articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 15 giugno 2009

Il film non ha avuto particolare successo di critica, visto che la maggior parte dei commentatori ne parla in termini – sostanzialmente – di pellicola piuttosto melensa, tenuta in piedi soltanto grazie alle eccezionali qualità interpretative degli attori coinvolti.

Concordo su queste valutazioni piuttosto negative, ma per motivi molto diversi da quelli della critica ufficiale.

la storia infatti è quella di un uomo, George Monroe, che, messo di fronte alla realtà della propria morte di lì a pochi mesi per un male incurabile decide di dare una svolta alla propria vita, per il tempo che durerà, specialmente per quanto riguarda il rapporto con il proprio figlio. George infatti è un uomo divorziato da tempo (e la cui moglie si è risposata con un individuo piuttosto benestante), e con un figlio adolescente – Sam – che va alla deriva, tra droghe e tendenze omosessuali.

Appreso della malattia, e per giunta licenziato dallo studio di architettura in cui ha lavorato per 25 anni, George decide – per il tempo che gli rimane – di dedicare le residue energie e finanze alla costruzione di una casa per suo figlio, nello stesso punto in cui sorge ancora (benché ridotta allo stato di catapecchia) la casa di suo padre ed in cui, nei pochi anni trascorsi insieme, ha dimorato la propria famiglia.

Ma questa impresa non vuole portarla a termine da solo, bensì con il contributo fattivo del proprio figlio problematico.

Si precipita quindi a casa della ex moglie, reclamando il diritto di “passare l’estate” con il giovane Sam, anche se non consenziente, costi quello che costi. La ex moglie concorda, ma il figlio no: ma per la prima vota George si comporterà da Padre, imponendo semplicemente al figlio ciò che ritiene giusto.

Si apre quindi una partita piuttosto complessa tra i due, in cui Sam lentamente comincia a conoscere suo Padre e ad uscire, per il tramite del lavoro di realizzazione della casa al quale progressivamente si uniscono amici e vicini, dalla propria realtà degradata. E’ una storia delicata e poetica, in cui il vecchio George, guadagnando tempo tra morfina e pietose bugie, lentamente cambia il corso del destino di suo figlio.

Il finale però è oggettivamente assurdo. Morto infatti George, sul finire della costruzione, per la quale aveva detto al figlio “la termini tu”, quest’ultimo pensa di regalarla ad una ragazza che il Padre di suo Padre, guidando ubriaco e provocando un insensato incidente, aveva privato della Madre.

In altri termini, alla fine di questa storia edificante tra padri e figli, si ritorna a bomba al “debito” che ogni maschio ed ogni linea maschile avrebbe con il femminile, con tanto di “espiazione” consistente nel dono di una villa in riva all’oceano.

Mio parere personale: cari sceneggiatori, un po’ più di coraggio avrebbe potuto trasformare questa storia in un gran film, ma voi questo coraggio non l’avete avuto.

Triste finale quindi per una pellicola che avrebbe meritato altra sceneggiatura, ma che vale comunque la pena di vedere se capita in TV oppure a noleggio (non compratela, però, non esageriamo).

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 3 giugno 2009

Apprendo, nel leggere il blog di Claudio Risè, che la tanto attesa (non dal sottoscritto) riforma dei cognomi si trova in dirittura d’arrivo. Secondo tale riforma al tradizionale cognome paterno ne verrà affiancato un’altro, materno (prima o dopo? Ah, che problema!), decidendo poi la persona in questione quale dei due vorrà trasmettere a sua volta ai propri figli.

Nel mio piccolo, concordo con il Prof. Risè quando afferma la portata simbolica – in termini di appartenenza ed identità – del cognome, così come convengo che sia oggettivamente ingiusto, attualmente, che la Madre non possa trasmettere il proprio alla prole; sempre allo stesso modo sono fermamente convinto che procedere secondo un principio di rivincita – vendetta per le passate discriminazioni costituisca una deriva sociale dagli effetti per tutto deleteri.

Però, sempre nel mio piccolo, sono anche fermamente convinto che proprio per la medesima grande portata simbolica della faccenda i singoli individui non dovrebbero avere alcuna possibilità di scelta e che l’abolizione del cognome paterno sia una follia, in termini di ulteriore allontanamento del Padre dalla famiglia e dai figli con tutti i disastri sociali che ne derivano.

Non nascondiamoci dietro un dito. Questa riforma di fatto è la fine di quel simbolo millenario – il cognome maschile – di reciproca appartenenza ed identificazione tra Padri e figli.

