E’ apparsa sulla rubrica “donne” dell’Unità una intervista (incollata in calce) con Nicla Vassallo, docente di filosofia teoretica all’Università di Genova, in occasione dell’inaugurazione a palazzo Ducale della mostra fotografica «Non ho mai subito violenze. È vero?». Autrice del pezzo, Federica Fantozzi.

 Ho letto e riletto l’intervista  e vogliamo commentarla perché credo che sia paradigmatica di una certa mentalità  ma credo anche che rappresenti l’apogeo e al contempo il segnale del prossimo esaurimento di un preciso ciclo storico.

L’intervista si apre con il riconoscimento che la violenza non è solo sulle donne, e non è solo da parte maschile. Concetto che da parte nostra è acquisito da un pezzo, benché non lo sia affatto per la vulgata corrente: e questo riconoscimento rappresenta sicuramente un merito della Vassallo.

Ma, aggiungiamo noi,  è perfettamente inutile puntare lo sguardo verso un oggetto se lo si fa con tre paia di occhiali nero seppia, ed è proprio questa l’operazione dell’insigne studiosa, che poi ripercorre inevitabilmente,  automaticamente,  i peggiori cliché: dall’aguzzino con le chiavi di casa,  alla casalinga disperata che viene sottomessa dal marito più  forte economicamente, alla società cattiva che offre alla donna soltanto i modelli della bellona oca o della madre santa.

Insomma, si raggiunge il massimo del ciarpame ideologico, che ignora completamente i dati della realtà effettuale: ossia che l’aguzzino con le chiavi di casa viene assolto per l’80% dai reati a lui ascritti malgrado la nota inversione dell’onere della prova (assoluzioni che salgono al 94% nelle cause di separazione e divorzio, chissà perché) e si è dovuto ricorrere all’infame quanto taroccato studio ISTAT del 2006 per “dimostrare” che è ancora un aguzzino; che la casalinga disperata della vassalli ha tutti i poteri (non dico i diritti, attenzione, dico i poteri) di ridurre sul lastrico suo marito; che gli opposti stereotipi della donna oca ed avvenente o della madre santa si rintracciano ormai solo nei discorsi delle donne tra donne per donne (dal punto di vista maschile: ci stiano alla larga entrambe)…

Ma l’aspetto innovativo dell’intervista, quello su cui mi volevo soffermare,  è che l’insigne studiosa,  non paga di tutte queste banalità ottocentesche, ci propina una nuova fattispecie di violenza: la violenza conoscitiva, che consisterebbe nel non permettere alla donna di prendere coscienza… delle suddette violenze. 

Insomma, eravamo rimasti all’assunto che una donna può determinare unilateralmente se ha subìto violenza, ora scopriamo che anche nel caso che una donna ritenga di non averla subìta, lo dice perché… ha subìto una violenza ancora più sottile.

L’arsenale dell’odio di genere si sta arricchendo pertanto di una nuova arma, ancora più evanescente ed indistinta delle altre, un velo capolavoro linguistico e filologico così raffinato, così evoluto che definirlo non è difficile, è impossibile.  E pazienza se tutto ciò mette le donne stesse nella condizione di minus habens: in nome dell’ideologia si sono fatti sacrifici ben peggiori di questo, le donne si accontentino.

E’ proprio questa a mio avviso la novità offerta dal pezzo in questione, ossia che per sostenere l’insostenibile si debba ricorrere ad un concetto che rappresenta il distillato del distillato di tutto ciò che è stato elaborato finora: qualcosa che, siccome è totalmente impossibile da definire oggettivamente,  diviene matematicamente incontestabile.

E questo, secondo me, rappresenta la spia che una certa cultura, quella della lotta di classe fra generi,  ha raggiunto il suo apogeo ma anche  la sua massima fragilità, la sua completa inconsistenza.

La dico francamente: tutto ciò non suona soltanto assurdo, ma anche – e soprattutto – profondamente  ridicolo.

Una risata vi sta già seppellendo, solo che ancora non lo sapete.     

Di seguito, vi lascio incollata l’intervista con la Vassalli.

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«Dopo secoli, la donna reale per la società ancora non conta»

di Federica Fantozzi 

Nicla Vassallo, docente di filosofia teoretica all’Università di Genova, ha inaugurato ieri a palazzo Ducale la mostra fotografica «Non ho mai subito violenze. È vero?», progetto da lei ideato per la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Ha senso questo appuntamento? O gli anni passano in dibattiti mentre la violenza non smette?

«È utile che esista una giornata contro i molti tipi di violenza che non è solo sessuale nè solo maschile. Il problema è che ci si riduce a grandi dichiarazioni, e sennò se ne parla in modo strumentale. I media hanno dato risalto alla violenza degli extracomunitari.Mail dato impressionante è che il contesto in cui avviene la maggioranza delle aggressioni è familiare».

