articolo apparso per la prima volta sul vecchio ”MetroMaschile” in data 21 settembre 2009
Nel corso degli ultimi mesi svariati network nazionali hanno rimandato in onda “Brutti, sporchi e cattivi” di Ettore Scola.
E’ un film ormai entrato a giusto titolo nel novero dei classici e di cui si è detto di tutto e il contrario di tutto, ma che se viene analizzato sotto il profilo della nostra angolazione prospettica, assume significati altamente emblematici di quanto accaduto negli ultimi decenni.
La storia infatti vede al centro un vecchio patriarca la cui autorità è evaporata da tempo, tra i fumi dell’alcool ed una assoluta noncuranza per le sorti della sua famiglia che lui tratta ormai da corpo estraneo benché ne rappresenti ancora il centro, un centro – tuttavia – perverso e temibile.
Neanche si può dire, infatti, che la sua autorità sia divenuta mero autoritarismo, ma bensì qualcosa di ancora peggiore: un bieco ricatto economico, simboleggiato dal rotolo di banconote (un risarcimento da lui ottenuto in seguito all’incidente di cantiere che lo ha sfigurato) che il vecchio sposta incessantemente tra i suoi numerosi nascondigli segreti.
Il rapporto con i figli (se di rapporto si può parlare) è ormai basato solo ed esclusivamente su questo potere di ricatto economico: lui li disprezza, per la loro incapacità (vivono di mezzucci quando non esercitino delle vere e proprie attività degradate, come il furto) e ne viene ricambiato con l’odio.
Questo sistema di vita – che è ormai diventato una drammatica quanto assurda parodia – si regge in piedi finché il Padre continua ad ubriacarsi e a condurre la sua vita degenerata, ma ad un certo punto arriva la svolta che fa precipitare tutto: incontra una giovane sbandata con la quale inizia inaspettatamente una travolgente storia sentimentale.
Il vecchio ubriacone rifiorisce: è allegro, fa progetti, cambia completamente prospettiva di vita. Sembra un altro uomo; diciamo anzi che è proprio un altro uomo.
La sua famiglia non può tollerare questo: abituati da sempre a considerare che loro Padre non avesse anima, si accorgono in quel momento che invece ne ha una, che ha tenuto più celata ancora del suo famigerato tesoro, per donarla infine ad una sconosciuta di passaggio. In pratica, realizzano che ha deliberatamente negato loro la sua paternità.
E’ quindi il bisogno di Padre, la nostalgia di Padre che ingigantisce la loro rabbia fino a tentare l’atto estremo, ucciderlo. In questo complotto entra in pieno (anzi è proprio lei l’autrice del tentativo di avvelenamento) la Madre tradita, ma come dicevamo non è lei sostenere la parte più drammatica: se è vero, come è vero, che è il maggiore dei figli (Il bove, come lo chiama suo Padre) a fissare negli occhi i propri fratelli e ad appellarsi al principio di unanimità nel momento della decisione fatale.
Sopravviverà, dando la stura ad altri eventi picareschi legati alla sua vendetta: ma la storia non credo che ci interessi più, almeno dal nostro punto di vista.
Allora, ricapitolando, abbiamo visto:
1. Un vecchio padre trascorre la vita in cantiere per costruire le borgate romane, secondo schemi di lavoro e di vita che lo allontanano dalla famiglia ed in questo modo si interrompe il legame di trasmissione con i figli;
2. quando torna in famiglia, la trova completamente stravolta da stili di vita incomprensibili e che la sua mentalità contadinesca considera degenerati;
3. disamorato, rinuncia completamente ad esercitare la sua autorità ed è anzi lui stesso a distruggere ciò che ne rimane (in questo caso ubriacandosi, comportandosi da lazzarone);
4. per questo i figli lo odiano, fino ad ucciderlo, ad espellerlo definitivamente dalla loro vita (Allo stesso modo in cui è stato ucciso, metaforicamente, in questa società).
Ma quei punti, che abbiamo qui sintetizzato, altro non rappresentano che la storia della fine del patriarcato occidentale, che Scola ci ha raccontato magistralmente nel suo film.
C’è poi anche un ulteriore aspetto che contribuisce a rendere questa pellicola il capolavoro che è, ossia il secondo reale protagonista della storia: la ragazza con gli stivali gialli, che periodicamente emerge dai meandri della narrazione proponendosi progressivamente come il vero riferimento morale pulito della famiglia, sempre più apertamente e sempre più autorevolmente.
Finchè, l’ultima scena ce la mostra intenta nelle suo quotidiane e numerose attività con… un bel pancione, a sottolineare che è ormai lei il futuro, laddove il trapasso di autorità (e di potere) dall’esausto patriarca è andato proprio a lei e non giammai ai suoi numerosi (e perduti) fratelli maschi.
E tutto questo Ettore Scola lo aveva capito nel 1976: se non è un’opera geniale questa, allora, non so proprio quale lo sia.
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