FEMMINA SA DI ESSERE IL PROLETARIATO, ED OGNUNO SA BENE CHE L’ALTRO HA CONSAPEVOLEZZA DELLA PROPRIA  “CLASSE” DI APPARTENZA.

Ne loro rapportarsi con se stessi ed il mondo, entrambi i personaggi in questione tenderanno a farlo sulla base di tale assunto.

Riflettete su questo. Se io pubblicassi un manifesto raffigurante una persona cianotica con il tubo della lavanda gastrica infilata in bocca e la scritta “questa persona ha mangiato pizza”, il giorno dopo l’associazione nazionale dei pizzaioli scatenerebbe l’inferno dentro e fuori dei tribunali e nessuno si sognerebbe di negare il loro pieno diritto a farlo.

Se io pubblicassi un manifesto raffigurante una persona maciullata con la scritta “questa persona guidava una FIAT”, il giorno dopo tutti coloro che hanno a che fare con la nota azienda – dall’Amministratore Delegato all’operaio assunto il giorno prima – scenderebbero in piazza, tra il plauso del pubblico.

Invece, quando c’è di mezzo il maschile, è legittimo pubblicare manifesti infamanti come quelli di Oliviero Toscani che raffigura  bambini in veste di carnefici e quello della CGIL che ritrae donne con gli occhi pesti con la scritta “gli occhi neri sono del padre”:  eppure nessuno dice niente, tantomeno gli uomini.

Questo fenomeno si chiama male- bashing, ed accade perché mentre ai pizzaioli ed ai metalmeccanici si riconosce lo status di categoria, per gli uomini vale il principio per cui essi non sono una categoria, ma una classe avversa, nemica, degli alieni pronti a danneggiare la nostra società, e loro sanno di esserlo: un po’ come quando, per capirci, si sbattono in prima pagina le efferatezze dei terroristi islamici: chi oserebbe protestare? Non lo fanno nemmeno i terroristi stessi, perché sanno benissimo di essere tali ed anzi è proprio quello che vogliono. 

Ciò, purtroppo,  non vale soltanto per l’uomo della strada (il non – risvegliato)  nei suoi rapporti interpersonali, sociali, lavorativi e politici,  ma spesso – inconsapevolmente – anche per tanti settori del movimento maschile e dei padri separati.   

Diamo un’occhiata da vicino a queste “derivate perverse”, almeno a quelle principali, e senza la pretesa di volerle esaurire.

Ci sono quelli che dicono “sono kulak? Orgoglioso di essere tale. E’ nella natura delle cose”. E questo rientra nella casistica del puro e semplice maschilismo o, anche a voler essere buoni, di una sorta di giusnaturalismo primordiale del tutto starato, alla fine, dal sentire e dalle aspirazioni di uomini e donne al giorno d’oggi.   

Ci sono poi quelli che dicono alle donne: “voi non siete il proletariato, casomai lo siamo – o lo stiamo diventando – noi”. E questi sono gli antifemmisti, e questo era anche l’atteggiamento del movimento U3, almeno nella sua  “prima maniera” di inizio secolo, ma questa logica  è rinvenibile anche in molte realtà facenti capo al mondo dei Padri separati, laddove tra leggi sull’affido condiviso, condiviso – bis, case famiglia, la tendenza è quella di arginare la deriva, mitigarla,  secondo un algoritmo in cui tutto si fa tranne porre i problemi maschili dell’ingiusta rovina e della mostruosa separazione coatta dai figli: ma in questa operazione di occultamento, di spostamento del confronto,  non si fa altro che confermare indirettamente il punto di vista classista della società nei nostri confronti.

Una variante di recente introduzione è costituita da quelli del gruppo di “Uomini Beta”, che ci dicono: non siamo noi, la massa degli uomini indistinti (per l’appunto beta) ad essere kulak, ma un manipolo di potenti e ricchi furbacchioni che se la ridono delle nostre disgrazie ed incoraggiano la nostra sottomissione al femminile, che a loro conviene ed alla quale essi sfuggono”. A questo filone che chiameremo per comodità del maschiobetismo appartengono a mio parere anche coloro che ritengono di essere maschi alfa, quelli in pratica che non ritengono di essere toccati dalla Questione Maschile,  che a volte prendono l’aspetto meno riconoscibile dell’uomo in pace con se stesso e con l’altro sesso, a volte quello del macho  “che non deve chiedere mai”, a volte quella del ricco che si circonda di veline ed affini pensando di costituire l’oggetto delle loro attenzioni (poveri illusi): malgrado le apparenti differenze, si tratta di sfaccettature dello stesso prisma, della diversa declinazione di una medesima logica. 

Ci sono infine quelli che dicono “si, io o comunque i miei ascendenti siamo stati dei kulak,  e tanti dei miei congeneri lo sono ancora, forse istintivamente lo sono anch’io, e pertanto io mi sento in dovere di fare qualcosa nel senso della giustizia, di emendarmi, di progredire spogliandomi della mia kulakità, vera colpa OGGETTIVA e non SOGGETTIVA”. E questi sono i maschipentiti.  

Non voglio adesso dilungarmi (magari lo farò in altra sede) sulla confutazione puntuale di questi punti di vista; mi limiterò per il momento ad una sola proposizione: il trappolone insito in tutte queste analisi è che esse finiscono per confermare, in maniera indiretta l’assunto iniziale: MASCHIO  = CLASSE DOMINANTE,  e FEMMINA = PROLETARIATO.

IN POCHE PAROLE:  LE QUESTIONI DI GENERE, IN TUTTI QUESTI ESEMPI, VENGONO AFFRONTATE ANCORA UNA VOLTA PER VIA CLASSISTA E, PARADOSSALMENTE, PROPRIO DA PARTE NOSTRA CHE IL CLASSISMO SESSISTA LO VIVIAMO SULLA NOSTRA PELLE.

Ma noi sappiamo bene che questa equazione (maschio = kulak : femmina = proletariato) è stata creata attraverso dei passaggi ideologici, e comunque allo stato attuale è destituita di ogni fondamento perché nessuno dei due generi è soggetto ad impedimenti di sistema ad accedere alla propria libertà, al proprio stile di vita, alle proprie scelte di studio e lavorative, al proprio autonomo reddito.  E QUINDI NON ESISTE. E’ questo l’assunto su cui ci dobbiamo concentrare.