Spesso l’aguzzino ha le chiavi di casa. È un problema, allora, di sicurezza sociale o una questione culturale?

«Un problema di sicurezza c’è, non lo contesto. Ma chi non ha gli strumenti per difendersi da certa propaganda è messo in condizione di temere lo straniero anziché il valicare lo zerbino di casa».

La violenza non è solo sessuale o maschile. Che faccia può avere?

«L’idea che le donne non siano violente per definizione è falsa. Pensiamo alle kapò naziste ieri e a quelle che gestiscono il racket della prostituzione oggi».

Chi gestisce un racket lo fa per motivi economici. È sempre abietto, ma non rientra in una casistica diversa?
«È difficile definire i motivi economici. Si rischia di giustificare quasi tutti i tipi di violenza: il marito che stupra la casalinga perché la considera inferiore, o se ha una posizione economica meno buona perché si sente infragilito. Come la motivazione biologica dell’uomo cacciatore rispetto alla donna passiva. Come esseri evoluti avremmo dovuto sviluppare una cultura dove la violenza è sempre fuori luogo».

Le donne sbagliano qualcosa? Subiscono troppo?

«C’è una società molto rassegnata che trasferisce alle donne immagini e stereotipi pericolosi. Uguali a quelli di una volta. la bellona seminuda e oca, o la Madonna ligia e madre di famiglia. Dopo secoli, la donna concreta si trova ancora di fronte a questo bivio.Mahaunmargine di scelta limitato».

Perché?

«Non conta se è un individuo che riflette su se stesso, che ha conquistato un buon rapporto con sé e gli altri uomini e donne. Considerarla una persona al di là del sesso di appartenenza interessa poco la società ».

I figli: molla per reagire o pretesto per sopportare?

«Dipende dalla donna e dal partner. E da come e quanto i figli sono stati desiderati, intesi, amati».

Quale violenza è la più nociva?
«Tutte. Quelle sessuali lasciano un segno indelebile, di quelle psicologiche siamo meno consapevoli. Tutto parte da una violenza di tipo conoscitivo: negarle consapevolezza di sé come essere che merita dignità. Così nonsanno valorizzarsi, credono di dover usare scorciatoie per raggiungere gli obiettivi».

Una donna che usa scorciatoie per acquisire potere e successo è vittima o libera?
«C’è molta ignoranza, e c’è anche chi ama molto il potere e lo sceglie. Ma alla fine, il problema è che la società sottovaluta e svalorizza le competenze. Così manca in uomini e donne la cognizione che a certi traguardi si arriva con il sapere, e allora si pensa alle scorciatoie».

La prima cosa che una vittima di violenza deve fare rispetto a se stessa?

«Ammetterla, non sminuire il trauma nè giustificare l’autore. Dirsi “beh, non è stato così grave” è umano ma sbagliato».

2 com
articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 11 agosto 2009

Alle scuole elementari, livello che un professore si suppone debba aver superato, mi hanno insegnato che quando si ritiene che una categoria umana sia strutturalmente inferiore ad un’altra, e specialmente se per motivi biologici, si incorre in qualcosa chiamato razzismo.

In procinto di andare in vacanza (avevo appena preparato il post di fine anno che verrà pubblicato automaticamente lunedì 17 agosto) un simpatico articolo uscito su “Repubblica” a firma di Umberto Veronesi mi ha costretto a riprendere la penna in mano per riaffermare il principio di cui sopra, principio che potrebbe sembrare acquisito ma che, evidentemente, acquisito non è.

Non voglio lasciare in questa sede il link a detto articolo, perché non voglio incrementare in nessun modo il traffico di “Repubblica”. Nè voglio procedere ad alcuna confutazione dell’articolo in questione, perché con il razzismo non si può e non si deve ragionare.

Voglio fare piuttosto un gioco. Ve lo incollo qui sotto in due versioni: dapprima in originale e poi, successivamente di seguito, in una nuova versione del tutto identica nel testo salvo sostituire la parola “uomini” con la parola “ebrei”, “donne” con “ariani”, “sessi” con “razze”.

Così, tanto per vedere che effetto fa.

Aggiungo soltanto una considerazione: quando le facoltà mentali cominciano a vacillare la decenza consiglierebbe di andarsene in pensione, se non altro per tutelare il buon nome pazientemente costruito con decenni di ricerche serie, onde evitare che una uscita cretina ed idiota possa danneggiarlo. Tra l’altro è pure scritto male, pieno di ripetizioni ossessive e sgrammaticato; cosa che potremmo anche aspettarci da un signor Veronesi ma non dagli editor di Repubblica (i quali evidentemente non hanno nemmeno le basi del mestiere che credono di fare).

E adesso ecco le due versioni dell’articolo. Buone vacanze.

