E’ apparsa sulla rubrica “donne” dell’Unità una intervista (incollata in calce) con Nicla Vassallo, docente di filosofia teoretica all’Università di Genova, in occasione dell’inaugurazione a palazzo Ducale della mostra fotografica «Non ho mai subito violenze. È vero?». Autrice del pezzo, Federica Fantozzi.
Ho letto e riletto l’intervista e vogliamo commentarla perché credo che sia paradigmatica di una certa mentalità ma credo anche che rappresenti l’apogeo e al contempo il segnale del prossimo esaurimento di un preciso ciclo storico.
L’intervista si apre con il riconoscimento che la violenza non è solo sulle donne, e non è solo da parte maschile. Concetto che da parte nostra è acquisito da un pezzo, benché non lo sia affatto per la vulgata corrente: e questo riconoscimento rappresenta sicuramente un merito della Vassallo.
Ma, aggiungiamo noi, è perfettamente inutile puntare lo sguardo verso un oggetto se lo si fa con tre paia di occhiali nero seppia, ed è proprio questa l’operazione dell’insigne studiosa, che poi ripercorre inevitabilmente, automaticamente, i peggiori cliché: dall’aguzzino con le chiavi di casa, alla casalinga disperata che viene sottomessa dal marito più forte economicamente, alla società cattiva che offre alla donna soltanto i modelli della bellona oca o della madre santa.
Insomma, si raggiunge il massimo del ciarpame ideologico, che ignora completamente i dati della realtà effettuale: ossia che l’aguzzino con le chiavi di casa viene assolto per l’80% dai reati a lui ascritti malgrado la nota inversione dell’onere della prova (assoluzioni che salgono al 94% nelle cause di separazione e divorzio, chissà perché) e si è dovuto ricorrere all’infame quanto taroccato studio ISTAT del 2006 per “dimostrare” che è ancora un aguzzino; che la casalinga disperata della vassalli ha tutti i poteri (non dico i diritti, attenzione, dico i poteri) di ridurre sul lastrico suo marito; che gli opposti stereotipi della donna oca ed avvenente o della madre santa si rintracciano ormai solo nei discorsi delle donne tra donne per donne (dal punto di vista maschile: ci stiano alla larga entrambe)…
Ma l’aspetto innovativo dell’intervista, quello su cui mi volevo soffermare, è che l’insigne studiosa, non paga di tutte queste banalità ottocentesche, ci propina una nuova fattispecie di violenza: la violenza conoscitiva, che consisterebbe nel non permettere alla donna di prendere coscienza… delle suddette violenze.
Insomma, eravamo rimasti all’assunto che una donna può determinare unilateralmente se ha subìto violenza, ora scopriamo che anche nel caso che una donna ritenga di non averla subìta, lo dice perché… ha subìto una violenza ancora più sottile.
L’arsenale dell’odio di genere si sta arricchendo pertanto di una nuova arma, ancora più evanescente ed indistinta delle altre, un velo capolavoro linguistico e filologico così raffinato, così evoluto che definirlo non è difficile, è impossibile. E pazienza se tutto ciò mette le donne stesse nella condizione di minus habens: in nome dell’ideologia si sono fatti sacrifici ben peggiori di questo, le donne si accontentino.
E’ proprio questa a mio avviso la novità offerta dal pezzo in questione, ossia che per sostenere l’insostenibile si debba ricorrere ad un concetto che rappresenta il distillato del distillato di tutto ciò che è stato elaborato finora: qualcosa che, siccome è totalmente impossibile da definire oggettivamente, diviene matematicamente incontestabile.
E questo, secondo me, rappresenta la spia che una certa cultura, quella della lotta di classe fra generi, ha raggiunto il suo apogeo ma anche la sua massima fragilità, la sua completa inconsistenza.
La dico francamente: tutto ciò non suona soltanto assurdo, ma anche – e soprattutto – profondamente ridicolo.
Una risata vi sta già seppellendo, solo che ancora non lo sapete.
Di seguito, vi lascio incollata l’intervista con la Vassalli.
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«Dopo secoli, la donna reale per la società ancora non conta»
di Federica Fantozzi
Nicla Vassallo, docente di filosofia teoretica all’Università di Genova, ha inaugurato ieri a palazzo Ducale la mostra fotografica «Non ho mai subito violenze. È vero?», progetto da lei ideato per la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.
Ha senso questo appuntamento? O gli anni passano in dibattiti mentre la violenza non smette?
«È utile che esista una giornata contro i molti tipi di violenza che non è solo sessuale nè solo maschile. Il problema è che ci si riduce a grandi dichiarazioni, e sennò se ne parla in modo strumentale. I media hanno dato risalto alla violenza degli extracomunitari.Mail dato impressionante è che il contesto in cui avviene la maggioranza delle aggressioni è familiare».
Spesso l’aguzzino ha le chiavi di casa. È un problema, allora, di sicurezza sociale o una questione culturale?
«Un problema di sicurezza c’è, non lo contesto. Ma chi non ha gli strumenti per difendersi da certa propaganda è messo in condizione di temere lo straniero anziché il valicare lo zerbino di casa».
La violenza non è solo sessuale o maschile. Che faccia può avere?
«L’idea che le donne non siano violente per definizione è falsa. Pensiamo alle kapò naziste ieri e a quelle che gestiscono il racket della prostituzione oggi».
Chi gestisce un racket lo fa per motivi economici. È sempre abietto, ma non rientra in una casistica diversa?
«È difficile definire i motivi economici. Si rischia di giustificare quasi tutti i tipi di violenza: il marito che stupra la casalinga perché la considera inferiore, o se ha una posizione economica meno buona perché si sente infragilito. Come la motivazione biologica dell’uomo cacciatore rispetto alla donna passiva. Come esseri evoluti avremmo dovuto sviluppare una cultura dove la violenza è sempre fuori luogo».
Le donne sbagliano qualcosa? Subiscono troppo?
«C’è una società molto rassegnata che trasferisce alle donne immagini e stereotipi pericolosi. Uguali a quelli di una volta. la bellona seminuda e oca, o la Madonna ligia e madre di famiglia. Dopo secoli, la donna concreta si trova ancora di fronte a questo bivio.Mahaunmargine di scelta limitato».
Perché?
«Non conta se è un individuo che riflette su se stesso, che ha conquistato un buon rapporto con sé e gli altri uomini e donne. Considerarla una persona al di là del sesso di appartenenza interessa poco la società ».
I figli: molla per reagire o pretesto per sopportare?
«Dipende dalla donna e dal partner. E da come e quanto i figli sono stati desiderati, intesi, amati».
Quale violenza è la più nociva?
«Tutte. Quelle sessuali lasciano un segno indelebile, di quelle psicologiche siamo meno consapevoli. Tutto parte da una violenza di tipo conoscitivo: negarle consapevolezza di sé come essere che merita dignità. Così nonsanno valorizzarsi, credono di dover usare scorciatoie per raggiungere gli obiettivi».
Una donna che usa scorciatoie per acquisire potere e successo è vittima o libera?
«C’è molta ignoranza, e c’è anche chi ama molto il potere e lo sceglie. Ma alla fine, il problema è che la società sottovaluta e svalorizza le competenze. Così manca in uomini e donne la cognizione che a certi traguardi si arriva con il sapere, e allora si pensa alle scorciatoie».
La prima cosa che una vittima di violenza deve fare rispetto a se stessa?
«Ammetterla, non sminuire il trauma nè giustificare l’autore. Dirsi “beh, non è stato così grave” è umano ma sbagliato».


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