articolo apparso per la prima volta sul vecchio ”MetroMaschile” in data 23 ottobre 2008
Giorni fa, sul forum, nell’ambito di un lungo e straziante post ho potuto leggere quanto segue:
“…Quello che sto per scrivere e’ per me un forte motivo di vergogna , che lo sarebbe per ogni uomo ammetterlo, ma io vicino alei ero’ diventato un “”coniglio”" in tutti i sensi,le durate variavano dai 30 secondo al minuto , senza mai un prekiminare senza mai nessun cambiamento, gioco, niente di niente, solo e sempre, scusate la parola, ma solo esempre una scopata che forse con una donna di strada sarebbe stata piu eccitante, conl tempo io sono sempre peggiorato , a tal punto di pensare dentro di me che come uomo non valevo un c…. e crearmi complessi che per togiermeli ne e’ passato di tempo, e solo quando ho trovato il vero amore, il mio unico e grande amore , sono tornato a rispettare me stesso come uomo , e a poter , perche no, anche vantarmi delle mie prestazioni sessuali…”
Cosa è successo a questo signore? Saremmo portati a dire che ha sofferto di impotenza (nella forma di eiaculazione precoce): tuttavia ciò è successo solo nei confronti di quella determinata donna e in quel determinato momento, perché con la successiva pare sia andato tutto bene. Se così stanno le cose allora il vocabolo che abbiamo utilizzato è sbagliato, perché non-potere è una definizione assoluta. O puoi, o non puoi. Più correttamente, potremmo dire, quel signore ha sofferto di una idiosincrasia, di una mancanza completa di “fasatura” con quella specifica partner ma che non era affatto impotente: una sorta di rifiuto da parte sua (ma secondo me era più che reciproco) al contatto fisico prolungato.
Non esisteva un problema di non – potere (impotenza), bensì di non-volere.
Se noi applicassimo questa logica anche ad altri casi ci accorgeremmo che andrebbero escluse dalla definizione tutta una serie di situazioni e prima di tutte quella in cui la fenomenologia si presenta in maniera circoscritta: perché, per l’appunto, ricadrebbero nel non-volere, più che nel non-potere.
Dovremmo iniziare ad escludere dalla definizione anche tutti quei casi che poggiano su basi psicologiche: primo perché comunque quando ci sono di mezzo queste ultime non si ha mai “impotenza” assoluta quanto piuttosto selettiva (persone e situazioni), secondo perché comunque anche questi casi finiscono per essere ricompresi nella categoria del “non volere”, benché si tratti di un non-volere inconscio o incompreso. Stesso discorso per le cd. “perversioni”.
Andando ulteriormente avanti su questa strada dovremmo escludere anche tutti quei casi che sono connessi al puro e semplice calo della libido (come ad esempio invecchiamento, situazioni cliniche ed ormonali particolari, etc.) proprio perché per quegli uomini il problema non è il non-potere, ma il non-volere: e per molti non è neppure un problema perché si tende a dare per scontato che con il progredire dell’età “certe cose non sono più come prima” (anche se un’inchiesta svolta tempo addietro ci ha mostrato che c’è una vasta popolazione in terza età che continua a fare sesso allegramente). E, comunque, se una cosa non la si desidera, non se ne sente la mancanza più di tanto.
Idem per i casi di eiaculazione precoce, come il signore di cui sopra: il rapporto viene svolto regolarmente, semplicemente la persona in questione (e la sua partner, soprattutto) vorrebbe trarne un maggiore piacere prolungato nel tempo. Ma il rapporto si è comunque svolto, almeno dal lato maschile (eccitazione-erezione-penetrazione-orgasmo).
Alla fine, arrivando veramente fino in fondo, rimarrebbero ad essere catalogati come impotenza solo i casi in cui esiste una vera e propria lesione (restringimento arterioso, etc.) agli organi genitali, perché è l’unica situazione in cui si manifesta un effettivo non-potere a fronte di un effettivo volere.
Ma anche questi sono problemi che la medicina moderna, chirurgica e non, riesce ad affrontare.
Cosa se ne deduce? Che, a mio avviso, si tende a sparlare troppo di impotenza ad ogni piè sospinto, fino a farne un non – concetto privo di reale significato ed in cui ricomprendere tutta una serie di problemi maschili che, a ben vedere, tra loro c’entrano come i cavoli a merenda. La sensazione è che qualsiasi problema o disagio manifesti il maschio nella sua parte erotica debba venir etichettato a priori come impotenza.
In questo assunto ci vedo veramente, a livello sociologico più che psicologico, l’incontro perverso tra forme di machismo (grottesco e vanitoso culto delle caratteristiche e delle prestazioni maschili a causa di insicurezza e paura) e il lato oscuro, castrante, del femminile (invidia del pene), per cui la sfera sessuale maschile finisce per essere caricata di problemi, paure e “responsabilità” del tutto fuori luogo.
In altri termini il sospetto, più che fondato, è che il concetto di impotenza (preferibilmente degli altri) nasca dalle insicurezze maschili, con una grossa mano da parte delle tante, troppe donne ansiose di dimostrare che “il maschio” non funziona e che se le cose a letto vanno male la colpa può essere solo sua.
Ma alla fine della fiera, secondo me, l’impotenza – quella vera – è statisticamente pressoché inesistente. Mentre, purtroppo, è molto diffusa l’involenza.
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