C’è una scena del film  “Matrix” in cui un bambino piega un cucchiaio con la forza del pensiero davanti allo stupefatto Neo, il quale gli domanda come sia possibile una cosa del genere.

Il bambino semplicemente risponde: “PERCHE’ IL CUCCHIAIO NON ESISTE”

INFATTI NON ESISTE

NELLE QUESTIONI DI GENERE NON ESISTONO I KULAK E NON ESISTE IL PROLETARIATO,  INSOMMA NON ESISTONO LE CLASSI.

Abbiamo visto infatti che quella impostazione è stata creata a tavolino, ma la vera dimostrazione – come anticipato sopra – è prendere atto della realtà che ci circonda. Eccovi alcuni esempi, i primi che mi capitano in mente.

Si dice che le donne siano maggioritarie nel’insegnamento perché gli uomini preferiscono (ed ottengono) lavori più “appetibili”. Ma allora non si spiegherebbe perché i mestieri più faticosi, degradanti e pericolosi (anche non necessariamente di tipo fisico)  siano quasi esclusivamente di dominio maschile.

Si dice che le ragazze si iscrivano preferibilmente  a facoltà legate alla comunicazione o alle lettere anziché a facoltà come ingegneria o economia (ritenute lavorativamente più “appetibili”) per una qualche forma di discriminazione o sessismo di tipo culturale,  e le si incoraggia a cambiare, ma allora non si spiega perché la magistratura o la medicina (che appetibili sono sicuramente e scientifiche pure)  siano già a maggioranza femminile. Non sarebbe più facile riconoscere che i maschi sono più istintivamente interessati a certe materie mentre invece le femmine ad altre?

Si dice che alle donne debbano spettare delle vie preferenziali nel lavoro (sistema delle quote, o quant’altro di facilitazioni) per compensare gli “handicap” di carriera legati alla maternità: ma non si va a vedere caso per caso, come la logica suggerirebbe, bensì si applicano i benefici all’intero genere femminile “chiavi in mano”: e questo è il marchio classista dell’operazione. E, inoltre, c’è da dire anche che  a voler fare il Padre come va fatto, c’è un grande impegno di energia e di tempo che si prolunga per lunghi anni: eppure nessuno ha mai considerato di dare facilitazioni lavorative o di carriera per i Padri.

E si potrebbe continuare, ma proprio come per i PREGIUDIZIALMENTE dell’altro articolo mi fermo qui nella declinazione degli esempi di politica classista di genere privi di alcuna logica fondata sulla realtà.

Dobbiamo assolutamente depurarci il più possibile da quelle logiche (kulak versus proletario), negarle, demistificarle nella loro infondatezza, invece che adattarvisi o tentare di sfruttarle: perché esse sono suscettibili, comunque le si utilizzino, di creare loro stesse la Questione Maschile, capolinea inevitabile di tutte le declinazioni sesso-classiste, declinazioni che costituiscono un vero e proprio cortocircuito dal cui una volta entrati non si può uscire: proprio perché destituite di fondamento nella realtà effettuale, esse altro non sono altro che atti di fede, dogmi con i quali è impossibile confrontarsi.

Ed infatti, proprio in base a questi atti di fede:

al maschilista ( dando di quest’ultimo la definizione più lineare, ossia di individuo “pro-male”) gli si può rispondere: “sei orgoglioso di essere kulak? Lo ammetti, allora!! Ti meriti la rivoluzione proletaria”.

al padre separato gli si può rispondere: “sei diventato tu il proletario? Era ora!! In quella condizione bisogna tenerti, perché altrimenti ridiventi kulak”. In questo c’è tutto il fallimento – già certificato – dell’affido condiviso, e c’è in nuce anche il futuro fallimento dell’affido condiviso – bis (per mancanza di maggioranza che lo voglia approvare o per via giurisprudenziale dopo approvato, poco importa).

al maschiobetista gli si può rispondere:  “se siete maschi beta è solo perché la vita non vi ha offerto l’occasione di essere alfa, in realtà siete la stessa pappa, i maschi alfa contro cui dite di lottare in realtà non sono altro che la vostra punta avanzata, i super-kulaki, i nuovi capitalisti”. Ed infatti, non a caso la partizione maschi beta / maschi alfa sta entrando anche nel linguaggio dei siti femministi.

Tralascio volutamente i maschi pentiti, felici di dover espiare le loro colpe OGGETTIVE e quelle dei loro ascendenti fino a Neanderthal. Lasciamoli alle loro gioie.

L’UNICO MODO PERTANTO DI AFFRONTARE LA QUESTIONE MASCHILE E’ DEMISTIFICARE, DEMISTIFICARE, DEMISTIFICARE  CHE POSSANO ESISTERE DELLE CLASSI NELLE QUESTIONI DI GENERE:  

IN QUESTA SOCIETA’ ED IN QUESTO MOMENTO STORICO GLI APPARTENTI A CIASCUN GENERE SONO SOSTANZIALMENTE LIBERI DI AUTODETERMINARE LA PROPRIA VITA, POTENDO SVOLGERE LIBERAMENTE NEL MONDO TUTTE LE PROPRIE POTENZIALITA’

Come scrive Rino Della Vecchia  Barnart, “la liberata è stata liberata… etc

Questa infatti è la logica che a mio avviso è sottesa ad alcuni importati riferimenti culturali del movimento, primi tra tutti Warren Farrell (forse il primo, in ordine cronologico, ad essersi occupato della Questione Maschile come l’abbiamo definita), ma anche il Rino Barnart di quell’articolo: una logica che -  essendo sostanzialmente riconducibile ad una Grande Narrazione di tipo liberale o liberaldemocratico nel suo negare l’esistenza stessa delle classi  e quindi polarizzata in maniera esattamente opposta al marxismo da cui ha originato il femminismo – risulta la più politicamente scorretta possibile al giorno d’oggi, anche considerato che la cultura prevalente in materia di rapporti tra i generi (come abbiamo visto)  è invece ancora ampiamente dominata da quell’imprinting di derivazione marxiana. 

