articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 30 settembre 2008

La recente scomparsa di Paul Newman mi ha riportato alla mente un film della fase finale della sua carriera, un’interpretazione che ho considerato magistrale nell’ambito di un film che mi è rimasto letteralmente nel cuore.

 Sto parlando della nota pellicola del 2002 di Sam Mendes intitolata “Road to perdition”, arrivata in Italia con il titolo di “Era mio Padre”. Di solito nella traduzione dei titoli – in qualsiasi traduzione, aggiungerei – si perde sempre qualcosa a livello di significati, ma in questo caso possiamo dire che è avvenuto esattamente il contrario.

 Il film tratta della rovinosa fuga (e successiva vendetta) del killer Micheal Sullivan (intepretato da Tom Hanks) attraverso gli Stati Uniti in compagnia di suo figlio dodicenne, unici scampati allo sterminio della loro famiglia conseguente al fatto che il ragazzo aveva assistito ad una strage di mafia perpetrata da Connor Rooney, il figlio del boss, già geloso dello stesso Sullivan/Hanks in quanto collaboratore preferito di suo padre (per l’appunto Paul Newman).

 L’opera non ha avuto grande successo da parte della critica, che ha lamentato carenze ed aspetti scontati negli sviluppi della storia, un’impostazione altamente commerciale dell’ambientazione, una certa lentezza, un voler tenere in piedi il tutto solo con l’apporto delle grandi star presenti (Tom Hanks, Paul Newman, Jude Law, tanto per fare qualche nome).

 Dico senza mezzi termini che secondo me la critica ha ragione dal punto di vista strettamente tecnico, ma dico altrettanto chiaramente che il successo di pubblico era inevitabile allo stesso modo in cui era inevitabile il grande coinvolgimento emotivo che genera la pellicola.

 La storia infatti a mio avviso tratta di una specifica fase della vita di ogni uomo. Nell’età infantile, dai 2-3 fino ai 7-8 anni circa, c’è un periodo abbastanza lungo in cui il bambino se non riceve input che lo spingano in una differente direzione vive nella venerazione del proprio Padre, che ai suoi occhi risulta il più bello, il più forte, il più abile, etc. Questo comportamento – che gli specialisti in genere riconducono al processo di identificazione sessuale ma che a mio avviso ha radici più profonde – viene poi sostituito dalla disillusione quando si scopre, con il progredire della maturazione intellettuale, che alla fine papà è uno come gli altri non esente da difetti e limiti, o addirittura con caratteristiche che posso essere etichettate (dal bambino o dalla società) come disgustose (fumare, bere, etc.). Successivamente ancora, avviene l’accettazione di questa parte “difettosa” del padre, ed il suo giusto inquadramento in una dimensione umana sovrapponibile a quella di qualsiasi altro uomo.

 C’è, insomma, dapprima la scoperta del lato nobile (bello, forte, saggio, etc.) del padre, poi del lato non – nobile (limiti, difetti, problemi, aspetti sgradevoli) ed infine la composizione di questa figura in una chiave realistica paragonabile alla propria, e che quindi finisce per far risaltare sostanzialmente il Padre nobile in quanto, a parità di difetti e limiti con il figlio, ha tanta più esperienza, saggezza, significati. Il padre carnale, terrestre, finisce così per “fasarsi” con il padre astratto, archetipico.

 Vorrei dire, ma è una mia idea personale ed in quanto tale opinabile, che non si è veramente uomini se non si sono compiuti tutti questi passi.

 Il lato affascinante del film (che secondo me spiega il successo avuto ed i sentimenti che riesce a smuovere) è che il giovane Michael Jr questi passaggi li compie tutti nel breve tempo del suo personale viaggio “to Perdition”. Si comincia da quando il bimbo chiede insistentemente alla Madre quale sia il mestiere di papà, si passa per l’atroce rivelazione della realtà (massacro di mafia), si arriva infine al padre come riferimento unico durante il viaggio ed infine al dialogo ed alla riscoperta.

La dimostrazione che questo processo è in realtà il vero soggetto del film sta proprio nella frase finale del giovane Michael Jr, allorquando alla domanda “ma alla fine, tuo padre era buono o cattivo?” risponde semplicemente: “era mio Padre”.

