articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 14 settembre 2009

di Gaetano Giordano e Fabio Nestola

I dati  provengono dai quotidiani nazionali e/o locali che rendono disponibili versioni on-line; il monitoraggio sullo stalking femminile ha riguardato tutte le notizie – nessuna esclusa – reperibili in rete.

Le notizie originali sono consultabili sul blog violenza-donne.blogspot.com, dal quale sono anche linkabili le fonti.

Il Decreto Sicurezza che conteneva “misure contro gli atti persecutori” (stalking) è stato varato il 23 febbraio 2009 (DL n°11), poi convertito in legge il 23/4 (38/09), pubblicata sulla G.U.n° 95 del 24 aprile.

A partire dal 23 febbraio, pertanto, è possibile monitorare gli episodi di cronaca che prima di allora facevano riferimento ai reati di molestie, maltrattamento, ingiurie, minacce, percosse, lesioni, danneggiamento etc., ora accorpati nello stalking qualora siano espressione di un comportamento persecutorio continuato nel tempo.

La norma novellata – art. 612 bis – nasce con l’obiettivo dichiarato di contrastare la persecuzione di genere, ove per “genere perseguitato” si intende il solo genere femminile. Quasi che lo status di vittima sia riferibile esclusivamente ad una figura femminile, mentre al genere maschile viene comunemente associato il monopolio della violenza agita, mai subita.

Una percezione ricorrente circoscrive la violenza femminile a fenomeni del tutto marginali, sporadici e poco significativi; i procedimenti giudiziari e gli episodi di cronaca nera testimoniano, purtroppo, una realtà profondamente diversa (TABELLE 1 e 2).

A sei mesi dal varo della Legge 38/09, un primo monitoraggio registra 41 casi riportati dai media di comportamenti persecutori, violenti e/o molesti, tenuti da donne.

ETÀ – L’età della stalker riserva poche sorprese: un solo caso in entrambe le fasce estreme under 20 ed over 50, mentre nelle fasce intermedie si concentra la larga maggioranza dei casi, con un picco di 13 casi (32%) nella fascia 31-40. In tre casi le fonti non riportavano l’età della donna denunciata per stalking.

RIPARTIZIONE SUL TERRITORIO – sostanzialmente simile il numero di episodi verificatisi al nord (16) ed al centro (14), mentre un sensibile calo si registra nei casi accaduti al sud (6) e nelle isole (5), che accorpati raggiungono il 27% dei casi totali verificatisi in Italia nel periodo di riferimento.

MOVENTE – come previsto dal Legislatore, il profilo critico delle relazioni di coppia risulta essere prevalente tra i motivi che generano il reato di stalking (TABELLA 3).

Separazioni e divorzi incidono per il 15% (6 casi)

Le relazioni interrotte, sia etero che omosessuali, sono la maggioranza: 46% (19 casi)

Le relazioni mai nate a causa di un rifiuto scatenano reazioni persecutorie nella misura del 23% (9 casi)

Molestie varie, con scarsi elementi valutativi forniti dalle fonti, sono il 13% ( 5 casi)

Anche uno dei due casi catalogati come “motivi economici” (Aversa, 25/5) deriva da un divorzio, ma senza accenni a gelosia morbosa o tentativi di imporre una riconciliazione: la persecuzione della stalker era finalizzata ad ottenere dalla vittima somme di denaro più ingenti rispetto a quanto stabilito in tribunale.

VITTIME – in 15 casi la vittima è una donna, in 23 un uomo adulto, in 1 caso la vittima è un minore di sesso maschile (Torino, 10/4), in 2 casi vi sono vittime plurime non sempre quantificabili, in quanto la denuncia per stalking è stata presentata da una famiglia (Campobasso, 4/6) e da un intero condominio nei confronti di un’inquilina molestatrice (Genova, 13/5). In un caso simile di molestie al vicinato, invece, (Rio Marina, 16.8) ci sono vittime identificabili in quanto le persone stalkizzate sono un uomo ed una donna.

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Questi primi dati smentiscono due postulati:

1. Anche le donne perseguitano le donne. È falso pertanto che le donne molestate siano vittime della violenza agita esclusivamente da uomini.

2. Anche le donne perseguitano gli uomini. Sono false pertanto le teorie dominanti che circoscrivono ruoli stereotipati: donna/vittima e uomo/carnefice.

Punto 1) – Nel 37% dei casi monitorati la stalker molesta una donna, con motivazioni varie: l’incapacità di accettare l’interruzione di un rapporto saffico, l’attrazione non corrisposta per una partner eterosessuale, il binomio invidia-vendetta, il disegno persecutorio ai danni della nuova compagna del proprio ex.

Punto 2) – La persecuzione di genere non è affatto unidirezionale, anche la donna è in grado di perseguitare, insultare, molestare, usare violenza fisica e psicologica, pertanto anche la figura maschile può esserne vittima.

La violenza femminile in generale, ed il female-stalking in particolare, sono oggetto di studio in diversi Paesi europei ed extraeuropei[1], solo in Italia non esiste alcuna indagine ufficiale che studi le vittime di genere maschile, come non esiste alcuna struttura di accoglienza pubblica se ne occupi.