Ma sulle conseguenze pratiche di tali conclusioni dovremo ragionare con precisione; accogliere un tale punto di vista  non è né facile né indolore, malgrado la formulazione apparentemente banale, proprio perché come dicevamo è la più politicamente scorretta possibile: a maggior ragione che  nel suo liberalismo vi è insito il rispetto della Tradizione (non un principio di dovuta osservanza, ma perlomeno di RISPETTO) con la rinuncia definitiva ad ogni ipotesi di costruzione di ogni tipo di “uomo nuovo”, accogliendo piuttosto e rispettando l’uomo per quello che è con i suoi istinti millenari e le tradizioni altrettanto millenarie che dalla sua natura stessa derivano, con un atto di pieno riconoscimento delle differenze ontologiche tra i sessi (vedasi l’esempio delle iscrizioni all’Università di cui sopra).

Non è né facile né indolore perché impone, in conseguenza di tutto ciò,  una declinazione programmatica e di agire tanto severa quanto spiazzante,  che vedremo nel prossimo  e conclusivo articolo di “teoria marziana” (a breve, spero).

Ricordiamoci: la liberata è stata liberata, e da noi non avanza più nulla. Il movimento maschile e la sua narrazione quindi non possono che costituire una costola della Grande Narrazione Liberaldemocratica, così come la narrazione femminista ha costituito una derivata della Grande Narrazione Marxista.  

Ragionando sulle conseguenze di questo assunto è possibile  pertanto costruire un programma che sia realmente efficace.

 Carlo Zijno

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di Carlo Zijno

Prosegue la serie di articoli taggati “teoria marziana”: nel precedente abbiamo analizzato le definizioni di QM pregresse, riducendole ad una soltanto che – applicata ai vari casi pratici – ha dimostrato di funzionare; in questo passeremo allo studio delle cause, delle origini della QM.

Già le definizioni forniteci in quella occasione contenevano delle indicazioni in tal senso,  che tuttavia non è il caso di ripercorrere in questa sede, invitando semmai i lettori ad approfondire sui vari siti.

Non è il caso di ripercorrerle non soltanto per ovvi motivi di ripetizione,  ma soprattutto perché si riferiscono alle cause primarie della QM ma senza illustrarci le modalità  con le quali quegli stessi presupposti  si siano trasformati quel fascio coordinato di pregiudizi antimaschili cogenti che chiamiamo QM. In sostanza, manca un passaggio

Questo anello mancante   ci è dato da Rino Della Vecchia, che ci introduce al concetto di GNF (Grande Narrazione Femminista, in “Questa Metà della Terra”), in cui è rinvenibile quell’algoritmo di svalorizzazione antimaschile che è alla base della QM.

La GNF in parte riprende alcuni pregiudizi, altri ne crea essa stessa, e li lega con una interpretazione univoca, riscrivendo la teoria dei generi e dell’umanità:  il che la rende non più una narrazione ma, per l’appunto, una Grande Narrazione.  Il resto del libro di Rino è dedicato all’esame minuzioso e secondo me assolutamente realistico dei “prodotti” di questa formidabile macchina, che però in questa sede non ci interessano. Piuttosto ci interessa rilevare che, stante l’analisi di Rino, saremmo in presenza di tre passaggi conseguenziali:

  1. cause lontane – o “primarie” (Risè, Marchi, altri);
  2. Grande Narrazione Femminista;
  3. Questione Maschile.

E’ una analisi che condividiamo considerato che  La GNF risulta essere l’immagine speculare della QM e la precede cronologicamente, determinando un rapporto di causalità immediata. Tuttavia non è altrettanto evidente – rectius: gli autori citati non ce lo hanno spiegato -  come si sia passato dalle cause lontane alla GNF stessa. Inoltre, data la estrema diversità di impostazione dei suddetti autori, tali teorie finiscono per risultare sostanzialmente contrapposte o comunque non compatibili al punto da ricavarne un’analisi comune.

Per tentare di capire le relazioni evolutive di questi fenomeni è necessario quindi intraprendere un percorso all’indietro andando a vedere proprio il progetto di quella formidabile macchina (la GNF):  ed allora apparirà chiara la sua natura e, in prospettiva, il da farsi. Apprestiamoci quindi a smontarla:  per come si è evoluta,  per come funziona, per chi l’ha costruita e per chi c’è dietro.

Nel compiere questa analisi della GNF ci accostiamo pertanto allo studio storico del femminismo,  movimento del quale sono date numerose varianti.

Una ricognizione a volo d’uccello: femminismo giuridico, femminismo liberale, femminismo socialista, anarchico, femminismo radicale, femminismo dell’uguaglianza, femminismo della differenza, femminismo radicale, femminismo identitario, femminismo della liberazione, femminismo lesbico… e si potrebbe continuare.

Cosa stanno ad indicare quella sfilza di aggettivi? In alcuni casi rilevano come sottospecificazioni, in altri casi rimandano alle modalità con cui si esprimono o alla parte politica o ideale cui fanno riferimento, in altri semplicemente sono legati all’aspetto del femminile che a loro sta più a cuore: ma, di certo,  se ne deduce  che 1) non tutti quei femminismi sono portatori ciascuno di una propria GNF;  e se ne deduce che  2) non esiste una sola Grande Narrazione Femminista,  almeno per come l’ha intesa Rino (strumento univoco ed esaustivo di interpretazione della realtà sociale e storica), ne è stata elaborata sicuramente più d’una.

Allora è necessario operare una pur sommaria analisi dei “punti fondanti” di ognuno di questi femminismi, delle loro caratteristiche costitutive, andando piuttosto a classificarli a seconda se siano portatori o meno di una Grande Narrazione; ci accorgiamo allora che ne rimangono in piedi soltanto tre.