 Il che testimonia per l’appunto che con la sua completa accettazione del Padre il processo si è concluso e rappresenta a mio avviso un titolo di gran lunga più azzeccato di quello originario.

 Tale asse portante del film informa di se tutta la storia, collegandosi variamente anche ad altre tematiche tipicamente maschili: il problema del riconoscimento (Rooney/Newman e suo figlio); la eterna rivalità tra fratelli (rapporto tra Sullivan/Hanks e il figlio di Rooney/Newman), il segreto incomprensibile del Padre (rapporto tra Sullivan/Hanks e sua moglie).

Non a caso, se andate a fare un giro (io l’ho fatto) sui siti che ospitano i commenti degli spettatori, i più colpiti dal film risultano essere proprio gli uomini…

Un film completo e complesso insomma, che non può mancare nella nostra filmografia ed in cui Paul Newman riesce ad azzeccare in pieno la parte assegnatagli proprio recitando semplicemente se stesso: un uomo anziano, navigato e saggio quanto scanzonato e determinato. E pure simpatico. Una sorta di super – Padre ideale idealizzato la cui ombra si proietta per tutta la storia.

Con buona pace della critica ufficiale, che non è stata tenera con lui in questa interpretazione.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 19 settembre 2008

E’ di questi giorni la notizia che si sta rafforzando ulteriormente l’inarrestabile trend di crescita nelle vendite del test di paternità, per il quale si parlava di boom già da parecchi mesi. Così come si rafforza la tendenza per cui a procurarsi il prezioso kit sono soprattutto le donne.

Sapere tutto, sapere tutta la verità sul padre di nostro figlio è diventata un’ossessione che coinvolge prima di tutto il sesso femminile, benché i risultati di questa verifica siano spesso amari visto che il 20% dei test restituisce esito negativo.

Ma cosa cambia tra il prima e il dopo?

Non so quali siano gli intenti e i sentimenti delle Madri in questa ricerca, ma so bene che per un uomo un eventuale esito negativo costituisce fonte di dolore ed umiliazione a livelli intollerabili, una lacerazione insanabile nei rapporti con la nostra compagna e spesso anche con l’incolpevole figlio, secondo un primordiale istinto di sopravvivenza che sfugge completamente al vaglio della psicologia.

Terribile, soprattutto, la situazione della prole in questione che rischia, se viene a sapere la verità, di dover passare attraverso la paura (o la realtà) spaventosa del rifiuto, paura che può persistere anche dopo le eventuali rassicurazioni del Padre tradito circa l’irrevocabilità del proprio amore.

Sono sentimenti profondissimi che vengono messi in movimento e che ci indicano con pochi dubbi che alla fine quello che è veramente in gioco è il riconoscimento, ossia quella serie di comportamenti (che vanno ben oltre alle dichiarazioni esplicite e che possono anche prescindere dalla sfera “biologica”) con i quali un Padre “attesta” che il suo naturale proseguimento nella vita è quel bambino (o quei bambini) lì e nessun altro (altri): uno step determinante a definire la nostra identità ed a conferirci la necessaria centratura nella vita.

Con il Padre si può litigare furiosamente, si possono disprezzare profondamente le sue idee e i suoi stili di vita ma c’è sempre questo discrimine in agguato, e che può avere soltanto un esito binario: si/no. Noi ci apparteniamo, oppure no. Può essere un’appartenenza sofferta come una prigione, ma o c’è oppure non c’è: ed in quest’ultimo caso sono guai.

La letteratura mondiale e le storie di vita con cui veniamo variamente a contatto[1] ci offrono infatti infiniti esempi di questo dramma del rifiuto paterno sul quale si potrebbe scrivere un’intera enciclopedia, cosa che però lascio fare prudentemente ad altri, più qualificati del sottoscritto[2].

Vorrei solo concludere con l’interrogativo di partenza: perché le donne acquistano il test? Semplice ansia di verità? Oppure, come ha suggerito qualche malizioso nel forum, essere informate prima del compagno in modo da prevenirne le eventuali mosse?[3] O, forse, come anche ha ipotizzato qualche altro buontempone, sapere con precisione a chi chiedere gli alimenti?[4]

Personalmente non aderisco a nessuna di queste spiegazioni preconcette; ho il sospetto invece che alla fine il rapporto di paternità (sotto ogni profilo) sia importante anche per loro, benché non tutte lo sappiano.