Dal monitoraggio emerge una percentuale del 58% di vittime maschili (23 casi su 41 presi in esame, 24 considerando il caso che coinvolge un minorenne), ma in questa sede non è importante stilare classifiche; interessa piuttosto far emergere un aspetto finora ignorato dai promotori della legge sullo stalking, vale a dire la necessità di prevenire, contenere e sanzionare qualunque forma di violenza, indipendentemente dal genere di autori/autrici e vittime.

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Si rende inoltre necessario sottolineare un elemento, legato alle motivazioni che spingono la stalker ad agire: nella maggioranza dei casi anche la persecuzione D>D ha come reale obiettivo un uomo.

Quando una donna separata compie atti persecutori nei confronti della nuova compagna del proprio ex, l’intento sembra essere quello di rendere all’ex partner la vita impossibile, creare ostacoli, incrinare l’armonia della nuova coppia, se possibile spingerla alla rottura.

La persona abbandonata, in modo particolare quando non riesce a ricostruire una nuova relazione, può percepire come insostenibile la felicità dell’ex partner, colui che identifica come causa scatenante del proprio dolore e della propria solitudine.

L’accettazione passiva aggrava il malessere psicologico, l’azione quindi può avere una valenza sia risarcitoria che ostativa, oltre ad essere terapeutica per chi la mette in atto. Agisce perché “deve”, l’acting-out persecutorio diviene la terapia per stare meglio, o illudersi di stare meglio.

Ha inizio uno stalking indiretto, con un bersaglio occulto ma reale (l’ex partner) ed uno palese ma strumentale (la nuova compagna). Lo stalking verso una nuova partner sembrerebbe essere, con molta verosimiglianza, più un modo per colpire l’ex partner che non una mera espressione morbosa della propria gelosia.

La stalker potrebbe anche essere in buona fede. Probabilmente riconosce come persecutorie le proprie azioni, ma la persecuzione viene legittimata nella misura in cui considera “giusto” punire l’ex partner attraverso la distruzione di quella felicità lei non riesce a ricostruire.

La stalker non ha alcun legame con la vittima palese, se non quello di percepirla come fonte di felicità per la vittima occulta: non ha motivi di rancore pregresso, non vi sono debiti insoluti, carriere ostacolate, vecchie ruggini o faide familiari, spesso non la conosce affatto (es. Modena 26/3; Lucca 18/3; L’Aquila 12/3, Siena 25/6).

Se ne deduce che XX non sarebbe stata mai perseguitata se non si fosse legata ad YY, precedente partner della stalker. La vendetta trasversale colpisce in funzione del ruolo sociale, non per caratteristiche individuali della vittima.

L’obiettivo sembra quello di fare terra bruciata attorno all’ex coniuge, chiunque sia la nuova partner. Quindi costei, pur apparendo vittima palese di stalking, in realtà è solo lo strumento attraverso il quale perseguire lo scopo – reale ma occulto – di creare pregiudizio all’ex partner ostacolandone la serenità della vita di coppia.

Si osserva una differenza sostanziale: mentre lo stalker di genere maschile solo rarissimamente prende di mira il nuovo compagno della ex partner (passando, nel caso, all’aggressione singola di vario livello che può anche esitare in omicidio, ma rimane atto isolato e non concatenazione di comportamenti), la donna compie azione di stalking anche verso la nuova compagna del proprio ex partner, oltre a poter compiere l’atto aggressivo singolo.

Detto in altri termini, si può ipotizzare che la stalker femminile agisca più facilmente, o quasi esclusivamente rispetto all’altro sesso, una modalità di stalking indiretto – per così dire “trasversale” – , nella quale la vendetta, il tentativo di estorcere i consensi o il ripristino della relazione, vengono veicolati attraverso soggetti estranei alla relazione stessa.

Da questo punto di vista, il paragone con i comportamenti riferibili alla sindrome di “Medea” (si colpisce un affetto dell’uomo amato per colpire lui) sembrano indicare una chiave di lettura del fenomeno: tendenzialmente la donna, quando intende colpire l’ex partner, predilige l’aggressione contro un affetto di questi, e dunque contro di lui o, in alternativa, contro la sua nuova partner.

Come già detto, non esiste o quasi lo stalking U>U inteso come una serie di atti persecutori contro il nuovo partner. Ad ulteriore conferma i dati emergenti dal monitoraggio sui casi di stalking maschile, relativi allo stesso periodo di riferimento 3/09 – 8/09.

Su 73 casi censiti 70 (96%) hanno contemplato lo stalking verso donne che hanno rifiutato di divenire partner dell’offender o che hanno cessato di esserlo.

Abbiamo poi 1 caso di stalking plurimo, agito da un pregiudicato che terrorizzava le persone del luogo e 3 casi di stalking U>U, tutti verso consanguinei:

- verso uno zio (Iglesias, 3/8), sembra per questioni patrimoniali

- verso il padre (Bologna, 29/8) a causa dei problemi di alcolismo del figlio.

