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	<title>MetroMaschile Web Editor &#187; psicoantropologia</title>
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	<description>pensieri, analisi, sussurri e voci dalla città degli uomini liberi</description>
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		<title>&#8220;le ceneri di Angela&#8221;, di Alan Parker, USA, 1999</title>
		<link>http://metromaschile.it/blog/2009/le-ceneri-di-angela-di-alan-parker-usa-1999/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 15:43:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Zijno</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[psicoantropologia]]></category>
		<category><![CDATA[ruolo del Padre]]></category>

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		<description><![CDATA[articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 1 novembre 2009
Personalmente, sono sempre stato un fan di Frank McCourt, lo scrittore dal cui omonimo libro è stato tratto il film.
Va detto fin da subito che la trasposizione cinematografica di una narrazione scritta raramente riesce a non deludere: ma non per una qualche limitatezza della prima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h6 style="text-align: justify">articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 1 novembre 2009</h6>
<p style="text-align: justify">Personalmente, sono sempre stato un fan di Frank McCourt, lo scrittore dal cui omonimo libro è stato tratto il film.</p>
<p style="text-align: justify">Va detto fin da subito che la trasposizione cinematografica di una narrazione scritta raramente riesce a non deludere: ma non per una qualche limitatezza della prima forma d&#8217;arte rispetto alla seconda, bensì proprio per la diversità strutturale delle due manifestazioni creative.</p>
<p style="text-align: justify">Ebbene, il film in questione non costitusce una eccezione, malgrado la perizia di Alan Parker (regista che ho sempre amato) e l&#8217;eccezionale bravura degli attori bambini che ne fungono da protagonisti.</p>
<p style="text-align: justify">Tuttavia credo che sia un film da mettere in cineteca proprio perchè, per le sue caratteristiche peculiari, la forma d&#8217;arte cinematografica a volte riesce a &#8220;scolpire&#8221; alcuni particolari meglio della espressione letteraria che ne è all&#8217;origine.</p>
<p style="text-align: justify">E mi riferisco, in questo caso, proprio ad un aspetto che su questo blog ci sta a cuore: il rapporto col Padre.</p>
<p style="text-align: justify">La storia è quella dell&#8217;infanzia dell&#8217;autore del Libro, Frank McCourt, nell&#8217;Irlanda poverissima degli anni 30 e 40, tra fanatismi religiosi, sopravvivenza perennemente a repentaglio e, soprattutto, un Padre cialtrone ed ubriacone di nessuna utilità per la famiglia &#8211; anzi, vera fucina di guai &#8211; che ad un certo punto sparisce anche nel nulla.</p>
<p style="text-align: justify">Frank, il maggiore dei fratelli, in qualche modo &#8220;prende la responsabilità&#8221; della propria famiglia, finché, raggiunta l&#8217;età adulta e placatasi la morsa dei disastri familiari, chiude definitivamente con il doloroso passato imboccando la strada dell&#8217;emigrazione negli Stati Uniti: da dove, invece, suo Padre era fuggito &#8211; all&#8217;inizio della storia &#8211; di fronte ai propri fallimenti.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma abbiamo visto con che razza di Padre ha avuto a che fare il povero Frank: possiamo dire, senza mezzi termini, che fosse l&#8217;antitesi del buo esempio, del maestro di vita che dovrebbe essere ciascun Padre.</p>