Femminismo del primo tipo. E’ quello che molto spesso viene etichettato come femminismo delle origini, o femminismo giuridico, oppure femminismo dell’uguaglianza. Questo tipo di femminismo si può far risalire alla rivoluzione francese ed è figlio dell’ideologia liberale del tempo, in opposizione all’antico regime e in rapporto di filiazione con i grandi teorici che stanno dietro alla Rivoluzione. Seguirà il periodo Napoleonico in cui queste istanze verranno fortemente ridimensionate, per poi riprendere vigore anche e soprattutto fuori della Francia, nei paesi anglosassoni e negli Stati Uniti, fino a generare movimenti anche importanti come quello, arcinoto, delle suffragette. Evitando di perderci in rievocazioni storiche e citazioni, ne isoliamo soltanto una, di  Harriet Taylor, (1808 – 1858), collaboratrice di John Stuart Mill:  “L’emancipazione della donna sarà possibile quando essa potrà godere degli stessi diritti concessi all’uomo – all’istruzione, all’esercizio delle professioni, alla partecipazione amministrativa e politica – che però le sono ancora negati.”

Su questo tipo di femminismo è necessario fare alcune considerazioni.  La prima e più importante l’abbiamo già fatta, e cioè che si tratta di una “derivata” del movimento liberale settecentesco e ottocentesco.  La seconda  è che la sua azione è continuata fino pressoché ai giorni odierni, visto e considerato che le ultime barriere giuridiche frapposte alla totale autodeterminazione della donna sono cadute soltanto negli anni settanta. La terza, ed a mio avviso più intrigante, è la straordinaria similitudine con i movimenti maschili odierni: laddove ci si batte contro una serie di leggi e prassi giudiziarie antimaschili e contro l’apparato culturale che le sostiene. E sembrerebbe quasi – ma il condizionale è d’obbligo – che noi ci si trovi, paradossalmente, nella condizione uguale e contraria della donna ottocentesca.

Femminismo di secondo tipo.  Deriva dal pensiero  di Marx ed Engels, la cui impostazione in merito di famiglia e rapporti tra i sessi è cosa nota, ed è legata intimamente al problema dei rapporti economici e produttivi, come illustrato in “Le Origini della famiglia” di Engels:   la struttura della famiglia nella società classista come origine dell’oppressione delle donne come gruppo, la subordinazione femminile come prodotto della sua esclusione dai rapporti produttivi e la sua relegazione nell’universo ‘privato’ della famiglia nucleare.

E’ con questi due pensatori che la lotta di classe fa il suo ingresso trionfale nella questione femminile, per non uscirne più. In quest’ottica il nemico è identificato come tale in maniera automatica, a prescindere dai casi specifici o personali. Ecco quindi che cominciano ad apparire gi aspetti salienti della Questione Maschile come la conosciamo oggi: il maschio come rappresentante di una classe “avversa”  e relativa demonizzazione “chiavi in mano” (algoritmo unico antimaschile) e quindi PREGIUDIZIALMENTE immorale, violento, oppressore, etc.

Ancora: nasce qui il mito del genere femminile (= specchio del proletariato) come parte morale e come vittima, nonché come VERO traino dell’economia e della società: con conseguente necessità di azioni positive che vadano oltre il mero riconoscimento della piena parità giuridica (nella visione marxiana non vi può essere libertà per il proletariato – in questo caso il genere femminile – finché non avrà preso il potere quindi libertà della donna = potere della donna).

 E’ una impostazione assolutistica, totalitaria, figlia di una logica che ignora le differenze naturali tra le persone,  che ritiene di poter costruire “l’uomo nuovo”, principio in conseguenza del quale la mancata “presa di coscienza” e seguente  “conversione” assume una valenza ancor più colpevolizzante;  ecco infine comparire  l’automatica assimilazione a forme di reazionarismo o di fascismo per chi non condivida a priori questa impostazione.

Potremmo concludere quindi che la Grande Narrazione Femminista dei tempi odierni è figlia di questa impostazione? A questa domanda si può rispondere “si”, ma non può trattarsi di un “si” pieno per i seguenti motivi: il primo è la banale constatazione che la GNF odierna travalica ampiamente  l’analisi marxiana, tanto è vero che è condivisa anche a filoni di pensiero e parti politiche che non hanno mai avuto ispirazioni e simpatie marxiste; il secondo, molto meno banale, è che anche a rispondere con un “si” pieno, non si spiegherebbe tuttavia la COGENZA  che la Questione Maschile ha assunto: si spiega l’ALGORITMO antimaschile (lotta di classe),  ma non la sua COGENZA, e questo è il pezzo che ci manca.

Infine un’ultima considerazione, di tipo storico. Se andiamo a vedere la teoria delle correnti femministe legate direttamente all’impostazione marxiana, e quindi in dipendenza logica diretta con i movimenti comunisti, vediamo che alla fine non hanno riscosso particolare successo, limitandosi a colonizzare – o poco più – gli  ambiti politici e culturali di cui erano espressione.

Il femminismo direttamente legato all’ortodossia comunista, detta in soldoni, non è mai andato troppo oltre i confini dei movimenti e dei circoli comunisti.

Femminismo di terzo tipo. Nel 1949 esce “il secondo sesso” di Simone De Beauvoir, destinato a diventare nel decennio successivo – e ncora di più negli anni sessanta e settanta – un “classico” della letteratura femminista. In questo libro la De Beauvoir riprende in pieno, approfondendolo, il tema del genere femminile come classe oppressa, ma contesta parallelamente l’impostazione di Engels, affermando che la sua impostazione non dimostra logicamente il legame tra proprietà privata e sottomissione femminile.

Della De Beauvoir è stato detto tutto e il contrario di tutto, ma questo aspetto  della sua elaborazione non può passare inosservato ai nostri occhi: perché, con questa operazione la Questione Femminile viene riaffermata come questione di classe, ma non più nell’alveo dell’analisi economica tipicamente marxiana. Questo è un passaggio importantissimo, perché non abolisce o riforma la lotta di classe “al femminile”,  semplicemente la sconnette dal comunismo: ma sempre di lotta di classe trattasi, con tutte le caratteristiche che abbiamo illustrato trattando il femminismo del II tipo e che permangono tali e quali.  

E di questo passaggio, rectius della necessità di questo,   molti settori del femminismo  ne prendono rapidamente coscienza.