Carlo

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VERSIONE ORIGINALE DEL SIGNOR VERONESI

La conquista della Ru486 e la forza delle donne

Repubblica — 10 agosto 2009 pagina 1 sezione: PRIMA PAGINA

LE DONNE non si fermano: la vittoria dell’ approvazione della Ru486 è parte di un progetto non scritto di affermazione del loro futuro ruolo. La forza delle donne non è riportata nei manuali di storia o di filosofia, perché il pensiero femminile vive dentro gli avvenimenti, spesso nascosto dietro il nome di un uomo. PER secoli le donne hanno silenziosamente influenzato il progresso civile e hanno determinato l’ evoluzione culturale con l’ azione più che con la teoria. A volte il loro contributo è stato idealizzato, ed eccole Angeli, altre invece è stato demonizzato, ed eccole Streghe. E hanno pagato un caro prezzo, nel passato, per questa loro condizione di debolezza: quante povere ragazze (in genere con disturbi mentali) sono state arse vive perché possedute dal Demonio? Ed ancora oggi il 90% degli omicidi sono di mano maschile, ma la grande maggioranza delle vittime sono donne. Siamo, per questo aspetto, una società primordiale, in cui gli uomini (più forti) uccidono le donne (più deboli). Ma in una società del futuro, con regole evolute di convivenza civile, l’ aggressività maschile, necessaria alle origini per procurare sostegno alla famiglia, sarà sempre più di peso e di impaccio. L’ uomo non sa e non può liberare la propria aggressività e spesso la rivolge contro se stesso: la grande maggioranza dei suicidi sono maschili. Le donne non uccidono e non si uccidono. La mia professione di “medico delle donne” mi ha insegnato l’ arte di leggere nell’ agire delle donne. Le ho viste affrontare con forza i momenti di debolezza, guardare in faccia il dolore e farne un’ occasione di rinascita. Le ho viste fare rivoluzioni e ricomporre armonie. Quando si scatena il caos è la donna che riporta l’ ordine: nei pensieri, nei rapporti umani, nell’ ambiente e nella società. Sono diventato un estimatore profondo del pensiero femminile, per molti aspetti superiore a quello maschile, e mi sono convinto che la parità fra sessi non è una scelta, ma è una realtà storicamente inarrestabile. Il problema è come realizzarla concretamentee come darle una veste ufficiale. E qui c’ è un bisticcio di fondo da risolvere. Quanti ruoli può giocare oggi una donna ? Se sarà pari all’ uomo nei ruoli decisionali, che farà della sua necessità biologica di procreare e accudire i suoi figli? Se davvero vogliamo che le donne pensino ad avere successo in politica o nelle carriere pubbliche, dobbiamo risolvere alla radice la questione del doppio carico che pesa sulle loro spalle. La soluzione non può essere quella di espropriare le donne della loro femminilità, ma è certo che una conquista razionale attende le donne di questa generazione: ridisegnare i propri spazi e decidere come conciliare l’ impegno sociale con l’ impegno procreatvo. Ovviamente la società, attualmente ancora maschilista con cadute nel “machismo”, dovrà fare la sua parte. Ma è la donna che dovrà scegliere e ridefinirsi. Certamente il percorso è a ostacoli: alcuni si supereranno, come il diritto all’ interruzione di una gravidanza non voluta con metodiche meno traumatiche, quale appunto la Ru486; altri no, come il diritto alla fecondazione assistita. Io sono per la soluzione massimalista: le donne al pari dell’ uomo, senza mezze misure. Il loro potenziale intellettuale è enorme e sottoutilizzato: siamo sei miliardi sulla Terra, ma le menti impegnate a sfruttarne le ricchezze, mantenendone gli equilibri, sono meno della metà. Ora tocca alle donne, e io non ho dubbi che il futuro sia nelle loro mani. Anche per una ragione biologica. La parità dei ruoli sociali ha portato progressivamente ad una parità sessuale. Nella parità, tuttavia, la donna è avvantaggiata dal punto di vista biologico perché l’ attività procreativa è femminile. Già oggi una donna può avere un figlio senza scegliere un padre, basta che si rivolga a una banca per la fecondazione. Invece se un uomo vuole un figlio, ha bisogno di una donna disposta ad accogliere il seme nel suo utero e portare a termine una gravidanza. Se poi in futuro si arrivasse alla clonazione, la superiorità femminile sarà ancora più evidente : la donna può clonare se stessa e l’ uomo no. Non è assurdo allora prevedere un futuro prevalentemente al femminile , come già avviene in natura in altre comunità. Natura e cultura ci indicano con coerenza che la donna è la protagonista della prossima era e che non sarà certo fermata dalle difficoltà a procedere, come quelle attuali . Non c’ è da temere: le donne non si fermano. – UMBERTO VERONESI

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VERSIONE DELL’ARTICOLO SOSTITUENDO LA PAROLA “UOMINI” CON LA PAROLA “EBREI”, LA PAROLA “DONNE” CON LA PAROLA “ARIANI”, LA PAROLA “SESSI” CON LA PAROLA “RAZZE” (e lemmi derivati)