- verso i figli ormai cinquantenni (Genova, 19.8) aggrediti dall’anziano padre ricoverato in clinica psichiatrica.

Nessun episodio, quindi, di persecuzione nei confronti di un nuovo partner della propria ex, casistica che invece compare nel monitoraggio dello stalking femminile nella misura del 18% (7 casi su 40).

Il tentativo di ottenere soddisfazione e vendetta passa dunque (come avviene appunto anche nei comportamenti “alla Medea”) anche attraverso la ferita affettiva dell’ex partner, e ciò implica che la donna – contrariamente all’uomo – tende a colpire per vendetta e che in tal senso non necessariamente la persona colpita deve essere l’ex partner, potendosi la vendetta estendere a chi gli sia affettivamente vicino.

Questo può essere una ulteriore indicazione per considerare il “mobbing genitoriale”[2] – vale a dire i tentativi di estromettere il padre dei propri figli – come una forma di stalking trasversale, nel quale i comportamenti punitivi ed estorsivi rivolti direttamente all’ex partner nello stalking diretto (molestie, minacce, intimidazioni, violenze fisiche) sono sostituiti da comportamenti tesi a far soffrire l’ex partner attraverso la sofferenza di un oggetto d’amore o la sua privazione.

Da questo punto di vista, esistono dunque due forme di stalking:

- lo “stalking diretto” agito, in percentuali sensibilmente diverse, da soggetti di entrambi i generi,

- lo “stalking trasversale”, prerogativa tipicamente femminile.

Il che ulteriormente dimostra, in sostanza, come la violenza e l’aggressività femminile siano un universo tutto da esplorare.

Gaetano Giordano,  Fabio Nestola

NOTE:

[1] Reid Meloy, Cynthia Boyd, – Female Stalkers and their victims, 2004

Purcell R., Mullen P – A study of women who stalk, 2001

http://www.canadiancrc.com/female_sexual_predators_awareness.aspx

Kanin JJ., – Statistics on female rape, 2000

Donald G. Dutton, Kenneth N. Corvo , John Hamel The gender paradigm in domestic violence , 2009

Daniel Whitaker – Women: often the aggressors, Journal of Public Health 2001

Murray A. Straus, Family Research Lab., Un. of New Hampshire, Dominance and Symmerty in partner violence, 2006

[2] IL MOBBING GENITORIALE DALL’ETOLOGIA ALL’ETICA – Roma, convegno AILAS 2006, Gaetano Giordano e Giuseppe Dimitri – (PM, 26 Aprile 2007), http://www.psychomedia.it/, http://www.psychomedia.it/pm/grpind/separ/giordano3.ht

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 3 giugno 2009

Apprendo, nel leggere il blog di Claudio Risè, che la tanto attesa (non dal sottoscritto) riforma dei cognomi si trova in dirittura d’arrivo. Secondo tale riforma al tradizionale cognome paterno ne verrà affiancato un’altro, materno (prima o dopo? Ah, che problema!), decidendo poi la persona in questione quale dei due vorrà trasmettere a sua volta ai propri figli.

Nel mio piccolo, concordo con il Prof. Risè quando afferma la portata simbolica – in termini di appartenenza ed identità – del cognome, così come convengo che sia oggettivamente ingiusto, attualmente, che la Madre non possa trasmettere il proprio alla prole; sempre allo stesso modo sono fermamente convinto che procedere secondo un principio di rivincita – vendetta per le passate discriminazioni costituisca una deriva sociale dagli effetti per tutto deleteri.

Però, sempre nel mio piccolo, sono anche fermamente convinto che proprio per la medesima grande portata simbolica della faccenda i singoli individui non dovrebbero avere alcuna possibilità di scelta e che l’abolizione del cognome paterno sia una follia, in termini di ulteriore allontanamento del Padre dalla famiglia e dai figli con tutti i disastri sociali che ne derivano.

Non nascondiamoci dietro un dito. Questa riforma di fatto è la fine di quel simbolo millenario – il cognome maschile – di reciproca appartenenza ed identificazione tra Padri e figli.

Ma può esistere una soluzione in grado di salvare capra e cavoli, ossia dare riconoscimento alle giuste rivendicazioni femminili senza dover cancellare questo simbolo di appartenenza? La risposta è si.

Si tratta infatti di un tema al quale sono particolarmente sensibile e che ho già studiato in precedenza, essendomene occupato fin dal 2005 dapprima con una ricerca per la redazione di Uomini3000, in seguito anche con un articolo su questo blog (cliccare sul tag “riforma dei cognomi”).

In questi elaborati sostenevo una tesi alla quale io credo ancora fermamente perché costituisce a mio avviso l’uovo di colombo, e che è questa: alla prole vengono trasmessi i cognomi di entrambi i genitori, ma le femmine trasmetteranno alla generazione successiva solo il cognome della Madre, i maschi solo quello del Padre.

Gli effetti pratici di un tale assetto sarebbero che l’attuale “lignaggio maschile” rimarrebbe inalterato (perchè effettivamente ora è così, tutta la prole eredita il cognome del padre ma solo i maschi la trasmettono alla generazione successiva) ma verrebbe affiancato da un analogo cognome femminile funzionante in maniera assolutamente speculare (tutta la prole lo eredita, ma solo le femmine lo trasmettono alla generazione successiva).