Ebbe a dire una femminista americana, Heidi Hartmann: “il tradizionale sodalizio fra marxismo e femminismo assomiglia al rapporto fra marito e moglie nel vecchio matrimonio del common law inglese: marxismo e femminismo sono una sola cosa e quella cosa è il marxismo. È ora di cercare un rapporto più equo fra i due partner, altrimenti meglio il divorzio!”.

E questa nuova impostazione, questa sorta di “disconnessione di una parte del comunismo dalle sue conseguenze ultime” dilaga anche perché si trova in sintonia con altre impostazioni ideologiche che maturano e hanno il loro clamoroso exploit nel movimento sessantottino.  

Gli obiettivi comuni dei diversi movimenti che nascono nel 68 erano la riorganizzazione della società sulla base del principio di uguaglianza, il rinnovamento della politica in nome della partecipazione di tutti alle decisioni, l’eliminazione di ogni forma di oppressione sociale e di discriminazione razziale,  l’estirpazione della guerra come forma di relazione tra gli stati, la negazione di ogni differenza tra individui che non fosse meramente culturale, la condanna aprioristica delle tradizioni consolidate.

In sostanza si condannava l’eredità del passato,  per quanto riguarda la cultura elaborata e trasmessa  dal sistema capitalistico, inteso come assetto di classe e sovrastrutture autoritarie, simboleggiata dal Padre,  e della “cultura della differenza” che ne era insita.

Convivevano da una parte il mito tutto illuminista del mondo nuovo e della società perfetta, che l’ideologo ridisegna a tavolino secondo Ragione; e, dall’altra, il sogno dell’utopia al potere nella forma del rifiuto di ogni autorità.

Tale impostazione riposava, oltre che su tanti autori esistenzialisti (tra cui  Sartre, compagno di vita della De Beauvoir)  e sull’elaborazione della cosiddetta “nuova sinistra” di Charles Wright Mills, anche e soprattutto sulle teorie di Marcuse, il quale  incitava alla rivolta contro le eredità del passato ma non proponeva un preciso modello di Stato. Vagheggiava un indefinito mondo futuro nel quale fosse possibile un’assoluta libertà. Per risolvere i mali della società, proponeva un Grande Rifiuto che doveva portare a un mondo post-tecnologico, di integrale individualismo e umanesimo.

Interrompiamo qui la trattazione sul sessantotto, che sarebbe troppo complessa in questo spazio e della quale ci interessa in questa sede un solo elemento:

questo apparato teorico,  altro non fa che compiere, a livello più generale, la stessa operazione logica compiuta dalla De Beauvoir, ossia scollegare il confronto “di classe” (comunque la si voglia intendere) dalla problematica dei rapporti produttivi e dal connesso regime della proprietà privata: con il risultato che la “lotta di classe” pertanto cessa di costituire il monopolio dell’analisi marxiana e dalle sue prospettive finali (società socialista) e non è rivolta più necessariamente contro i detentori dei mezzi di produzione ma si indirizza verso altri obiettivi, contro altre categorie umane e sociali.

Le conseguenze di tutto ciò sono evidenti:

  1. è evidente la convergenza di quello che abbiamo chiamato femminismo del terzo tipo con l’impostazione “originaria” di quello che fu il sessantotto,  che infatti se ne impossessò;
  2. è noto inoltre che anche i movimenti di sinistra, a loro volta,  si siano impossessati di tutto ciò, man mano che dalla loro impostazione progframmatica scompariva il conseguimento dell’assetto produttivo di tipo socialista  facendo pertanto di questa logica (lotta di classe senza orizzonte socialista) il loro nuovo “motivo fondante”;
  3. appare chiaro a questo punto la ragione per cui tale logica (“sterilizzata” dallo sbocco ultimo – il comunismo -  della teoria marxiana) fosse pienamente fungibile (almeno per quanto riguarda la parte “femminista”) anche per chi comunista non era mai stato.

 Ma c’è un altro aspetto che non è immediatamente percepibile, e che però esiste e risulta fondamentale: questa filosofia politica, che mette al centro l’individuo azzerando ogni altra considerazione, individuo di cui si negano le differenze ontologiche,  di cui si combattono le eredità culturali specifiche  e che si vorrebbe parificato in tutti i suoi aspetti – anche sessuali – in tutto il pianeta, altro non ha fatto che spianare la strada a quel processo di mondializzazione dell’economia, di parificazione assoluta dell’homo sapiens teso a realizzare IL CONSUMATORE PERFETTO, atomizzato, asessuato, deculturalizzato e deanagrafizzato;  processo che il grande capitale internazionale ha tentato di pilotare già a partire dagli accordi di Bretton Woods (1922) e che negli anni passa attraverso l’ONU, la UE,  e tante altre cose: e questo risultato appare particolarmente ironico se consideriamo che capitalismo e consumismo figuravano in testa  tra gli obiettivi della protesta  del sessantotto.

E allora possiamo trarre le conclusioni e rispondere alla domanda iniziale:  la Grande Narrazione Femminista è  il femminismo del III tipo, perché è l’unico che abbia assunto carattere di COGENZA, a causa della SALDATURA IN ALTO tra gli interessi della sinistra (ormai “sterilizzata” dall’orizzonte socialista),  dei settori economici liberisti, del mondialismo delle grandi multinazionali e delle organizzazioni internazionali: che ne costituiscono cause presupposte.

NESSUNO CONTRADDICE LA GNF perché essa, al momento, tutela tutti i maggiori interessi in ballo nel mondo. ESSA E’ PERTANTO DIVENTATA COGENTE, e di conseguenza lo è diventata anche la Questione Maschile che, come abbiamo visto, ne è riflesso e conseguenza.

Questa analisi ha fatto chiarezza su alcuni punti,  ossia in cosa consista la GNF e dal perché sia così pervasiva, ci ha però scompaginato le carte su altri.

Riprendiamo per un attimo la scaletta introduttiva, e vediamo come si è riconfigurata a posteriori.

Avevamo detto:

  1. cause “presupposte” (Risè, altri);
  2. Grande Narrazione Femminista;
  3. Questione Maschile.