 La conquista della Ru486 e la forza degli ariani

Repubblica — 10 agosto 2009 pagina 1 sezione: PRIMA PAGINA

GLI ARIANI non si fermano: la vittoria dell’ approvazione della Ru486 è parte di un progetto non scritto di affermazione del loro futuro ruolo. La forza degli ariani non è riportata nei manuali di storia o di filosofia, perché il pensiero ariano vive dentro gli avvenimenti, spesso nascosto dietro il nome di un ebreo. PER secoli gli ariani hanno silenziosamente influenzato il progresso civile e hanno determinato l’ evoluzione culturale con l’ azione più che con la teoria. A volte il loro contributo è stato idealizzato, ed eccoli Angeli, altre invece è stato demonizzato, ed eccoli Stregoni. E hanno pagato un caro prezzo, nel passato, per questa loro condizione di debolezza: quanti poveri ariani (in genere con disturbi mentali) sono stati arsi vivi perché posseduti dal Demonio? Ed ancora oggi il 90% degli omicidi sono di mano ebraica, ma la grande maggioranza delle vittime sono ariani. Siamo, per questo aspetto, una società primordiale, in cui gli ebrei (più forti) uccidono gli ariani (più deboli). Ma in una società del futuro, con regole evolute di convivenza civile, l’ aggressività ebraica sarà sempre più di peso e di impaccio. L’ ebreo non sa e non può liberare la propria aggressività e spesso la rivolge contro se stesso: la grande maggioranza dei suicidi sono ebraici. Gli ariani non uccidono e non si uccidono. La mia professione di “medico degli ariani” mi ha insegnato l’ arte di leggere nell’ agire degli ariani. Li ho visti affrontare con forza i momenti di debolezza, guardare in faccia il dolore e farne un’ occasione di rinascita. Li ho visti fare rivoluzioni e ricomporre armonie. Quando si scatena il caos è l’ariano che riporta l’ ordine: nei pensieri, nei rapporti umani, nell’ ambiente e nella società. Sono diventato un estimatore profondo del pensiero ariano, per molti aspetti superiore a quello ebraico, e mi sono convinto che la parità fra le razze non è una scelta, ma è una realtà storicamente inarrestabile. Il problema è come realizzarla concretamentee come darle una veste ufficiale. E qui c’ è un bisticcio di fondo da risolvere. Quanti ruoli può giocare oggi un ariano ? Se sarà pari all’ ebreo nei ruoli decisionali, che farà della sua necessità biologica di procreare e accudire i suoi figli? Se davvero vogliamo che gli ariani pensino ad avere successo in politica o nelle carriere pubbliche, dobbiamo risolvere alla radice la questione del doppio carico che pesa sulle loro spalle. La soluzione non può essere quella di espropriare gli ariani della loro purezza razziale, ma è certo che una conquista razionale attende gli ariani di questa generazione: ridisegnare i propri spazi e decidere come conciliare l’ impegno sociale con l’ impegno procreatvo. Ovviamente la società, attualmente ancora ebraica con cadute nel “sionismo”, dovrà fare la sua parte. Ma è l’ariano che dovrà scegliere e ridefinirsi. Certamente il percorso è a ostacoli: alcuni si supereranno, come il diritto all’ interruzione di una gravidanza non voluta con metodiche meno traumatiche, quale appunto la Ru486; altri no, come il diritto alla fecondazione assistita. Io sono per la soluzione massimalista: glia riani al pari dell’ebreo, senza mezze misure. Il loro potenziale intellettuale è enorme e sottoutilizzato: siamo sei miliardi sulla Terra, ma le menti impegnate a sfruttarne le ricchezze, mantenendone gli equilibri, sono meno della metà. Ora tocca agli ariani, e io non ho dubbi che il futuro sia nelle loro mani. Anche per una ragione biologica. La parità dei ruoli sociali ha portato progressivamente ad una parità razziale. Nella parità, tuttavia, l’ariano è avvantaggiato. Già oggi un ariano può avere un figlio senza scegliere un padre, basta che si rivolga a una banca per la fecondazione. Invece se un ebreo vuole un figlio, ha bisogno di un ariano disposto ad accogliere il seme nel suo utero e portare a termine una gravidanza. Se poi in futuro si arrivasse alla clonazione, la superiorità ariana sarà ancora più evidente. Non è assurdo allora prevedere un futuro prevalentemente ariano. Natura e cultura ci indicano con coerenza che l’ariano è protagonista della prossima era e che non sarà certo fermato dalle difficoltà a procedere, come quelle attuali . Non c’ è da temere: gli ariani non si fermano. – UMBERTO VERONESI

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 29 ottobre 2008

Ho visto con mio grande sgomento la pubblicità de “L’Unità” in occasione del suo cambio di formato e nuova gestione a firma di Concita de Gregorio. L’immagine, per chi non riuscisse a visualizzarla, altro non è che un sedere in minigonna dalla cui tasca spunta una copia del giornale in questione, il tutto costellato da aggettivi mirabolanti. Della ragazza non è dato di vedere il viso né altro: soltanto il suo deretano.