<p style="text-align: justify">Eppure, esiste un fortissimo rapporto tra questo padre scellerato e suo figlio, e che &#8220;esce fuori&#8221; in modo impressionante nella scena in cui i due si vedono per l&#8217;ultima volta. Ufficialmente è la solita partenza per lavoro, ma Frank dentro di se ha percepito in qualche modo che non lo vedrà più. Lo segue allora per le strade, sotto la pioggia di Limerick, finché suo Padre se ne accorge ed a quel punto si gira e gli dice, semplicemente: &#8220;Vai a casa, Frank&#8221;. Questi non risponde, si limita a fissarlo in silenzio, ma dentro di se pensa &#8220;ti voglio bene&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Un rapporto profondissimo, malgrado tutto, che agisce ancora molti anni dopo questa misteriosa fuga del genitore, in occasione della &#8220;iniziazione alla vita adulta&#8221; di Frank ad opera dello zio Pat che lo porta a prendersi la prima sbronza al pub (rigorosamente di birra scura) e dopo la quale orgogliosamente urla &#8220;io sono come mio Padre, io sono mio Padre&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Un film toccante, dal nostro punto di vista e che rafforza in me l&#8217;idea che &#8211; alla fine &#8211; per quanto un Padre possa essere (o non essere, come questo caso) un esempio o un maestro per il figlio, comunque agisca tra i due un rapporto profondissimo che supera di gran lunga le evenienze della vita vissuta e che assomiglia molto da vicino a quello che i figli hanno con la Madre.</p>
<p style="text-align: justify">Rapporto così profondo da fare paura: rapporto che, non a caso, viene ignorato o negato dalla vulgata corrente.</p>
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		<title>stalking al femminile: primo studio scientifico in Italia</title>
		<link>http://metromaschile.it/blog/2009/stalking-al-femminile-primo-studio-scientifico-in-italia/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 15:36:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Zijno</dc:creator>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[fenomeni sociali]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Gaetano]]></category>
		<category><![CDATA[narrazione femminista]]></category>
		<category><![CDATA[Nestola Fabio]]></category>
		<category><![CDATA[psicoantropologia]]></category>
		<category><![CDATA[statistiche]]></category>
		<category><![CDATA[studi e ricerche]]></category>

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		<description><![CDATA[articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 14 settembre 2009
di Gaetano Giordano e Fabio Nestola
I dati  provengono dai quotidiani nazionali e/o locali che rendono disponibili versioni on-line; il monitoraggio sullo stalking femminile ha riguardato tutte le notizie &#8211; nessuna esclusa &#8211; reperibili in rete.
Le notizie originali sono consultabili sul blog violenza-donne.blogspot.com, dal quale sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h6 style="text-align: justify">articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 14 settembre 2009</h6>
<p style="text-align: justify">di Gaetano Giordano e Fabio Nestola</p>
<p style="text-align: justify">I dati  provengono dai quotidiani nazionali e/o locali che rendono disponibili versioni on-line; il monitoraggio sullo stalking femminile ha riguardato tutte le notizie &#8211; nessuna esclusa &#8211; reperibili in rete.</p>
<p style="text-align: justify">Le notizie originali sono consultabili sul blog violenza-donne.blogspot.com, dal quale sono anche linkabili le fonti.</p>
<p style="text-align: justify">Il Decreto Sicurezza che conteneva “misure contro gli atti persecutori” (stalking) è stato varato il 23 febbraio 2009 (DL n°11), poi convertito in legge il 23/4 (38/09), pubblicata sulla G.U.n° 95 del 24 aprile.</p>
<p style="text-align: justify">A partire dal 23 febbraio, pertanto, è possibile monitorare gli episodi di cronaca che prima di allora facevano riferimento ai reati di molestie, maltrattamento, ingiurie, minacce, percosse, lesioni, danneggiamento etc., ora accorpati nello stalking qualora siano espressione di un comportamento persecutorio continuato nel tempo.</p>
<p style="text-align: justify">La norma novellata &#8211; art. 612 bis &#8211; nasce con l’obiettivo dichiarato di contrastare la persecuzione di genere, ove per “genere perseguitato” si intende il solo genere femminile. Quasi che lo status di vittima sia riferibile esclusivamente ad una figura femminile, mentre al genere maschile viene comunemente associato il monopolio della violenza agita, mai subita.</p>