Ma può esistere una soluzione in grado di salvare capra e cavoli, ossia dare riconoscimento alle giuste rivendicazioni femminili senza dover cancellare questo simbolo di appartenenza? La risposta è si.

Si tratta infatti di un tema al quale sono particolarmente sensibile e che ho già studiato in precedenza, essendomene occupato fin dal 2005 dapprima con una ricerca per la redazione di Uomini3000, in seguito anche con un articolo su questo blog (cliccare sul tag “riforma dei cognomi”).

In questi elaborati sostenevo una tesi alla quale io credo ancora fermamente perché costituisce a mio avviso l’uovo di colombo, e che è questa: alla prole vengono trasmessi i cognomi di entrambi i genitori, ma le femmine trasmetteranno alla generazione successiva solo il cognome della Madre, i maschi solo quello del Padre.

Gli effetti pratici di un tale assetto sarebbero che l’attuale “lignaggio maschile” rimarrebbe inalterato (perchè effettivamente ora è così, tutta la prole eredita il cognome del padre ma solo i maschi la trasmettono alla generazione successiva) ma verrebbe affiancato da un analogo cognome femminile funzionante in maniera assolutamente speculare (tutta la prole lo eredita, ma solo le femmine lo trasmettono alla generazione successiva).

Credete che una soluzione così semplice fosse fuori della portata di legislatori e politici? No, ma nessuno ci ha pensato (rectius: nessuno ci ha voluto pensare): probabilmente perchè, nella sua semplicità e razionale spirito di giustizia, non era fungibile agli scopi ideologici del politicamente corretto secondo cui si rende giustizia alle donne bastonando gli uomini – meglio se Padri – e secondo cui quanto più l’individuo è sovrano nel suo arbitrio, legibus solutus, più è libero.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 27 febbraio 2009

 Regia di Ridley Scott, USA 2000, premio oscar per: miglior film, miglior attore, migliori costumi, migliori effetti visivi, miglior sonoro.

Ho avuto il piacere di rivedere alcune sere fa questo film che ormai costituisce un classico. La storia è arcinota e non è il caso di ripercorrerla, così come non è il caso di ripercorrere le intense emozioni che Massimo ci può dare quale esempio perfetto di pietà virile, dedizione familiare, lealtà di vero guerriero e coraggio.

L’oggetto della mia attenzione rivedendo questo film è piuttosto il rapporto tra il vecchio Marco Aurelio e suo figlio Commodo. Non sappiamo (almeno non io) come andarono le cose tra i due, storicamente parlando (anche se sappiamo che Commodo venne comunque associato al trono da suo Padre): possiamo però dire che, per come descritto nel film, tale rapporto rappresenta un esempio da manuale di separazione tra Padre e figlio, un vero e proprio caso di mancato riconoscimento di paternità.

Commodo vorrebbe essere riconosciuto come figlio ed erede (soprattutto spirituale) dell’imperatore, e quest’ultimo vorrebbe riconoscerlo, ma questa è materia in cui volere non è potere. E’ terribile la scena della confessione tra i due, che culminerà nel parricidio successivamente al quale Commodo si abbandonerà definitivamente ai lati peggiori della sua persona: perversione, tradimento, vigliaccheria. Come anche è da manuale la sua gelosia per l’incolpevole Massimo. Ma così è la vita, quando l’odio irragionevole ci acceca.

Come è avvenuta la separazione tra Marco Aurelio e Commodo? Quando e perchè? Non è dato di saperlo, anche se qualche indizio può darcelo la relazione morbosa tra Commodo e sua sorella.

Relazione morbosa il cui risultato sarà il mostruoso rapporto che lo stesso Commodo avrà con il nipotino, in bilico tra appropriazione di una paternità non propria e volontà di distruggere la sorella in quanto non consenziente (perlomeno non completamente) a tale appropriazione: aspetto, quest’ultimo, che evidentemente andava ad infrangere un qualche schema mentale già consolidato – chissà come, chissà quando – dello stesso Commodo…

Un film senza tempo e tutto da meditare, quindi. E congratulazioni agli sceneggiatori per la coerenza del quadro per quanto riguarda i rapporti psicologici sulla paternità.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 11  gennaio 2009

Leggo, sul sito dell’ADNKRONOS, ma anche su “Il Tempo” l’interessante notizia di uno studio condotto dal San Raffaele di Milano secondo cui il distacco precoce, in età infantile, da uno o entrambi i genitori, comporterebbe l’insorgenza nei bimbi di attacchi di panico ed ansia nonché il trascinarsi fino all’età adulta di sintomatologie asmatiche o legate a forme di insicurezza grave.