 E’ un evento che dà dispiacere, perché comunque la si pensi l’Unità è stato uno dei grandi giornali di questo paese ed ha contribuito non poco alla nostra storia. Vedere ridotto ad un culo esibito quello che fu il quotidiano di milioni di contadini ed operai è indice dei tempi che stiamo attraversando ed è perlomeno triste.

 Niente di nuovo comunque sotto il sole: la provocazione erotica più o meno esplicita costituisce ormai il substrato quasi “naturale” del settore pubblicitario. Tempo addietro mi ricordo addirittura di aver visto un noto antipiretico da banco a base di acido acetilsalicilico pubblicizzato da un sedere completamente nudo. Che cosa c’entri la febbre con il didietro, questo non lo so (e non lo voglio sapere – a meno di non scadere a battute da caserma).

 Con questi precedenti, il caso de “L’Unità” sembrerebbe decisamente più veniale, ma c’è un “ma”. Come affermavo in questo recente post, credo che sia abbastanza assurdo che questa sorta di trionfo di provocazioni sessuali spicciole continue sia attribuibile semplicemente a noi uomini ed alle nostre pretese di sfruttamento del corpo femminile.

 L’Unità infatti non è certo un giornale maschilista, anzi, come pubblicazione di sinistra ha sempre portato avanti battaglie in favore delle donne. Tra l’altro, come dicevamo, attualmente ha anche una direzione al femminile che su certe tematiche ha le idee molto chiare: la brava Concita de Gregorio ha dichiarato infatti in un’intervista che “la differenza tra uomini e donne è che se una donna ha una tazza di caffè bollente in mano la va a posare anche rischiando di scottarsi, gli uomini la fanno cadere”. Sul perché, poi, sia preferibile procurarsi una fastidiosa scottatura alle dita piuttosto che asciugare un pavimento, questo Concita non ce lo dice, ma tant’è. E allora?

 E allora, tornando a bomba, per sintetizzare e concludere: c’è un noto giornale di sinistra con simpatie femministe, diretto da una donna, che come lancio pubblicitario non riesce a tirar fuori altro che un culo. Allora, siamo ancora dell’idea che questa storia dello sfruttamento e dell’abuso del corpo femminile è semplicemente colpa degli uomini, o piuttosto in questi casi e tanti altri casi siamo in presenza, come io penso, di provocazioni e sfide di donne tra donne (e quindi dell’abuso dell’immagine femminile da parte del femminile stesso), indipendentemente dal pensiero politico?

 D’altronde, basta sfogliare i periodici per il gentil sesso e vedere che tipo di fotografia (pubblicitaria e non) si pubblica…

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 19 settembre 2008

E’ di questi giorni la notizia che si sta rafforzando ulteriormente l’inarrestabile trend di crescita nelle vendite del test di paternità, per il quale si parlava di boom già da parecchi mesi. Così come si rafforza la tendenza per cui a procurarsi il prezioso kit sono soprattutto le donne.

Sapere tutto, sapere tutta la verità sul padre di nostro figlio è diventata un’ossessione che coinvolge prima di tutto il sesso femminile, benché i risultati di questa verifica siano spesso amari visto che il 20% dei test restituisce esito negativo.

Ma cosa cambia tra il prima e il dopo?

Non so quali siano gli intenti e i sentimenti delle Madri in questa ricerca, ma so bene che per un uomo un eventuale esito negativo costituisce fonte di dolore ed umiliazione a livelli intollerabili, una lacerazione insanabile nei rapporti con la nostra compagna e spesso anche con l’incolpevole figlio, secondo un primordiale istinto di sopravvivenza che sfugge completamente al vaglio della psicologia.

Terribile, soprattutto, la situazione della prole in questione che rischia, se viene a sapere la verità, di dover passare attraverso la paura (o la realtà) spaventosa del rifiuto, paura che può persistere anche dopo le eventuali rassicurazioni del Padre tradito circa l’irrevocabilità del proprio amore.

Sono sentimenti profondissimi che vengono messi in movimento e che ci indicano con pochi dubbi che alla fine quello che è veramente in gioco è il riconoscimento, ossia quella serie di comportamenti (che vanno ben oltre alle dichiarazioni esplicite e che possono anche prescindere dalla sfera “biologica”) con i quali un Padre “attesta” che il suo naturale proseguimento nella vita è quel bambino (o quei bambini) lì e nessun altro (altri): uno step determinante a definire la nostra identità ed a conferirci la necessaria centratura nella vita.