Credete che una soluzione così semplice fosse fuori della portata di legislatori e politici? No, ma nessuno ci ha pensato (rectius: nessuno ci ha voluto pensare): probabilmente perchè, nella sua semplicità e razionale spirito di giustizia, non era fungibile agli scopi ideologici del politicamente corretto secondo cui si rende giustizia alle donne bastonando gli uomini – meglio se Padri – e secondo cui quanto più l’individuo è sovrano nel suo arbitrio, legibus solutus, più è libero.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 19 maggio 2009

Torniamo sull’argomento dell’economia antifamiliare ed antipaterna, già affrontato nei post taggati “economia”, dove avevamo visto – analizzando la struttura dei consumi – che il sistema economico per poter sussistere abbisogna di una società di single.

Avevamo trattato il tema anche nell’ultimo post della serie, , dove avevamo visto che in realtà il sistema crea a questo scopo una serie di bisogni assolutamente artificiali che determinano altresì, per come sono strutturati (produzione di beni non durevoli, ossia l’usa e getta), l’autodistruzione del capitale stesso (per chi non lo sapesse, il capitale non è costituito dai soldi, ma dai beni).

Che tale configurazione dell’economia moderna sia antifamiliare, ce lo dimostrano – e più di tanti indici economici – notizie crude come quella, recente, di fonte Caritas, secondo cui l’afflusso di disperati alla mensa dei poveri è costituito guarda caso proprio da famiglie e perlopiù monoreddito, ossia la tipica fattispecie di famiglia tradizionale.

Come tuttavia la sociologia e la psicologia sociale ci ha insegnato già da tempo, la struttura ed il funzionamento dell’economia hanno un potente impatto sulla mentalità sociale e sui punti di vista condivisi.

Già nell’ultimo articolo pubblicato Cesare Brivio ci aveva mostrato come la civiltà delle multinazionali e del consumo di massa ha determinato un certo tipo di femminismo, con l’elaborazione del concetto di uoma (la donna uomo) ma, a mio avviso, se riflettiamo sugli assunti di cui sopra, stiamo andando ad una fase assolutamente ulteriore: che prevede la distruzione finale della famiglia, dei legami personali, genitoriali e parentali creando una società assolutamente atomizzata di individui che, potendo accedere soltanto a beni non durevoli (di consumo e non di consumo che siano), risulteranno in stato di assoluta dipendenza. In questo modo la replica del ciclo di produzione – distruzione – nuova produzione sarà assicurata a tempo indeterminato e senza possibilità di uscita.

Tale sistema economico sta modellando su se stesso la società, incoraggiando e sostenendo tutta una serie di elaborazioni teoriche e situazioni pratiche conseguenti e finalizzate all’atomizzazione sociale e personale.

Dopo la distruzione del Padre, infatti, stiamo assistendo alla distruzione della Madre: è di questi giorni la notizia dell’utilizzo, anche da parte di coppie italiane, dell’utero in affitto e la notizia della realizzazione dell’utero artificiale. Non soltanto, ma è stato reso possibile un aborto selettivo “on demand” perché le caratteristiche del nascituro non erano gradite (il nascituro era di sesso femminile mentre la madre voleva un maschio). E tanto altro…

Queste “evoluzioni” presuppongono la totale scomparsa del concetto di legame personale e sacro per un ordine deontologico superiore che vede semplicemente il numero e la “qualità” dei futuri consumatori – dipendenti: che saranno tutti belli, forti, non si ammaleranno mai e non avranno altri legami al mondo che non siano quello con il sistema – mamma. In altri termini, qualcosa di assolutamente paragonabile al NAZISMO.

Nessuno – in sede politica – sente realmente il bisogno di interrompere la spirale viziosa: il sentire comune ha infatti già elaborato teorie e punti di vista a supporto del trend economico, e la politica (che del sentire comune si nutre, basandosi sui grandi numeri) conseguentemente tace.

Il problema è che lasciando che il sistema continui a funzionare nel modo attuale, con la progressiva e sistematica distruzione del capitale e dei rapporti familiari, le conseguenze a lunga scadenza saranno ben peggiori dell’attuale crisi.

Un ritorno alla famiglia comporterebbe comunque una forte ristrutturazione economica; detto in italiano corrente, si tratterebbe di aggravare (almeno temporaneamente) la crisi già in atto, considerato che il sistema industriale si basa – come dicevamo – sui consumi usa e getta dei singles.

Con questi presupposti, cosa fare? Io sono dell’idea di cominciare a gettare dei granelli nella ruota dentata del postconsumismo. Come dicevo nell’altro post, infatti, la vera rivolta si fa con il portafogli in mano. Iniziamo, ad esempio, a rifiutarci di comprare merci usa e getta e rifutiamo il consumismo. Alla lunga, qualcosa dovrà succedere.

C’è chi ha razionalizzato e teorizzato tutto questo anche in altra forma e partendo da altri presupposti. Il riferimento è a Serge Latouche, autore del libro “Teoria della Decrescita felice”.