Dopo la nostra analisi, questa scaletta si è trasformata nel seguente modo:

  1. cause presupposte: “saldatura” in alto tra
    • interessi del grande capitale internazionalista e delle forze politiche che si rifanno al liberismo economico,
    • grandi entità sovranazionali (ONU, UE, Fondo monetario Internazionale, etc)
    • sinistra storica, che abbiamo visto si è liberata dal comunismo ortodosso ma non dal principio della lotta di classe che essa continua non più nei confronti del capitale, ma nei confronti di tutta una serie di categorie sociali ed umane non necessariamente detentrici dei mezzi di produzione;
  2. Grande Narrazione Femminista, incarnata da quello che abbiamo denominato “femminismo del III tipo” il quale si è dimostrato perfettamente funzionale a quella “saldatura in alto” di cui al punto 1: e pertanto divenuta capillare e cogente come non erano mai stati i femminismo di tipo I e II;
  3. Questione Maschile, che essendo la conseguenza del punto 2, non poteva che consistere in “un insieme di pregiudizi di genere accumunati e coordinati da una medesima logica, finalizzata alla svalorizzazione, destrutturazione e subordinazione morale e materiale del maschio, e suscettibili  di  tradursi in norma giuridica e azione istituzionale”: a maggiore dimostrazione che la definizione che avevamo enucleato nel precedente articolo era giusta.

 Come vedete il panorama è cambiato in modo sostanziale, ed in una direzione che non era previsto né prevedibile, in cui le cause già indicate dall’originario punto 1 (Risé ed altri) possono tutt’al più rilevare quali “facilitatori”, catalizzatori di processi ben più potenti e diretti. Volendo tentare una estrema sintesi, sul modello di quanto abbiamo fatto nel precedente articolo,  possiamo dire:

La Questione Maschile è il prodotto di una lotta di classe che si è svolta ai nostri danni e che, pur avendo la sua origine a sinistra,  è risultata vittoriosa su tutti i fronti in quanto ha contribuito e contribuisce a quella atomizzazione sociale ed omologazione dell’individuo su scala mondiale che conviene  alle maggiori forze politiche, sociali,  ma soprattutto economiche attualmente in campo.

Alla fine di queste lunghe cinque pagine può sembrare, per chi frequenta il forum o segue in generale le elaborazioni in voga su questo sito, che io abbia in qualche modo lavorato un tronco di sequoia per ricavarne uno stuzzicadenti. 

Da sempre, infatti, si dice nel forum che la questione maschile è il risultato di una lotta di classe che da decenni si svolge ai nostri danni; che essa affonda le sue radici nella sinistra sessantottina la quale ha dato origine alla sinistra moderna; che tuttavia l’attuale situazione di prostrazione maschile e distruzione della famiglia nucleare conviene a troppe forze economiche e alle istituzioni che ne sono espressione, non solo a livello interno (formazioni politiche neoliberistiche) ma soprattutto a livello internazionale.  

Io comunque non credo di aver sprecato il mio tempo, perché sono fermamente convinto che affinché un’analisi funzioni debba essere razionalizzata e sistematizzata anche nei suoi elementi e passaggi  di dettaglio e perché sono altrettanto fermamente convinto che alla fine nessuna teoria si costruisce a tavolino in astratto, ma è sempre il frutto di un coagulo di idee, della razionalizzazione di prese di coscienza condivise.  

Ma detto ciò, ci si pone un altro interrogativo, che è poi quello più importante: cosa fare?

Lo vedremo nel prossimo articolo.

Intanto però teniamo a mente un elemento che ci tornerà utile per il proseguo dell’analisi: tutte e tre le tipologie di Grande Narrazione Femminista che abbiamo individuato sono state serventi, come abbiamo visto,  ad altrettante  Grandi Narrazioni ideali e politiche di tipo più generale (liberalismo, comunismo, mondialismo).

E  questo è il punto da cui ripartire.

A  presto

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di Carlo Zijno

Data al 2001 la mia prima adesione ad un MoMas, ed era Uomini3000. Poi è seguita l’adesione a Maschi selvatici, e tante altre iniziative in tutto il corso del decennio: ho visto nascere (e qualche volta ne sono stato il promotore, come nel caso di MetroMaschile) blog, gruppi e siti.   

Da allora, e fino al giorno d’oggi, e pur tra i distinguo delle reciproche impostazioni, l’unica certezza veramente condivisa da tutti era che in questi ambienti ci occupavamo di Questione Maschile.  Già, ma cos’è?  Chi l’ha identificata, e come, prima d’ora?

Il problema è particolarmente attuale, perché da più parti sorgono definizioni che istintivamente – e per l’esperienza pregressa –  non condividiamo, e secondo le quali la QM altro non sarebbe che una necessità di una  messa in discussione ad oltranza della natura maschile e conseguente “rieducazione” –  specialmente in funzione del femminile -  e che stanno andando per la maggiore in ambito massmediatico (Terragni, Aspesi, Ciccone, altri).

Ben prima però di queste prese di posizione, dicevamo, le associazioni  maschili ed i loro teorici già parlavano di QM ed in un senso del tutto diverso, che andiamo pertanto a “vedere da vicino” anche con la collaborazione dei protagonisti.

Maschi Selvatici.  Sono rinvenibili sul sito spunti importanti, ma non c’è una definizione netta. Da me interpellato, Armando Ermini, presidente dell’associazione, ci ha scritto:  la Qm si può definire come questione dell’indebolimento identitario maschile.  La sue origine è lontana nel tempo, risalendo all’inizio del processo di secolarizzazione della società concomitante col processo di industrializzazione, ma ha avuto una accelerazione decisiva nel secondo dopoguerra. Da allora i maschi non sono più stati iniziati al sociale e introdotti nella società da altri maschi (i padri, gli istruttori etc.) ma dalle madri e comunque da figure femminili. Ciò ha prodotto, scrive Risè, una interruzione nella trasmissione della cultura materiale e istintuale maschile, per l’ovvia ragione che le donne non la posseggono. Contemporaneamente tutti gli sforzi sociali si sono  concentrati sul principio della soddisfazione dei bisogni, fino a diventare non solo obbiettivo funzionale all’espandersi dei consumi e quindi alla crescita della società industriale, ma anche e soprattutto lo scopo supremo della politica. Ma il principio della soddisfazione dei bisogni è tipicamente materno, perché è la madre che fin dalla nascita vi è preposta, altre essendo le funzioni paterne.  Dunque tutta la società si è progressivamente orientata sul principio femminile, femminilizzandosi psichicamente, e di ciò ne hanno fatto le spese i maschi e i padri privati della loro identità, e dietro di loro il principio fallico di forza, di azione e di libertà.  Quello che ne è seguito, anche in termini di penalizzazione sul piano giuridico e concreto di tutto ciò che è maschile, è una conseguenza necessaria di questo processo, che però non è affatto indolore per la società nel suo insieme. La crisi di civiltà dell’Occidente, che presto lascerà la scena centrale ad altre culture, è la crisi dell’identità maschile, checchè se ne pensi”.