Con il Padre si può litigare furiosamente, si possono disprezzare profondamente le sue idee e i suoi stili di vita ma c’è sempre questo discrimine in agguato, e che può avere soltanto un esito binario: si/no. Noi ci apparteniamo, oppure no. Può essere un’appartenenza sofferta come una prigione, ma o c’è oppure non c’è: ed in quest’ultimo caso sono guai.

La letteratura mondiale e le storie di vita con cui veniamo variamente a contatto[1] ci offrono infatti infiniti esempi di questo dramma del rifiuto paterno sul quale si potrebbe scrivere un’intera enciclopedia, cosa che però lascio fare prudentemente ad altri, più qualificati del sottoscritto[2].

Vorrei solo concludere con l’interrogativo di partenza: perché le donne acquistano il test? Semplice ansia di verità? Oppure, come ha suggerito qualche malizioso nel forum, essere informate prima del compagno in modo da prevenirne le eventuali mosse?[3] O, forse, come anche ha ipotizzato qualche altro buontempone, sapere con precisione a chi chiedere gli alimenti?[4]

Personalmente non aderisco a nessuna di queste spiegazioni preconcette; ho il sospetto invece che alla fine il rapporto di paternità (sotto ogni profilo) sia importante anche per loro, benché non tutte lo sappiano.

Però, se così fosse, prima o poi qualcuno glielo dovrà dire.

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[1] Solo un paio di esempi. Il primo è tratto da yahoo answers. Scrive una lettrice (copia-incolla): “ieri mio filgio ha avuto la sua prima delusione vera,non mi scorderò mai le sue lacrime.so che voi di answer siete sensibili e mi aiuterete a capire.ieri sera ci eravamo vestiti di tutto punto xchè il padre ci doveva portare a mangiare la pizza,non è mai venuto e il telfono era spento,mio figlio ha pianto di dolore,di un dolore atroce,e mi chiedeva….mamma xchè non è venuto’io non gli ho fatto nulla?mamma xchè lui fa così che io sono sempre gentile?l’ho rassicurato tra le ie braccia x molti minuti e si è calmato,dopo abbiamo anche parlato insieme,xchè volevo che tirasse fuori la sua rabbia e la tristezza.ma che idea si farà il mio bimbo della figura maschile a cui lui appartiene? aiutatemi.” Non abbiamo idea di cosa abbia generato un tale comportamento da parte del Padre del bimbo, per quello che sappiamo potrebbe anche essere stata una foratura in autostrada: ma, certamente, abbiamo un’idea molto precisa di quello che stesse provando il bimbo in questione. Il secondo esempio, un po’ più a lieto fine, è invece tratto (anche qui copia – incolla) dal forum alfemminile.com. Scrive una lettrice: “l’ultima volta che ho visto il mio ex marito è stato quando ho portato il bambino a casa sua per il fine settimana che gli spettava, il bambino quando si è reso conto che stavo per andare via e che sarebbe dovuto restare dal padre ha iniziato a piangere e si è attaccato a me dicendo che non ci voleva stare (come del resto succedeva sempre, ma poi passati cinque minuti mi diceva che il bambino si divertiva), suo padre oltre a urlargli che era uno stupido e sua madre una deficiente, gli prometteva punizioni per quel comportamento, non gli ha risparmiato una sculacciata, urlava di toglierci dalle ***** e che non voleva più vederci, ha iniziato a strattonarlo a quel punto ho preso il bambino e l’ho portato via. da allora sono passate 4 settimane non ha più chiamato.” Molto probabilmente il Padre in questione non si è reso conto che la ritrosia del bimbo a stare con lui non era diretta contro la sua persona, ma contro l’idea di vederlo separatamente e in un contesto conflittuale con la madre. Lo testimonia lo svolgimento stesso del “lieto fine” (le virgolette sono d’obbligo) circa il quale ci informa la stessa lettrice alcuni giorni dopo: “ …ieri alle 11 mi ha chiamato e mi ha detto che stava venendo a prendere il cucciolo, E’ RINSAVITO!!!! figuriamoci, è venuto ha fatto pace con Filippo gli ha detto; “vieni e sgrida papà!” il bambino è andato da lui si sono abbaracciati e io ho salutato in fretta e sono andata via, la sera quando lo ha riportato ho capito cosa ha in mente, forse ha capito che ha bisogno di vedere Filippo”…
[2] Non oso nemmeno proporre una bibliografia degna di questo nome, tanto è sterminato il campo in questione. Posso però indicare alcune interessanti letture che secondo me aiutano ad introdurre il problema: “Ricordi, sogni, riflessioni” di C. G. Jung, raccolti ed editi da Aniela Jaffé, Milano, Rizzoli, 1978; C. G.Jung, “Conflitti dell’anima infantile”, in Lo sviluppo della personalità, Opere, Vol. 17 nonché “Simboli della trasformazione”, sempre C. G. Jung, Opere, Vol. 5, Torino, Boringhieri. 1991. Oltre, ovviamente agli scritti di Margaret Mahler, per il punto di vista freudiano in merito. Chi volesse invece chiarirsi le idee con qualcosa di più attuale, si legga l’opera omnia di Claudio Risè e non può sbagliare (tutta, però, mi raccomando).
[3] Attualmente, il test di paternità ai fini del divorzio con colpa è ammesso solo con il consenso esplicito della madre del minore, oppure da parte del tribunale se siano stati accertati indizi rilevanti di infedeltà coniugale. In altri termini, conoscendo già da prima i risultati dell’eventuale test, la madre potrà o meno rifiutare il proprio consenso. Per approfondire, vedasi: Sentenza n. 266 del 06/07/06 e Ordinanza n. 135/2007 della Corte Costituzionale ma anche Cassazione civile , sez. I, sentenza 25.02.2005 n° 4090
[4] Secondo legge e giurisprudenza, un uomo può sempre essere citato in giudizio per il riconoscimento della paternità, sottoposto ad esame del DNA e, qualora tale paternità fosse dimostrata, essere condannato al pagamento di alimenti e prebende varie anche se tale paternità è indesiderata o addirittura sconosciuta. Vedasi artt. 269 c.c., Cass. 1301/82, in Foro Italiano , 1982, I, 1928; Cass. 2763/83 in Giur. It . , 1983, I, 1072; Cass. 6015/85 in Mass. Giur. It., I, 1985 ma soprattutto Sentenza della Corte Costituzionale n. 70 del 1965 specialmente nella parte in cui si afferma che “ è chiaro che la ricerca della paternità viene così considerata come una forma fondamentale di tutela giuridica dei figli nati fuori del matrimonio, e, come tale, è fatta oggetto di garanzia costituzionale “. Last but not least, in occasione della riforma del diritto di famiglia del 1975 la revisione dell’art. 274 cc dette origine ad una giurisprudenza secondo la quale interpretando in senso estensivo le circostanze la cui sussistenza è necessaria per l’ammissibilità dell’azione di riconoscimento di paternità, alla stregua di criteri di verosimiglianza e non di certezza, riteneva sufficiente addirittura la dichiarazione della madre supportata dal fumus boni iuris (così Cass., 151/1998, 2346/19994, 5663/1995, 7742/1995).
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da Gaetano Giordano, Psicanalista e psicoterapeuta in Roma, riceviamo e volentieri pubblichiamo un incisivo articolo in materia.