Però, se così fosse, prima o poi qualcuno glielo dovrà dire.

____________________

[1] Solo un paio di esempi. Il primo è tratto da yahoo answers. Scrive una lettrice (copia-incolla): “ieri mio filgio ha avuto la sua prima delusione vera,non mi scorderò mai le sue lacrime.so che voi di answer siete sensibili e mi aiuterete a capire.ieri sera ci eravamo vestiti di tutto punto xchè il padre ci doveva portare a mangiare la pizza,non è mai venuto e il telfono era spento,mio figlio ha pianto di dolore,di un dolore atroce,e mi chiedeva….mamma xchè non è venuto’io non gli ho fatto nulla?mamma xchè lui fa così che io sono sempre gentile?l’ho rassicurato tra le ie braccia x molti minuti e si è calmato,dopo abbiamo anche parlato insieme,xchè volevo che tirasse fuori la sua rabbia e la tristezza.ma che idea si farà il mio bimbo della figura maschile a cui lui appartiene? aiutatemi.” Non abbiamo idea di cosa abbia generato un tale comportamento da parte del Padre del bimbo, per quello che sappiamo potrebbe anche essere stata una foratura in autostrada: ma, certamente, abbiamo un’idea molto precisa di quello che stesse provando il bimbo in questione. Il secondo esempio, un po’ più a lieto fine, è invece tratto (anche qui copia – incolla) dal forum alfemminile.com. Scrive una lettrice: “l’ultima volta che ho visto il mio ex marito è stato quando ho portato il bambino a casa sua per il fine settimana che gli spettava, il bambino quando si è reso conto che stavo per andare via e che sarebbe dovuto restare dal padre ha iniziato a piangere e si è attaccato a me dicendo che non ci voleva stare (come del resto succedeva sempre, ma poi passati cinque minuti mi diceva che il bambino si divertiva), suo padre oltre a urlargli che era uno stupido e sua madre una deficiente, gli prometteva punizioni per quel comportamento, non gli ha risparmiato una sculacciata, urlava di toglierci dalle ***** e che non voleva più vederci, ha iniziato a strattonarlo a quel punto ho preso il bambino e l’ho portato via. da allora sono passate 4 settimane non ha più chiamato.” Molto probabilmente il Padre in questione non si è reso conto che la ritrosia del bimbo a stare con lui non era diretta contro la sua persona, ma contro l’idea di vederlo separatamente e in un contesto conflittuale con la madre. Lo testimonia lo svolgimento stesso del “lieto fine” (le virgolette sono d’obbligo) circa il quale ci informa la stessa lettrice alcuni giorni dopo: “ …ieri alle 11 mi ha chiamato e mi ha detto che stava venendo a prendere il cucciolo, E’ RINSAVITO!!!! figuriamoci, è venuto ha fatto pace con Filippo gli ha detto; “vieni e sgrida papà!” il bambino è andato da lui si sono abbaracciati e io ho salutato in fretta e sono andata via, la sera quando lo ha riportato ho capito cosa ha in mente, forse ha capito che ha bisogno di vedere Filippo”…
[2] Non oso nemmeno proporre una bibliografia degna di questo nome, tanto è sterminato il campo in questione. Posso però indicare alcune interessanti letture che secondo me aiutano ad introdurre il problema: “Ricordi, sogni, riflessioni” di C. G. Jung, raccolti ed editi da Aniela Jaffé, Milano, Rizzoli, 1978; C. G.Jung, “Conflitti dell’anima infantile”, in Lo sviluppo della personalità, Opere, Vol. 17 nonché “Simboli della trasformazione”, sempre C. G. Jung, Opere, Vol. 5, Torino, Boringhieri. 1991. Oltre, ovviamente agli scritti di Margaret Mahler, per il punto di vista freudiano in merito. Chi volesse invece chiarirsi le idee con qualcosa di più attuale, si legga l’opera omnia di Claudio Risè e non può sbagliare (tutta, però, mi raccomando).
[3] Attualmente, il test di paternità ai fini del divorzio con colpa è ammesso solo con il consenso esplicito della madre del minore, oppure da parte del tribunale se siano stati accertati indizi rilevanti di infedeltà coniugale. In altri termini, conoscendo già da prima i risultati dell’eventuale test, la madre potrà o meno rifiutare il proprio consenso. Per approfondire, vedasi: Sentenza n. 266 del 06/07/06 e Ordinanza n. 135/2007 della Corte Costituzionale ma anche Cassazione civile , sez. I, sentenza 25.02.2005 n° 4090
[4] Secondo legge e giurisprudenza, un uomo può sempre essere citato in giudizio per il riconoscimento della paternità, sottoposto ad esame del DNA e, qualora tale paternità fosse dimostrata, essere condannato al pagamento di alimenti e prebende varie anche se tale paternità è indesiderata o addirittura sconosciuta. Vedasi artt. 269 c.c., Cass. 1301/82, in Foro Italiano , 1982, I, 1928; Cass. 2763/83 in Giur. It . , 1983, I, 1072; Cass. 6015/85 in Mass. Giur. It., I, 1985 ma soprattutto Sentenza della Corte Costituzionale n. 70 del 1965 specialmente nella parte in cui si afferma che “ è chiaro che la ricerca della paternità viene così considerata come una forma fondamentale di tutela giuridica dei figli nati fuori del matrimonio, e, come tale, è fatta oggetto di garanzia costituzionale “. Last but not least, in occasione della riforma del diritto di famiglia del 1975 la revisione dell’art. 274 cc dette origine ad una giurisprudenza secondo la quale interpretando in senso estensivo le circostanze la cui sussistenza è necessaria per l’ammissibilità dell’azione di riconoscimento di paternità, alla stregua di criteri di verosimiglianza e non di certezza, riteneva sufficiente addirittura la dichiarazione della madre supportata dal fumus boni iuris (così Cass., 151/1998, 2346/19994, 5663/1995, 7742/1995).
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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 15 settembre 2008