La scelta del titolo a mio avviso non è delle più felici, perché può sembrare che Latouche ci voglia portare verso una sorta di sottosviluppo programmato: in realtà, non è affatto così. Io direi, piuttosto, che trattasi di una sorta di reindirizzamento del capitale, degli investimenti e dei consumi verso forme di produzione più stabili e durature nel tempo, il che sarebbe perfettamente coerente con i nostri discorsi.

Ce la farà Serge a influenzare l’opinione pubblica europea? Non lo sappiamo; per il momento vi offriamo il link al movimento che sulle sue teorie è recentemente nato. E buona lettura

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 5 febbraio 2009

Leggo, sull’edizione di ieri del “Corriere della Sera” di un Padre che, molti anni fa, messo di fronte al tritacarne della trimurti separazione – divorzio – affido ha preferito prendere i suoi due bambini e scomparire in una foresta, dove i tre hanno vissuto felicemente per dieci anni facendo gli allevatori di bestiame in una casa auto costruita e corredata da utilities altrettanto auto costruite ed autogestite (pannelli solari, pozzo dell’acqua, etc.).

Dopo dieci lunghi anni, si diceva, questa famiglia di fuggiaschi è stata rintracciata. Il Padre in questione è stato ovviamente messo in prigione per ratto di minore, mentre i bambini (ormai adulti) hanno dichiarato che la loro intenzione è comunque quella di continuare a vivere esattamente come in questi dieci anni.

Condivido in pieno che questo Padre sia stato arrestato, perché esso non rappresenta altro che l’equivalente maschile di quelle donne che sottraggono i figli dal rapporto con il Padre e pertanto, nella stessa misura in cui condanno queste ultime, condanno anche il Padre in questione.

Si faccia la galera che gli spetta, quindi, ma in tutto questo – siccome non è il primo caso del genere di cui giunga notizia – volevo proporre la seguente riflessione: a mio avviso, il disagio di questo e di altri Padri non è legato soltanto alle problematiche derivanti dalla citata trimurti separazione – divorzio – affido, ma investe una sfera più generale. Altrimenti non si spiegherebbe la scelta che ha fatto: le cronache criminali sono infatti letteralmente piene di gente che viene beccata a vivere in clandestinità nelle città o nei centri abitati. E, quindi, perché dare nell’occhio andandosene in campagna a costruire case abusive e pannelli solari?

Il malessere che è in ballo, in realtà, è legato ad un ormai insostenibile esproprio dalle funzioni fondamentali dell’essere umano ad opera di un sistema innaturalmente addomesticante.

Viviamo immersi in un sistema di bisogni artificiali, creati ad arte, le nostre energie non sono più indirizzate verso il soddisfacimento di naturali necessità ed aspirazioni, ma a correre dietro incessantemente a cose che rappresentano la nullità esistenziale ed economica e che però il sistema ci mette di fronte a ritmo continuo, senza che neanche ce ne accorgiamo. E quando parlo del “sistema”, parlo in realtà di quella sorta di “matrix” sociale che ci tiene sotto controllo facendo in modo da espropriarci delle nostre energie, dei nostri soldi e della nostra volontà utilizzando un insieme di convenzioni culturali e di strumenti economico-giuridici, a cominciare proprio da quella trimurti separazione – divorzio – affido che per il sistema è un grandioso affare, come anche avevo sottolineato in questo post. In altri termini, ci muoviamo in questa società come una massa di drogati sotto un potente allucinogeno, che però non sappiamo di aver assunto. Ci troviamo perennemente sotto scacco, completamente legati da situazioni economiche, giuridiche e sociali che non hanno alcuna funzione utile per gli individui (se non che apparentemente) ma servono bensì a tenerci sotto controllo disegnando un preciso “profilo” di consumatore (vedi qui anche in questo caso).

E questa, si badi bene, non è la solita generica filippica contro il consumismo o contro il capitalismo: perché vi dico in tutta sincerità che se ho voglia di comprarmi un qualche costoso giocattolo (tipo una tv da 42 pollici), lo faccio senza pensarci due volte (portafogli permettendo).

E non si tratta neanche di una generica aspirazione ad un vago “ritorno alla natura”, perché vi garantisco, con altrettanta sincerità, che non ho nessuna voglia di rinunciare alle (cospicue) comodità di casa mia.

Il bello è, a mio avviso, che ribellarsi a questa società mammesca creatrice di bisogni (e loro soddisfacitrice, previa rinuncia alla libertà), non comporta alcun tipo di sacrificio, anzi può provocare arricchimento (anche materiale) e ve ne spiego anche i motivi.

Facciamo degli esempi pratici. Delle banalità, immediatamente comprensibili. Ognuno di noi è collegato, in casa propria, alla rete elettrica. Secondo voi, quanto ne abbiamo bisogno? Ragioniamo. Tutte le utilities che abbiamo in casa (dalle lampadine a basso consumo, ai telefonini, ai computer) in realtà funzionano a 12 – 24 volts. Per alimentare tutto questo sarebbe sufficiente un pannello solare (anche piccolo) attaccato ad una batteria di camion. Rapido. Pulito. Indolore. Gli unici elettrodomestici per i quali serve oggettivamente il 220 volts, sono il frigo e la lavatrice: ma sono sicuro che, se un tecnico di buona volontà si mette a studiare il problema, riesce a far funzionare anche questi a 24 volts o con sistemi alternativi.