Di seguito all’intervento di Gaetano  si allega l’intervista originale al PM Barbara Bresci da cui sono state tratte le sue considerazioni.

Buona lettura.

Carlo Zijno


di: Gaetano Giordano

Barbara Bresci è il magistrato di Sanremo che ha aperto il più alto numero di fascicoli per stalking.

Ammette in questa intervista un dato: che che “molte vittime non sono tali, e sempre più spesso si ricorre alla querela del coniuge o del convivente per risolvere a proprio favore i contenziosi civili per l’affidamento dei figli o per l’assegno di mantenimento”.

Ciò nondimeno dichiara che ciò non significa che la legge sia sbagliata: “C’era e c’è un grande bisogno di norme a tutela delle donne. Significa però che occorre modificare la legge sullo stalking e integrarla, fornendo alle procure strumenti interpretativi più univoci ed efficaci. Aggiungerei anche un altro suggerimento. Quello di introdurre la procedibilità d’ufficio. In questo modo si creerebbero le condizioni per favorire una pre-selezione delle denunce. Insomma, una sorta di deterrente nei confronti di chi intende strumentalizzare lo stalking.”
Di applicare il reato di calunnia, o comunque di creare una legge che tuteli gli uomini da QUESTA FORMA DI STALKING, non se ne parla neppure, ovviamente…

Gaetano Giordano

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Intervista integrale a Barbara Bresci:

«Stalking, legge giusta ma poco incisiva»
25 novembre 2009
  fabio pin
Il Secolo XIX

«Bene ha fatto il legislatore a colmare un vuoto che penalizzava le vittime, tuttavia la norma sullo stalking resta generica e incompleta. E, soprattutto, appaiono difficilmente inquadrabili le condotte che configurano il reato. Senza contare i limiti procedurali: fatta eccezione per alcune fattispecie riconducibili a specifiche aggravanti, l’azione penale può essere avviata solo su querela di parte». A parlare è il pm Barbara Bresci, titolare del maggior numero di fascicoli per stalking aperti dalla Procura di Sanremo.
Pubblico ministero a Sanremo dal luglio del 2006, la dottoressa Barbara Bresci è il magistrato che dall’introduzione del nuovo reato nel nostro ordinamento (febbraio 2009), ha aperto il più alto numero di fascicoli per stalking.
«Eviterei di personalizzare. Meglio illustrare l’argomento attraverso le statistiche che registra complessivamente la Procura di Sanremo,. Statistiche che dicono che dall’applicazione della legge, ovvero negli ultimi otto mesi, sono stati avviati più di sessanta procedimenti, con una media di due denunce a settimana. Non ho idea se si tratti o meno di un record, certo è che i casi sono molti e impegnano in modo crescente i nostri uffici e la polizia giudiziaria».