Nel rivedere alcuni giorni fa Mississippi Burning , per la millesima volta, ho improvvisamente realizzato che finora nessuna analisi è stata in grado di svelarne un tesoro nascosto, accuratamente celato nelle pieghe del rapporto tra i due protagonisti principali. Ripercorriamo la trama tenendo d’occhio i due e capirete di cosa sto parlando.

 Nel giugno 1964 tre attivisti dei diritti civili vengono assassinati nella contea di Jessup, Mississippi. Arriva l’FBI, impersonato dagli agenti Ward (William Dafoe) e Anderson (Gene Hackman) che fin dall’inizio si configurano come opposti: Anderson/Hackman è tanto attempato, disilluso, incolto, poco ortodosso nella professione quanto Ward/Dafoe è giovane, motivato, istruito, perfettamente padrone della “prassi dell’FBI” che ama citare di continuo e che applica pedissequamente (tra i due infatti il capo è lui): sembra quasi che l’anziano gli sia stato affiancato semplicemente perchè conosce il territorio, essendo di quelle parti.

 Questa contrapposizione di personalità si gioca per tutto il film, facendo intravvedere una sorta di scontro generazionale tra i due sul filo degli eventi di una indagine il cui ostacolo principale è costituito dall’omertà della contea, dove il KKK può contare su importanti complicità (tra cui lo sceriffo, il sindaco e notabili vari). Nella prima parte della storia infatti il tentativo da parte del KKK di insabbiare il tutto o di “buttarla in politica” (yankee del nord venuti a provocare povera gente semplice del sud che tutela le proprie tradizioni) sta quasi per riuscire, anche a causa dell’inapplicabilità della prassi dell’FBI in un contesto di violenza crescente, collaborazioni zero e di risultati nulli malgrado gli ingenti sforzi.

In questa fase il povero Anderson/Hackman è praticamente emarginato dalle decisioni. Tenta di ragionare con il suo giovane capo ma i suoi tentativi si scontrano con la prassi dell’FBI e con la sicumera del giovane nel giudicare la scarsa ortodossia professionale e ideologica del collega.