Dico a bruciapelo che a mio avviso tale studio si riferisce in realtà alla problematica della mancanza del Padre, se è vero – come è vero – che nel 90% dei casi quando avviene la separazione della coppia si ha automaticamente l’allontanamento del Padre dalla famiglia.

Se anche questa banale constatazione non fosse sufficiente, basti considerare un dato fondamentale contenuto nello studio stesso, alloquando si afferma che “un lutto o il divorzio dei genitori – ma anche semplicemente l’emigrazione all’estero del padre alla ricerca di un nuovo lavoro – possono modificare la respirazione probabilmente cambiando la fisiologia dall’età infantile in modo relativamente stabile, o per tutta la vita.”

In ogni caso, ecco a voi l’articolo per esteso

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Figli di genitori separati più a rischio di attacchi di panico

Secondo uno studio del San Raffaele di Milano la grave esperienza di distacco li accomuna anche agli orfani e ai bimbi di emigrati

Milano, 7 gen. (Adnkronos/Adnkronos Salute) – Ci sono anche gli attacchi di panico nel bagaglio che i figli di genitori separati si porteranno dietro fino all’età adulta. Responsabile: la grave esperienza di distacco che li accomuna anche agli orfani e ai bimbi di emigrati.

Sono loro, secondo uno studio condotto dall’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e dall’Istituto scientifico universitario San Raffaele, ad avere più probabilità di ammalarsi di attacchi di panico da adulti.

I ricercatori hanno osservato il fenomeno in oltre 700 gemelli del Registro nazionale norvegese.E i risultati del lavoro, realizzato in collaborazione con il Norwegian Institute of Public Health, il Queensland Institute of Medical Research di Brisbane (Australia) e il Virginia Institute of Psychiatry and Behavioural Genetics di Richmond (Usa), sono stati pubblicati sulla rivista ‘The Archives of General Psychiatry’.

Gli scienziati hanno approfondito il legame, già ipotizzato, fra il rischio amplificato di sviluppare disturbi di panico e l’ansia da separazione o l’esperienza di una perdita precoce sperimentata da piccoli.

Basta anche il distacco di uno solo dei due genitori a rendere più vulnerabili al panico in età adulta i bimbi geneticamente predisposti. Lo studio sui gemelli ha permesso di separare il contributo genetico e ambientale dal rischio di ammalarsi nelle comuni condizioni di patologia.

Attraverso interviste su eventi di separazione precoci e sulla presenza di sintomi ansiosi nell’arco della vita, gli studiosi hanno cercato di ricostruire la storia di ciascun gemello.

In un secondo momento ciascuno di loro è stato sottoposto a un test di respirazione per valutare il rischio di attacchi di panico. E i ricercatori hanno osservato che, fra i gemelli che da piccoli avevano subito i traumi da separazione, c’erano più persone con attacchi di panico. Non solo: un lutto o il divorzio dei genitori – ma anche semplicemente l’emigrazione all’estero del padre alla ricerca di un nuovo lavoro – possono modificare la respirazione probabilmente cambiando la fisiologia dall’età infantile in modo relativamente stabile, o per tutta la vita.

Tra coloro che soffrono di attacchi di panico da adulti vi sono infine anche i bambini che erano molto spaventati quando erano lontani da mamma e papà, senza aver necessariamente vissuto una separazione precoce dai genitori. Spiega Marco Battaglia, professore di Psicopatologia dello sviluppo all’Università Vita-Salute San Raffaele e direttore dello studio: “Sebbene lo studio dimostri l’importanza dei geni per spiegare le relazioni tra ansia da separazione in età di sviluppo e panico in età adulta, modificare l’ambiente e il patrimonio esperienziale dei bambini, anche attraverso programmi psicoterapeutici dedicati, potrebbe non solo curare questi bambini ma anche provocare importanti variazioni nella stessa espressione genetica”.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 6  gennaio 2009

 Domenica mi sono recato con mio figlio a vedere Madagascar 2. Ammetto che ero piuttosto diffidente, in seguito a quanto avevo potuto leggere alcuni giorni fa su un agghiacciante articolo di Concita De Gregorio che, a proposito di questo film, affermava “In sala per Madagascar 2 campione d’incassi, per esempio, i bambini ridono a crepapelle delle scimmie sindacaliste che pretendono il «congedo per maternità» pur essendo tutti maschi. Una parodia del sindacato dedicata a pubblico in età prescolare. Modelli di comportamento moderni, vedremo gli esiti, basta aspettare.”