Allora, con queste premesse, continuate a ritenere così indispensabile stare attaccati alla mammella dell’ENEL con tutto il suo portato di spese per costi di allacciamento, accise, canoni, IVA… e chi più ne ha più ne metta? O, forse, come ritengo io, non vi serve a nulla ma ve lo hanno solo fatto credere?

Altro esempio, altro capitolo. “Il metano vi dà una mano”. Ve la ricordate questa pubblicità, che furoreggiava negli anni 80-90? Bene, qualsiasi tecnico serio vi dirà che le caldaie, tra tutte le macchine termiche, sono quelle più inefficienti: le migliori, quelle di ultima generazione, arrivano al massimo al 30% di efficienza. Ciò vuol dire che su 100 calorie prodotte dalla macchina, soltanto 30 (al massimo) finiscono in casa vostra, le altre se ne vanno in cielo. Orbene, vi sconvolgerebbe sapere, a questo proposito, che una banale stufa a legna ben organizzata può arrivare tranquillamente ad 80-90% di efficienza? E che se casa nostra è adeguatamente ristrutturata non ci sarebbe neanche bisogno di accenderla troppo spesso?

Allora, siamo ancora convinti che il metano ci dà una mano, considerato che il 70% se ne va in cielo e che questo spreco ce lo paghiamo noi (ivi compresi i soliti canoni, accise, IVA, e tutte le altre cazzate che si sono inventati per tenerci sotto botta)?

Gli esempi potrebbero continuare, ma sento già l’obiezione: non è possibile mandare “a legna” e a pannelli solari i condomini delle nostre città. Questo è verissimo. Ma è un’obiezione che mi introduce ad un’altra domanda: ci servono davvero i grandi condomini delle nostre città? O, piuttosto, tra caterve di spese per gestione, manutenzione, assicurazione, ascensore e chi più ne ha più ne metta non sono anch’essi delle trappole? Sostituire i condomini con gruppi di villette comporterebbe certamente una maggiore occupazione di territorio, ma sarebbe un territorio “produttivo” in termini di energia (legna, pannelli solari) e quindi non sprecato.

Passare ad un sistema di vita del genere, chiudendo la porta in faccia a queste finte utilità (in realtà strumenti ricattatori ed allucinogeni) non comporterebbe poi alcun impoverimento ma anzi un arricchimento, non solo umano bensì anche materiale in quanto le nostre energie (ed i nostri soldi) potrebbero essere impiegati altrimenti (magari a comperare la famosa TV da 42 pollici) che non a foraggiare questo spreco di massa utile soltanto a tenerci come schiavi sotto ricatto, incapaci di gestire realmente le nostre vite e perciò mansueti. Pensate alla caterva di bollette, avvisi, raccomandate a/r che vi piombano in casa continuamente. E’ solo paccottiglia, non vi servono. Servono a qualcun altro, interessato – più che al vostro portafogli – a fare in modo di tenervi perennemente occupati e (soprattutto) pre-occupati. Sennò pensate, sennò decidete.

Pensate allo scandalo della raccolta dell’immondizia. Paghiamo delle cospicue tasse per questo servizio, mentre dovrebbero essere loro a pagare noi perché gli cediamo a titolo gratuito delle materie prime (vetro, metalli, etc.) di nostra proprietà. E invece paghiamo, e ve la fanno anche pesare.

Ci sarebbe da dire: signori, da domani i rifiuti alimentari li brucio nella mia stufa, mentre invece carta, metalli e vetro me li vendo (è fattibile, queste materie hanno un prezzo). Conseguentemente, non pagherò più la tassa di smaltimento dei rifiuti, perché come vedete me li smaltisco da me. Rifiutarsi di pagare questa tassa però non è possibile ed il risultato è che io non ho nessun incentivo a fare la raccolta differenziata. Perché dovrei, in fin dei conti? Appellarsi al senso civico per me non basta, perché a mio modo di vedere è lo stato che deve dimostrare per primo di avere senso civico nei confronti dei cittadini, e non mi risulta che ciò accada. E, comunque, non c’è senso civico che tenga (e ci mancherebbe altro) quando io pago per non ottenere nulla mentre non vengo pagato quando invece cedo qualcosa a qualcuno che poi ci guadagna (le varie società di riciclaggio).

Per non parlare del fatto che nelle nostre città la catena distributiva ha ormai raggiunto dei livelli di complicazione e di strutturazione assolutamente inaccettabili: con numerosi passaggi, in ognuno dei quali qualcuno guadagna senza conferire al prodotto alcun valore aggiunto e gravato egli stesso dalla solita caterva di balzelli ed oneri. Non credete che sia giunta l’ora di organizzare dei gruppi di acquisto degni di questo nome? E proprio in nome della libertà di mercato, direi.