A mio avviso, tuttavia, non credo che si possa parlare – in questo contesto – di vero scontro generazionale, perchè questo è notoriamente funzionale a contestare il potere della vecchia generazione, mentre qui il potere invece è già saldamente in mano alla nuova. Nè possiamo dire che l’oggetto degli strali del giovane Ward/Dafoe siano effettivamente per la disillusione e la demotivazione del vecchio Anderson/Hackman: perché, alla fine, se ascoltiamo con le orecchie giuste quanto ci dice l’anziano nei dialoghi, scopriamo che la sua determinazione professionale ed il suo “allineamento ideologico” con i valori anti-aparthaid sono pari almeno a quelli del giovane.

Quello che gli viene sostanzialmente contestato è il metodo, ossia quel crudo realismo nell’affrontare le cose che è tipico di chi in quel posto c’era, conosce il territorio e le persone, e saprebbe bene quello che si deve fare ma che non gli si permette di fare. Una sorta di sintonia profonda con la realtà, che il giovane non possiede. In altri termini Ward/Dafoe, imbevuto di idee astratte non ancora metabolizzate alla luce dell’esperienza, contesta all’anziano quella che potremmo definire la sua saggezza: ed in questo, come dicevamo, non c’è uno scontro generazionale di tipo classico, quanto piuttosto l’insofferenza del giovane e la sua resistenza all’idea che benché “uomo fatto” e in piena carriera, debba ancora per una volta esercitare la propria umiltà.

Come era prevedibile con questi presupposti i due arrivano allo scontro aperto tra schiaffi e pistole spianate, una lotta furibonda in cui il giovane minaccia di uccidere il collega, gesto a mio avviso altamente simbolico a maggior ragione che la scintilla che scatena la colluttazione è di tipo sessuale (Ward/Dafoe rinfaccia a Anderson/Hackman di “divertirsi con le testimoni”, parlando a proposito della “amicizia” di quest’ultimo con la moglie del vice-sceriffo Pell, testimone chiave dell’indagine).

E’ un punto di rottura, di svolta della storia, perchè una volta consumata la scenata Ward/Dafoe incredibilmente ed inspiegabilmente concede che “Ebbene, Signor Anderson, faremo a modo suo”.

In quel momento inizia la seconda parte del film, che cambia completamente ritmo e tono. In breve l’incantesimo che aveva paralizzato le indagini viene infranto, isolando di volta in volta ognuno dei “cattivi” (si sa che questi ultimi fuori dal branco sono impotenti perché vili) e smontando in questo modo il muro di gomma mattone su mattone finchè tutti i responsabili dell’eccidio finiscono per essere smascherati e puniti. Il bello, in questa seconda fase della storia, è che i rapporti tra i due protagonisti migliorano sensibilmente, quasi che il giovane desiderasse, nel profondo, di essere diretto dall’anziano e non viceversa.

Per concludere, sembrerebbe che siamo in presenza di una bella storia a lieto fine tra Padre e figlio, ma che – soprattutto – siamo in presenza di una storia che ci descrive con grande efficacia un passaggio fondamentale della vita di ogni uomo (ma non tutti lo fanno): il ritorno all’umiltà (ed è questo a mio avviso il tesoro nascosto del film).

Sto parlando di quel momento della nostra giovinezza in cui ci si rende conto che tutte le iniziazioni e consacrazioni della vita da adulto che abbiamo appena ricevuto e per le quali abbiamo anche lottato (laurea, lavoro, potere) non sono affatto sufficienti alla nostra definizione, alla nostra auto-descrizione, e quindi si avverte un senso di vuotezza, di inutilità del vissuto recente e delle fatiche fatte.

E’ una mancanza di centratura la cui soluzione non sta nei riconoscimenti che il mondo esterno ci può dare, ma nel dialogo con il nostro personale mondo di riferimenti maschili e primo fra tutti il padre interiore, simboleggiato dal saggio anziano. Figure nei confronti delle quali, in quel tipo di passaggio, si avverte nettamente – ma si avversa altrettanto nettamente – la necessità di porsi in ascolto e quindi la necessità di tornare (per restarci) in una situazione per l’appunto di umiltà.

E’ un momento che può essere anche molto duro ed infatti ritengo che l’aggressività del giovane Ward/Dafoe nei confronti di Anderson/Hackman derivi anche da questo: dalla sofferenza inconscia generata da questo passaggio sommata alla consapevolezza che l’anziano lo sta suo malgrado spingendo verso questo tipo di processo personale.

Che è poi uno dei compiti del Padre nei confronti del figlio.