Vedendo il film, mi sono dovuto ricredere: la scena dei babbuini in maternità è soltanto una battuta che viene pronunciata in un contesto innocuo, né erano presenti altri “modelli di comportamento moderni”, che avrebbero comportato spiegazioni o “interpretazioni”.

Anzi, devo dire che si tratta di una bella storia di padri e figli e se la pellicola ha un limite secondo me è proprio quello di essere ispirata un po’ troppo a “il re leone”, dal quale sembra aver preso di peso interi pezzi di sceneggiatura.

Un film da vedere, insomma, senza stare troppo a badare a quanto detto dalla De Gregorio: ma, forse, per “modelli di comportamento moderni” intendeva proprio le storie di padri e figli…

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...di Claudio Risè:

Una società siffatta, "senza padri", nella quale tutti dunque rimangono "figli", é, come dimostrano le cronache, infantile, e sostanzialmente perversa. Perché sia così lo spiego in tutti i miei libri, ma lo faceva già benissimo Sigmund Freud nel 1905, non osando peraltro pensare che le patologie individuali da lui descritte diventassero endemiche, e venissero addirittura promosse dall'organizzazione sociale, attraverso la "rimozione" della figura che nell'essere umano ne impedisce lo sviluppo: il padre, appunto.

...di Oriana Fallaci:

Oh, non mi fraintenda: capisco anche il concetto di paternità. Lo vedrà nel mio romanzo, se farò in tempo a finirlo. Lo capisco così bene che parteggio con tutta l'anima pei padri divorziati che reclamano la custodia del figlio. Condanno i giudici che quel figlio lo affidano all'ex-moglie e basta, e ritengo che nella nostra società oggi si trovino più buoni padri che buone madri. (Segua la cronaca. Quando un padre impazzito ammazza un figlio, ammazza anche sé stesso. Quando una madre impazzita ammazza un figlio, non si ammazza affatto e va dal parrucchiere)

...di Alain Minc:

Alla parola parità, i deputati si mettono sull'attenti. Alla parola donna, tremano. Il vostro potere è assoluto: i parlamentari cercano di anticipare i vostri desideri, come i cortigiani di un Luigi XIV o di un Napoleone

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in città, la popolazione di fede cristiana usa pregare in questo modo:

Ave Giuseppe, pieno di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetto fra gli uomini, e benedetto è il frutto del seno della tua Sposa, Gesù. Ave Giuseppe, padre putativo di Cristo, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

in città, la popolazione di fede islamica ama ricordare nelle proprie proghiere il versetto 33 della sura XXXI (Luqmân):

Uomini, temete il vostro Signore e paventate il Giorno in cui il padre non
potrà soddisfare il figlio né il figlio potrà soddisfare il padre in alcunché. La
promessa di Allah è verità. Badate che non vi inganni la vita terrena e non vi
inganni su Allah l'Ingannatore.

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  • Maggio 2010. Rifiuta il bavaglio!!

    riceviamo via email da Fabio Nestola (presidente della FENBI) e pubblichiamo l’articolo incollato di seguito, di cui non conociamo l’autore,  ma in cui questa redazione e questa testata si riconoscono totalmente ED ANZI NE FANNO IL PROPRIO EDITORIALE.  
    Qualora infatti fosse possibile da parte del governo censurare o multare o comunque in qualsiasi modo reprimere l’attività dei blogger [...]

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  • febbraio 2010. Siamo alle porte di una presa di coscienza collettiva per questa metà del cielo?

    Avevo iniziato l’anno non senza una punta di pessimismo. Il 2009 infatti potrà essere ricordato a ragione come  una specie di annus horribilis per la questione maschile.
    Dalla falsa emergenza stupri ed il conseguente incrudelimento del principio di inversione dell’onere della prova (si badi bene: non l’incrudelimento delle pene, che sarebbe anche condivisibile, ma dell’inversione dell’onere della prova), [...]

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  • Gennaio 2010. Benvenuti alla Tortuga

    Era già da tempo che navigavo sugli oceani di Internet con la mia agile caravella, che si chiamava MetroMaschile, registrata presso il porto di blogger.
    I passeggeri aumentavano di giorno in giorno e fu così che ad un certo punto mi resi conto che avrei dovuto senza dubbio upgradarla.  In realtà, sognavo un galeone. Ma come [...]

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