A voler studiare fino in fondo la faccenda insomma gli esempi potrebbero essere veramente infiniti. Vi risparmio il capitolo automobile (che da solo comporterebbe un trattato), ma vi invito – per chiudere – a guardare solo per un attimo al settore dell’usa e getta: e per far questo parliamo dell’oggetto più banale che esista, il fazzoletto di carta. Quanti ne usiamo, nella nostra vita? Considerato che un fazzoletto di stoffa può essere usato migliaia di volte, al posto di migliaia di fazzoletti di carta, ne consegue che quest’ultimo rappresenta probabilmente l’oggetto più costoso della storia.

Non è l’oro, non sono i preziosi, non l’uranio, né l’alta tecnologia: l’oggetto più costoso di tutti i tempi è il fazzoletto di carta.

Quando ancora mi radevo, usavo un bellissimo rasoio di ottone (che aveva – ed ha – anche un certo effetto arredante in bagno). Un oggetto bello, costoso, pagato un bel po’. Con le premesse di cui sopra, chi credete che spendesse di più per la propria rasatura? Io, oppure gli affezionati all’usa e getta?

E questo rasoio ce l’ho ancora. Sono quindi più ricco di loro, perché io possiedo un oggetto (che posso riutilizzare quando voglio) e loro invece no. Io, volendo, mi rado pressoché gratis (ci metto solo il sapone), mentre loro sono invece costretti (e non lo sanno) a pagare una specie di tassa sulla rasatura dalla quale io sono esentato.

La chiudo qui, perché veramente questo post si sta dilatando all’inverosimile, ma tanto credo di aver reso il concetto chiaramente. Per ribellarsi a questa società sfruttatrice, parassitaria, creatrice di bisogni ricattatori, è necessario iniziare – e seriamente – a chiudere i giochi con le finte utilità ed il finto progresso di cui siamo circondati, altro che spaccar vetrine.

Studi ed esperimenti su queste tematiche sono in atto ormai in tutto il mondo, e sarà mia cura (nonché mio piacere) riferire sull’andamento.

C’è anche un mio amico architetto, ad esempio, che sta effettuando degli studi per progettare comunità perfettamente autosufficienti dal punto di vista alimentare ed energetico. Vi riferirò anche su questo, man mano che emergeranno i risultati.

Siamo in un sistema di mercato? Bene, allora cominciamo a ragionare con il portafogli in mano, in foresta come in città. E se lo facciamo spassionatamente, senza condizionamenti, con la mente lucida e sgombra, ne possono venire fuori delle belle…

Ne riparliamo, statene certi.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 16  gennaio 2009

Uno dei dati da sempre risaputi è che il single tende a consumare di più rispetto ad una famiglia. Questo elemento è di banale constatazione: una lampadina adopera la stessa energia – ed agli stessi costi – sia che illumini una persona sia che ne illumini quattro.

Questo assunto però diventa molto meno banale se andiamo a vedere il disaggregato dei consumi per capitoli di spesa/quoziente familiare, da cui emergono una serie di dati interessanti che ci dimostrano delle ulteriori verità.

Di tutte le analisi e le tabelle che vengono prodotte continuamente su questo tipo di temi, ho scelto quelle elaborate un po’ di tempo fa (ma sostanzialmente attuali) dalla Camera di Commercio di Milano e che ritengo esemplari per chiarezza, immediatezza e sinteticità della presentazione.

Iniziamo con la tabella n. 1, che ci mostra la struttura dei consumi per numero di componenti del nucleo familiare. Già ad una prima lettura possiamo vedere come, in linea di massima, c’è un aumento incrementale dei consumi per aumento del numero di componenti ma NON un aumento cumulativo e già questo dimostra l’assunto di partenza: i consumi dei componenti di una famiglia, fosse anche una famiglia composta di sole due persone, sono sempre inferiori ai consumi che effettuerebbero i componenti di quella famiglia se vivessero soli. Ma leggiamo con ulteriore attenzione cercando di capirne di più.

Tabella n. 1

La tabella ci mostra che a fronte di un aumento incrementale medio delle voci per numero dei componenti, il capitolo relativo all’abitazione mostra un incremento veramente lievissimo: se ne deduce che la casa, per i single, è costosissima ma richiestissima e contribuisce pertanto a tenere radicalmente alta la domanda e quindi il corso del mercato immobiliare italiano, non a caso il più alto d’Europa malgrado la crisi.

Altre voci, invece, mostrano una netta impennata solo al passaggio da due componenti a tre per nucleo familiare.

Il riferimento è ai capitoli trasporti, tempo libero e istruzione: evidentemente, si tratta di necessità che, in presenza di figli, subiscono una notevole spinta. Provatevi a prenotare una vacanza per una famiglia di quattro persone. Si tratta di una operazione difficile per i tour operator (che devono trovare spazi adeguati) e costosa per le famiglie in questione che quegli spazi se li devono pagare: ed infatti, i tour operator lavorano perlopiù con coppie o single (anche perchè quattro stanze per quattro singles rendono più della stanza da quattro che serve per una coppia con due bambini).