Riguardo Uomini Beta, anche in questo caso non si offre una definizione precisa sul sito. Le maggiori informazioni “ricostruttive” possono essere comunque rinvenute nel manifesto del movimento, in homepage, informazioni che il presidente stesso di Uomini Beta, Fabrizio Marchi, ci restituisce in questa forma sintetica: “la Questione Maschile è la condizione di  subordinazione della maggioranza degli uomini non appartenenti alle elite  dominanti nei confronti del “femminile” e del sistema dominante (declinato al e sul “femminile”)”.

Tale situazione di indefinitezza è riscontrabile Anche nel sito di U3, altra associazione storica della galassia del maschile. Abbiamo a questo punto isolato dal sito ancora in linea (non sappiamo con precisione se il movimento sia ancora attivo) il seguente passo, che ci sembra significativo: “nel conflitto tra i sessi, in corso da decenni, gli uomini sono stati spettatori silenziosi e passivi. In questo silenzio è maturata la corrosione quasi completa di ogni valore che possa dirsi maschile, di ogni autorità morale degli uomini, del loro prestigio e del potere di determinare la propria vita. Questo processo li ha poi privati del diritto di raccontare la loro verità, bollata a priori come falsa, irrilevante e ridicola.” Il tema è quindi quello della auto-narrazione del maschile (rectius: la sua estinzione) con la conseguente nascita del fenomeno del cd. “male bashing”.

Bene,  cosa ci dicono queste definizioni?

 Innanzitutto, dobbiamo ribadire che nessuna di queste è una definizione “pura”,  in quanto afferiscono non solo alla Questione Maschile sic et simpliciter  ma tirano in ballo anche cause e conseguenze; la seconda osservazione è che comunque possiamo trarne un denominatore coerente, risentendo tutte di una comune logica sottesa.

Infatti:

  1. ci parlano di uno stato di subordinazione mentale, svalorizzazione, tacitazione, a cui corrisponde l’impossibilità di una auto – narrazione autonoma;
  2. che tali fenomeni sono di ordine culturale;
  3. che in tali fenomeni è implicito il concetto di smarrimento di identità o di destrutturazione di identità, che è lo stesso;
  4. che lo smarrimento di identità – o per meglio dire la sua destrutturazione -  è FUNZIONALE  ad assetti ed agenti esterni alla realtà maschile (spesso a precisi interessi), sebbene diversamente identificati a seconda dell’impostazione filosofica di ognuno.

Accantonando il discorso cause/effetti, che in questa sede non ci interessa, e volendo sintetizzare, la QM consisterebbe quindi in un sorta di appannamento dell’auto-coscienza del maschile con conseguente progressivo annichilimento culturale di questi, sulla base di una sopravvenuta incapacità di analisi autonome e sul recepimento sostanzialmente acritico di algoritmi di interpretazione della propria realtà tanto esogeni quanto dati, ancorché negativi.

Ma in tutto ciò è contenuta, a mio avviso, una definizione analitica del più generale concetto di PREGIUDIZIO, nella sua accezione più originaria: giudizio che viene prima, pre-determinato indipendentemente dalla realtà effettuale (narrazione dell’individuo sulla base di elementi concettuali esterni ed auto-applicanti,  solitamente di ordine negativo).

La Questione Maschile sarebbe quindi una faccenda di pregiudizi, e nello specifico di pregiudizi di genere? Se le cose stanno come le abbiamo descritte, la risposta non può che essere “si”: ma è una risposta non sufficiente né esaustiva a descrivere il fenomeno.

Perché, a ben vedere, anche il genere femminile è afflitto da pregiudizi, anche pesantemente negativi: ciascuno di noi ha sentito dire almeno una volta la vecchia idiozia “donna al volante pericolo costante”, o ancora: “le femmine sono più pettegole dei maschi”, “le donne più maliziose”, e si potrebbe continuare: ora, è vero come è vero che nelle interazioni sociali questi pregiudizi possono aver comportato – e comportano, quando ancora presenti –  delle conseguenze a carico del femminile, ma essi non ricevono, almeno al giorno d’oggi, alcuna sanzione giuridica o istituzionale: mai la Motorizzazione Civile, tanto per fare un esempio,  ha mai lontanamente pensato di imporre degli esami suppletivi alle donne per la patente di guida, o cose del genere.

Per il maschile è esattamente il contrario, e questa è una differenza fondamentale: si dà per inteso, PREGIUDIZIALMENTE, che l’uomo non partecipi alle cure parentali, indipendentemente dall’esame dei casi personali, ed ecco la norma per cui le donne vanno in pensione prima nonché  l’orrida prassi inerente a separazione e divorzio con relativa espulsione del Padre (inutilità PREGIUDIZIALE di questi)  dalla famiglia; si dà per inteso, PREGIUDIZIALMENTE, che l’uomo sia tendenzialmente abusatore, ed ecco la deoggettivizzazione del reato e l’inversione dell’onere della prova nelle relative cause,  ECCETERA.

Sembrerebbe quindi che la definizione vada integrata in questo modo:

La Questione Maschile è  un insieme di pregiudizi negativi di genere,  a danno del maschile, suscettibili altresì di divenire norma giuridica e prassi istituzionale oltre che sociale. 