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Seguo abbastanza sistematicamente il canale “rai storia”,  che gradisco per tanti ricordi ma soprattutto per la mia nota curiosità antropologica corca l’evoluzione della nostra società.  

Alcuni giorni fa stavo vedendo una inchiesta del 1972 di Liliana Cavani  riguardante i figli unici, fenomeno che giusto in quegli anni iniziava ad avere rilevanza di massa.

Ad un certo punto, dopo una serie di interviste, veniva ascoltato il parere di uno psicologo dell’età evolutiva.

Il quale, dopo aver svolto una serie di considerazioni che con il metro moderno giudicheremmo banali, cose agli atti da tempo (ma in quel momento si trattava di novità, lo ripetiamo) sul figlio unico come centro dell’attenzione della famiglia e relative conseguenze, aggiungeva qualcosa che alle mie orecchie aveva dell’incredibile.

Ossia che la problematica del figlio unico non era di per sé particolarmente rilevante,  ma diventava devastante se accoppiata ad un altro fenomeno dell’era moderna, ossia l’indebolimento del ruolo paterno in famiglia: intendendosi per tale la classica funzione di accompagnare la prole fuori dal nido, introducendola al mondo con le sue regole e guidandola a prendere atto delle sue realtà  per gestirle, ultimando il passaggio da ragazzo ad uomo.

Indebolimento che ad avviso del professore era una conseguenza dell’evoluzione sociale dell’ultimo mezzo secolo, con  l’industrialismo che aveva spezzato la trasmissione del sapere fattivo tra Padri e figli, con l’ulteriore aggravante del nascente consumismo che stava spezzando anche la trasmissione di certi valori e complici infine le guerre e l’avventura fascista, che non ultime avevano contribuito a bollare una certa generazione e ad estraniarla dalla vita familiare.  

Non ho fatto in tempo ad annotare il nome di siffatto genio, di questa aquila che con vent’anni di anticipo su Claudio Risè aveva capito tutto quello che c’era da capire su dove stesse andando il ruolo paterno, ma  se qualcuno avesse idea di chi può essere,  è pregato di farmelo sapere.

Tutto questo nell’anno 1972; se me lo avessero raccontato, non ci avrei creduto.  

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parchi pubblici cittadini. Riflessioni passeggiando…

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Un uomo non vale per i soldi che ha, ma per il credito di cui gode

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C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventurieri, non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Fa pena, è esposto a tutto, ai quodlibet, alle ingiurie, al peggio di tutto: a una sorta di riprovazione, di malevolenza universale, di presa in giro, di tacita ingiuria

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Il padre è insegnante e maestro. E’ mentore e modello di comportamento. E’ l’esempio del successo e lo sprone al suo raggiungimento. ……..Conosciamo le statistiche: i bambini che crescono senza la figura del padre sono molto più facilmente soggetti a lasciare la scuola, a compiere crimini e a finire in prigione. Sono anche molto più facilmente vittime di disturbi comportamentali…

...di Claudio Risè:

Una società siffatta, "senza padri", nella quale tutti dunque rimangono "figli", é, come dimostrano le cronache, infantile, e sostanzialmente perversa. Perché sia così lo spiego in tutti i miei libri, ma lo faceva già benissimo Sigmund Freud nel 1905, non osando peraltro pensare che le patologie individuali da lui descritte diventassero endemiche, e venissero addirittura promosse dall'organizzazione sociale, attraverso la "rimozione" della figura che nell'essere umano ne impedisce lo sviluppo: il padre, appunto.

...di Oriana Fallaci:

Oh, non mi fraintenda: capisco anche il concetto di paternità. Lo vedrà nel mio romanzo, se farò in tempo a finirlo. Lo capisco così bene che parteggio con tutta l'anima pei padri divorziati che reclamano la custodia del figlio. Condanno i giudici che quel figlio lo affidano all'ex-moglie e basta, e ritengo che nella nostra società oggi si trovino più buoni padri che buone madri. (Segua la cronaca. Quando un padre impazzito ammazza un figlio, ammazza anche sé stesso. Quando una madre impazzita ammazza un figlio, non si ammazza affatto e va dal parrucchiere)

...di Alain Minc:

Alla parola parità, i deputati si mettono sull'attenti. Alla parola donna, tremano. Il vostro potere è assoluto: i parlamentari cercano di anticipare i vostri desideri, come i cortigiani di un Luigi XIV o di un Napoleone

luoghi di culto


in città, la popolazione di fede cristiana usa pregare in questo modo:

Ave Giuseppe, pieno di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetto fra gli uomini, e benedetto è il frutto del seno della tua Sposa, Gesù. Ave Giuseppe, padre putativo di Cristo, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

in città, la popolazione di fede islamica ama ricordare nelle proprie proghiere il versetto 33 della sura XXXI (Luqmân):

Uomini, temete il vostro Signore e paventate il Giorno in cui il padre non
potrà soddisfare il figlio né il figlio potrà soddisfare il padre in alcunché. La
promessa di Allah è verità. Badate che non vi inganni la vita terrena e non vi
inganni su Allah l'Ingannatore.

iniziative permanenti

  • lettera aperta al ministro Mara Carfagna

    Preliminarmente ed a latere della manifestazione di Roma svoltasi il 5 ottobre 2011 con ampia partecipazione di sigle associative e grande successo di pubblico, è stata elaborata – da parte di alcune cittadine e cittadini per le VERE pari opportunità senza pregiudizi – e consegnata al ministro pro-tempore per le pari Opportunità Mara Carfagna una lettera aperta che questo sito fa propria e ben volentieri pubblica, invitando i lettori ed i passanti che si riconoscano con quanto espresso a volerla inoltrare al Ministero a proprio nome (in cartaceo o in email, con nome proprio o anche in nickname), possibilmente dandone [...]

    (Nessun commento)

Leggi e commenta gli articoli di "teoria marziana"

  • “Il cucchiaio non esiste”: la strada possibile per la soluzione della Questione Maschile

    (terzo articolo della serie “teoria marziana”)
    di Carlo Zijno (editore MM)
    Abbiamo visto nel precedente articolo della serie “teoria marziana” come la Questione Maschile  sia stata originata da una sorta di “lotta di classe” che si è svolta contro di noi in questi anni, lotta di classe che è stata possibile – anche da parte settori sociali [...]

    (10 commenti)

  • le cause della Questione Maschile

    di Carlo Zijno
    Prosegue la serie di articoli taggati “teoria marziana”: nel precedente abbiamo analizzato le definizioni di QM pregresse, riducendole ad una soltanto che – applicata ai vari casi pratici – ha dimostrato di funzionare; in questo passeremo allo studio delle cause, delle origini della QM.
    Già le definizioni forniteci in quella occasione contenevano delle indicazioni [...]

    (6 commenti)

  • Questione Maschile. La mia definizione

    di Carlo Zijno
    Data al 2001 la mia prima adesione ad un MoMas, ed era Uomini3000. Poi è seguita l’adesione a Maschi selvatici, e tante altre iniziative in tutto il corso del decennio: ho visto nascere (e qualche volta ne sono stato il promotore, come nel caso di MetroMaschile) blog, gruppi e siti.   
    Da allora, e [...]

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    Rino
  • Sono una mamma… 24 ottobre 2011
    Buongiorno, sono una mamma che si sta separando. Magari vi chiederete perchè scrivo a voi; è come buttarsi in bocca al nemico. Invece io non credo che dovrebbe essere così. Perchè anche se separati, i genitori rimangono sempre genitori dei figli e come tali non dovrebbero litigare riguardo al loro benessere. Quindi quello che non capisco è perchè [...] […]
    Rino
  • Il pioniere 12 ottobre 2011
    IL PIONIERE (DEI PIONIERI) *** In questi giorni  – venticinque anni fa – Misterxy digitava la sua prima lettera di critica, smascheramento e condanna ad un quotidiano, in risposta ad articoli e commenti celebrativi dell’ingresso delle DD nelle Forze Armate, “conquista” femminista a quei tempi sognata e – apparentemente – irraggiungibile.  Ma poi raggiunta se […]
    Rino