In cosa consiste la «genericità» della norma?
«Significa che le procure sono costrette a interpretare la legge, con il rischio di concedere troppo spazio alla discrezionalità. Mi spiego. Il legislatore stabilisce che i presupposti che configurano il reato di stalking sono sostanzialmente tre, ovvero che la presunta vittima, a seguito di pressioni, persecuzioni, minacce, violenze e quant’altro, viva una condizione di ansia, abbia timore per la propria incolumità e che a causa delle condotte dello “stalker” venga costretta a modificare le sue abitudini di vita e di relazione. Inoltre, la legge parla di condotte reiterate, senza fornire parametri di riferimento precisi e omogenei. In questo modo diventa difficile inquadrare lo stalking e diversificare il reato rispetto alle singole contestazioni di molestie e maltrattamenti in famiglia. Per non parlare, poi, dei rischi di strumentalizzazione della giustizia penale, che aumentano in maniera proporzionale all’incremento dei fascicoli per stalking».
Vuole dire che molte vittime non sono tali?
«Spiace constatarlo, ma è così. Sempre più spesso si ricorre alla querela del coniuge o del convivente per risolvere a proprio favore i contenziosi civili per l’affidamento dei figli o per l’assegno di mantenimento. Non sono rari i casi che, a controversia sanata, le querele vengano rimesse, con buona pace per le risorse professionali ed economiche investite dagli inquirenti allo scopo di istruire i fascicoli e raccogliere gli elementi probatori a carico degli indagati».
Ciò non significa che la legge sia sbagliata, o meglio che siano sbagliati i valori che l’hanno ispirata.
«Naturalmente no. Lo ripeto c’era e c’è un grande bisogno di norme a tutela delle donne. Significa però che occorre modificare la legge sullo stalking e integrarla, fornendo alle procure strumenti interpretativi più univoci ed efficaci. Aggiungerei anche un altro suggerimento. Quello di introdurre la procedibilità d’ufficio. In questo modo si creerebbero le condizioni per favorire una pre-selezione delle denunce. Insomma, una sorta di deterrente nei confronti di chi intende strumentalizzare lo stalking. Inoltre si eviterebbe che sua durante la fase istruttoria che addirittura al dibattimento, le vittime, su pressione dell’imputato, rimettano la querela».
Capita spesso?
«Purtroppo sì. Anche in casi molto gravi, che in precedenza avevano portato all’emissione di una misura cautelare. Per ovvi motivi di riservatezza non posso entrare nel merito dei singoli episodi, ma ancora di recente mi è stato comunicato dal difensore e dalla parte civile che una coppia ha espresso la volontà di tornare insieme dopo che, durante l’indagine, avevamo accertato episodi gravissimi a carico dell’uomo».
In questi casi si può procedere per calunnia?
«Solo quando le accuse della vittima si dimostrato totalmente infondate. Ma quando lo stalking è reale, supportato da inequivocabili riscontri probatori, non si può fare altro che prendere atto della volontà manifestata dai due soggetti e archiviare il procedimento».
E’ altrettanto vero che cominciano a fare statistica anche le prime condanne.
«Sì, ma la legge sullo stalking è molto recente e nella maggior parte dei casi i procedimenti sono ancora in fase istruttoria. Occorrerà ancora un po’ di tempo prima che si vada a regime. Solo allora potremo avere un quadro più attendibile. Posso dire, però, che l’eccessiva discrezionalità della norma ha conseguenza negative anche in sede di giudizio. Non sono rari i casi in cui è stato riqualificato il capo d’imputazione o che il giudice abbia derubricato lo stalking».
In ultimo, capitolo intercettazioni. Sono possibili per lo stalking?
«Lo sono, ma solo a determinate condizioni. Cioè quando si prospettano delle aggravanti, in particolare quando il reato è commesso ai danni di una minore, di una disabile o di una donna in gravidanza. Oppure quando le condotte dell’indagato sfocino in conclamate e reiterate forme di violenza fisica o sessuale. Ma anche qui la norma è generica: come si quantifica la condotta reiterata. Forse che una donna debba essere massacrata di botte più di una volta per essere considerata vittima di stalking?».

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Alla parola parità, i deputati si mettono sull'attenti. Alla parola donna, tremano. Il vostro potere è assoluto: i parlamentari cercano di anticipare i vostri desideri, come i cortigiani di un Luigi XIV o di un Napoleone

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