Ma neanche questa volta ci siamo: perché abbiamo visto che questo insieme di pregiudizi negativi non è casuale ma consegue ad un algoritmo ben preciso, che è quello della svalorizzazione, della destrutturazione, del dover essere  servente a qualcos’altro.

Ed allora, secondo me possiamo concludere, con ulteriori piccoli aggiustamenti di forma:

La questione maschile è un insieme di pregiudizi di genere accumunati e coordinati da una medesima logica, finalizzata alla svalorizzazione, destrutturazione e subordinazione morale e materiale del maschio, e suscettibili di tradursi in norma giuridica e azione istituzionale.

E, si badi bene, benché io abbia tratto questa definizione andando a fare un’analisi abbastanza teorica, se proviamo ad applicarla alla realtà scopriamo che è perfettamente fungibile. Tralasciamo gli esempi già portati sopra (separazioni & divorzio, abusi, pensioni), proviamo ad andare avanti:

L’uomo PREGIUDIZIALMENTE ha più opportunità delle donne, quindi c’è bisogno di un ministero pari Opportunità PREGIUDIZIALMENTE dedicato alle donne;

L’uomo PREGIUDIZIALMENTE occupa i posti migliori, quindi c’è bisogno di quote rosa (e il PREGIUDIZIALMENTE  si dimostra con il fatto che non esistono quote azzurre nei comparti dove si verifica il contrario);

L’uomo PREGIUDIZIALMENTE deve occuparsi dei lavori più sporchi e pericolosi, infatti nessuno si sogna di prevedere quote rosa in quei settori;

L’uomo PREGIUDIZIALMENTE  è uno stalkeggiatore e quindi è necessario che gli istituti che si occupano di stalking siano dedicati alle donne;

L’uomo PREGIUDIZIALMENTE fugge dalla paternità perché è irresponsabile ed inaffidabile e quindi si rendono necessari una serie di istituti giuridici in grado di obbligare gli uomini ad assumersi paternità non desiderate (cosa che per le donne non accade, esse sono libere di scegliere);

L’uomo PREGIUDIZIALMENTE non c’entra nulla con il ciclo riproduttivo umano, tranne che per quei dieci grammi di sperma (dei quali, con le moderne tecniche, si può fare ormai anche a meno) e quindi non può metterci bocca, nemmeno per lasciare senza oneri la compagna che gli abbia abortito il figlio;

…e si potrebbe continuare, ma lascio alla vostra fantasia l’onere di farlo, se non altro per motivi di spazio.   

Sento già l’obiezione: si, ma questa definizione non tiene conto delle cause, ma soprattutto del da farsi.

Obiezione fondata, dico io; infatti  ho voluto scientemente circoscrivere il discorso.

La questione maschile è un insieme di pregiudizi di genere accumunati e coordinati da una medesima logica, finalizzata alla svalorizzazione, destrutturazione e subordinazione morale e materiale del maschio, e suscettibili  di  tradursi in norma giuridica e azione istituzionale.

Su come tutto ciò sia nato e cosa da parte nostra sia necessario fare, poi, ogni gruppo e movimento ha le sue diagnosi e le sue prognosi, a seconda dell’ispirazione filosofica e politica, come si diceva, ma intanto credo per il momento di aver fissato un buon punto fermo.

Buon Natale a tutti, e non fatevi fregare.

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Una società siffatta, "senza padri", nella quale tutti dunque rimangono "figli", é, come dimostrano le cronache, infantile, e sostanzialmente perversa. Perché sia così lo spiego in tutti i miei libri, ma lo faceva già benissimo Sigmund Freud nel 1905, non osando peraltro pensare che le patologie individuali da lui descritte diventassero endemiche, e venissero addirittura promosse dall'organizzazione sociale, attraverso la "rimozione" della figura che nell'essere umano ne impedisce lo sviluppo: il padre, appunto.

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Oh, non mi fraintenda: capisco anche il concetto di paternità. Lo vedrà nel mio romanzo, se farò in tempo a finirlo. Lo capisco così bene che parteggio con tutta l'anima pei padri divorziati che reclamano la custodia del figlio. Condanno i giudici che quel figlio lo affidano all'ex-moglie e basta, e ritengo che nella nostra società oggi si trovino più buoni padri che buone madri. (Segua la cronaca. Quando un padre impazzito ammazza un figlio, ammazza anche sé stesso. Quando una madre impazzita ammazza un figlio, non si ammazza affatto e va dal parrucchiere)

...di Alain Minc:

Alla parola parità, i deputati si mettono sull'attenti. Alla parola donna, tremano. Il vostro potere è assoluto: i parlamentari cercano di anticipare i vostri desideri, come i cortigiani di un Luigi XIV o di un Napoleone

luoghi di culto


in città, la popolazione di fede cristiana usa pregare in questo modo:

Ave Giuseppe, pieno di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetto fra gli uomini, e benedetto è il frutto del seno della tua Sposa, Gesù. Ave Giuseppe, padre putativo di Cristo, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

in città, la popolazione di fede islamica ama ricordare nelle proprie proghiere il versetto 33 della sura XXXI (Luqmân):

Uomini, temete il vostro Signore e paventate il Giorno in cui il padre non
potrà soddisfare il figlio né il figlio potrà soddisfare il padre in alcunché. La
promessa di Allah è verità. Badate che non vi inganni la vita terrena e non vi
inganni su Allah l'Ingannatore.

iniziative permanenti

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    Preliminarmente ed a latere della manifestazione di Roma svoltasi il 5 ottobre 2011 con ampia partecipazione di sigle associative e grande successo di pubblico, è stata elaborata – da parte di alcune cittadine e cittadini per le VERE pari opportunità senza pregiudizi – e consegnata al ministro pro-tempore per le pari Opportunità Mara Carfagna una lettera aperta che questo sito fa propria e ben volentieri pubblica, invitando i lettori ed i passanti che si riconoscano con quanto espresso a volerla inoltrare al Ministero a proprio nome (in cartaceo o in email, con nome proprio o anche in nickname), possibilmente dandone [...]

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    (terzo articolo della serie “teoria marziana”)
    di Carlo Zijno (editore MM)
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