RSS …da Maschi Selvatici

  • Tre anni fa moriva Eluana… 9 febbraio 2012
    Oggi ricorre il terzo anniversario della morte di Eluana Englaro.  Un pensiero e una preghiera per lei e per tutti quei malati che versano nella sua stessa condizione di quando è stata decisa la sua “terminazione” (in Italia se ne contano tra i 2000 e i 2500). “Voi difenderete la vita in ogni momento del suo sviluppo terreno, vi [...] […]
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  • Bentornato Carlo Parlanti 7 febbraio 2012
    Il calvario di Carlo Parlanti sta per finire. Il manager informatico di 47 anni di Montecatini, detenuto dal luglio 2004 per una falsa accusa di stupro, il 9 febbraio verrà rimesso in libertà e familiari e amici sperano di vederlo tornare in Italia con un volo proveniente dagli Stati Uniti. Uno dei tanti finiti in [...] […]
    Administrator
  • Ci aspetta un grande futuro 1 febbraio 2012
    Questa mattina, in città, passa un autobus delle linee urbane che reca su una fiancata una grande striscia pubblicitaria: un cucciolo di cane, forse un setter, bianco, con in bocca uno stetoscopio ti guarda con occhi tranquilli. L’immagine è commentata dalla seguente scritta: “Garantiamo al vostro cucciolo un grande futuro”. Il tutto è firmato [...] […]
    Administrator
  • La nuova frontiera della parità. Gravidanza e parto sono malattie 30 gennaio 2012
    di Armando Ermini Questo è ciò che, incredibilmente, sostiene la bioeticista britannica Anna Smajdor, docente alla University of East Anglia e ricercatrice onoraria in Bioetica dell’ Imperial College di Londra. Ci informa il Foglio del 25 gennaio 2012 che la bioeticista “sostiene la necessità di dedicare urgentemente fondi pubblici alla ricerca sull’utero ar […]
    Administrator
  • Armeni & Bravo, postfemministe concordi sulla Concordia (nel non capire) 23 gennaio 2012
    C’era da aspettarselo. Il post femminismo ha colto al volo lo splendido assist fornitogli dal comandante Schettino per attaccare ancora una volta, e ti pareva, la visione maschile del mondo. In due lettere a Il Foglio del 21 gennaio, Ritanna Armeni se la prende in generale col concetto di eroe così spesso evocato in questi [...] […]
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RSS …da Ragioni Maschili

  • Un altro sasso nello stagno 13 febbraio 2012
    Nel corso di alcune conversazioni tenute con lettori anche occasionali di questo blog è emersa, in diversi momenti, l'esigenza che la questione maschile smetta di essere un problema puramente teorico per approdare ad una dimensione più concreta, pratica ed operativa. Ciò che segue va interpretato come una proposta di riflessione, come una provocazione c […]
  • Le gaie parole 12 febbraio 2012
    «Basta con la parola omosessuale, è offensiva e discriminatoria». A lanciare questa nuova crociata terminologica è il britannico “Guardian”, testata di riferimento della sinistra inglese, che si colloca a buon diritto tra i protagonisti attivi e militanti di quella rivoluzione culturale, silenziosa e strisciante, che va ricondotta all'espressione anglof […]
  • Ipocriti 20 gennaio 2012
    Fa veramente rabbia. Devono succedere le tragedie perché termini desueti, dequalificati e sospesi dal frasario corrente come “virilità” e “onore” vengano ipocritamente rispolverati e messi in bella mostra nelle cronache quotidiane, stavolta come roba buona. Adesso è tutto un fiorire di compiacimenti per il grintoso «cazzo» con il quale il capitano De Falco a […]
  • Elogio della fiducia? 9 gennaio 2012
    Cosa possiamo aspettarci dal nuovo anno? Nell'incertezza sul domani che regna sovrana l'unica cosa certa è che anche nel 2012 appena cominciato i rapporti sociali saranno offuscati, intorbiditi e indeboliti dal germe della sfiducia. Nella sua accezione più generale «fiducia» significa confidare in qualcuno o in qualcosa, affidare parte dei propri b […]
  • Sul principio d'autorità 30 dicembre 2011
    Appartengo ad una generazione che già non si alzava più in piedi quando il professore faceva ingresso nell’aula, non mi sono mai rivolto a qualcuno usando l’appellativo "eccellenza” ed ho imparato sin da ragazzo a declinare consapevolmente i miei diritti di cittadinanza al cospetto di qualunque autorità pubblica; sia che si trattasse di una commissione […]

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