Idem per i trasporti: con bambini al seguito, spostarsi con l’automobile è d’obbligo (e si pongono senza dubbio delle necessità ulteriori di spostamento). Ma mentre una famiglia di quattro persone ne acquisterà una, di automobile, quattro single ne acquisteranno quattro: i trasporti rappresentano quindi un pessimo affare per le famiglie, nella stessa misura in cui le famiglie costituiscono un pessimo affare per l’industria dell’auto.

Proviamo adesso ad approfondire questi elementi andando a vedere, con la successiva tabella n. 2, la ripartizione della spesa non più per numero dei componenti, ma per tipo di nucleo familiare.

Tabella n. 2

Questa seconda tabella, che a sua volta è una specificazione, una diversa aggregazione dei medesimi dati della prima che abbiamo visto, ci mostra le seguenti ulteriori evidenze:

1. se sommate i consumi delle “famiglie monogenitori” (ossia divorziata/o affidatario/a con figli) con i consumi della “persona sola” (single o divorziato/a non affidatario/a) otterrete valori di consumo che sono – per ogni capitolo – in ogni caso maggiori di quelli della “coppia o altra convivenza con figli”. Ossia, dopo il divorzio si consuma globalmente di più rispetto a quando si era in costanza di matrimonio.

Questo vuol dire che per il sistema consumistico il divorzio rappresenta sempre e comunque un ottimo affare (senza contare l’ulteriore indotto in termini di pratiche legali e burocratiche che i separati conoscono bene).

2. i consumi della colonna “coppia o altra convivenza senza figli” sono sempre meno del doppio della colonna “persona sola”, rapporto che peggiora in maniera incrementale in presenza di uno o più figli. Ciò vuol dire che per il sistema consumistico la famiglia – specialmente se con figli – è un pessimo affare mentre il singolo che vive solo rappresenta il massimo della convenienza, seguito a ruota dalla famiglia monogenitore. Quindi: per il sistema consumistico una società di single rappresenta sempre e comunque un ottimo affare.

3. Dato tuttavia che, come ci mostrano le suddette tabelle, i consumi dei singles e dei divorziati sono molto più alti rispetto alle famiglie con figli in costanza di matrimonio, e vista la diffusione di massa di questi fenomeni, ne consegue che siamo ormai in presenza di una società a limitate capacità di risparmio. Se poi accoppiamo quest’ultima informazione con quella relativa al corso dei prezzi immobiliari tenuto artificalmente alto per le considerazioni di cui sopra ecco a voi, signori e signore, la crisi dei mutui che le banche stanno tentando di scaricare sul fisco (aiuti di stato), ossia sul “risparmio forzoso” che ognuno di noi è tenuto a fare per legge: con l’ulteriore effetto di tenere alto il prelievo fiscale e il tasso d’interesse.

Sintesi ultima:

Volete riuscire – in un colpo solo – nel capolavoro di ribellarvi al “sistema” e nel contempo abbassare le tasse, il corso del mercato immobiliare e la costosità dei mutui? Bene, la mossa da fare è questa:

sposatevi, fate due o tre figli e cercate di non divorziare.

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Una società siffatta, "senza padri", nella quale tutti dunque rimangono "figli", é, come dimostrano le cronache, infantile, e sostanzialmente perversa. Perché sia così lo spiego in tutti i miei libri, ma lo faceva già benissimo Sigmund Freud nel 1905, non osando peraltro pensare che le patologie individuali da lui descritte diventassero endemiche, e venissero addirittura promosse dall'organizzazione sociale, attraverso la "rimozione" della figura che nell'essere umano ne impedisce lo sviluppo: il padre, appunto.

...di Oriana Fallaci:

Oh, non mi fraintenda: capisco anche il concetto di paternità. Lo vedrà nel mio romanzo, se farò in tempo a finirlo. Lo capisco così bene che parteggio con tutta l'anima pei padri divorziati che reclamano la custodia del figlio. Condanno i giudici che quel figlio lo affidano all'ex-moglie e basta, e ritengo che nella nostra società oggi si trovino più buoni padri che buone madri. (Segua la cronaca. Quando un padre impazzito ammazza un figlio, ammazza anche sé stesso. Quando una madre impazzita ammazza un figlio, non si ammazza affatto e va dal parrucchiere)

...di Alain Minc:

Alla parola parità, i deputati si mettono sull'attenti. Alla parola donna, tremano. Il vostro potere è assoluto: i parlamentari cercano di anticipare i vostri desideri, come i cortigiani di un Luigi XIV o di un Napoleone

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in città, la popolazione di fede cristiana usa pregare in questo modo:

Ave Giuseppe, pieno di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetto fra gli uomini, e benedetto è il frutto del seno della tua Sposa, Gesù. Ave Giuseppe, padre putativo di Cristo, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

in città, la popolazione di fede islamica ama ricordare nelle proprie proghiere il versetto 33 della sura XXXI (Luqmân):

Uomini, temete il vostro Signore e paventate il Giorno in cui il padre non
potrà soddisfare il figlio né il figlio potrà soddisfare il padre in alcunché. La
promessa di Allah è verità. Badate che non vi inganni la vita terrena e non vi
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