<p style="text-align: justify">Una percezione ricorrente circoscrive la violenza femminile a fenomeni del tutto marginali, sporadici e poco significativi; i procedimenti giudiziari e gli episodi di cronaca nera testimoniano, purtroppo, una realtà profondamente diversa (TABELLE 1 e 2).</p>
<p style="text-align: justify">A sei mesi dal varo della Legge 38/09, un primo monitoraggio registra 41 casi riportati dai media di comportamenti persecutori, violenti e/o molesti, tenuti da donne.</p>
<p style="text-align: justify">ETÀ &#8211; L’età della stalker riserva poche sorprese: un solo caso in entrambe le fasce estreme under 20 ed over 50, mentre nelle fasce intermedie si concentra la larga maggioranza dei casi, con un picco di 13 casi (32%) nella fascia 31-40. In tre casi le fonti non riportavano l’età della donna denunciata per stalking.</p>
<p style="text-align: justify">RIPARTIZIONE SUL TERRITORIO – sostanzialmente simile il numero di episodi verificatisi al nord (16) ed al centro (14), mentre un sensibile calo si registra nei casi accaduti al sud (6) e nelle isole (5), che accorpati raggiungono il 27% dei casi totali verificatisi in Italia nel periodo di riferimento.</p>
<p style="text-align: justify">MOVENTE – come previsto dal Legislatore, il profilo critico delle relazioni di coppia risulta essere prevalente tra i motivi che generano il reato di stalking (TABELLA 3).</p>
<p style="text-align: justify">Separazioni e divorzi incidono per il 15% (6 casi)</p>
<p style="text-align: justify">Le relazioni interrotte, sia etero che omosessuali, sono la maggioranza: 46% (19 casi)</p>
<p style="text-align: justify">Le relazioni mai nate a causa di un rifiuto scatenano reazioni persecutorie nella misura del 23% (9 casi)</p>
<p style="text-align: justify">Molestie varie, con scarsi elementi valutativi forniti dalle fonti, sono il 13% ( 5 casi)</p>
<p style="text-align: justify">Anche uno dei due casi catalogati come “motivi economici” (Aversa, 25/5) deriva da un divorzio, ma senza accenni a gelosia morbosa o tentativi di imporre una riconciliazione: la persecuzione della stalker era finalizzata ad ottenere dalla vittima somme di denaro più ingenti rispetto a quanto stabilito in tribunale.</p>
<p style="text-align: justify">VITTIME &#8211; in 15 casi la vittima è una donna, in 23 un uomo adulto, in 1 caso la vittima è un minore di sesso maschile (Torino, 10/4), in 2 casi vi sono vittime plurime non sempre quantificabili, in quanto la denuncia per stalking è stata presentata da una famiglia (Campobasso, 4/6) e da un intero condominio nei confronti di un’inquilina molestatrice (Genova, 13/5). In un caso simile di molestie al vicinato, invece, (Rio Marina, 16.8) ci sono vittime identificabili in quanto le persone stalkizzate sono un uomo ed una donna.</p>
<p style="text-align: justify">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>
<p style="text-align: justify">Questi primi dati smentiscono due postulati:</p>
<p style="text-align: justify">1. Anche le donne perseguitano le donne. È falso pertanto che le donne molestate siano vittime della violenza agita esclusivamente da uomini.</p>
<p style="text-align: justify">2. Anche le donne perseguitano gli uomini. Sono false pertanto le teorie dominanti che circoscrivono ruoli stereotipati: donna/vittima e uomo/carnefice.</p>
<p style="text-align: justify">Punto 1) &#8211; Nel 37% dei casi monitorati la stalker molesta una donna, con motivazioni varie: l’incapacità di accettare l’interruzione di un rapporto saffico, l’attrazione non corrisposta per una partner eterosessuale, il binomio invidia-vendetta, il disegno persecutorio ai danni della nuova compagna del proprio ex.</p>
<p style="text-align: justify">Punto 2) &#8211; La persecuzione di genere non è affatto unidirezionale, anche la donna è in grado di perseguitare, insultare, molestare, usare violenza fisica e psicologica, pertanto anche la figura maschile può esserne vittima.</p>
<p style="text-align: justify">La violenza femminile in generale, ed il female-stalking in particolare, sono oggetto di studio in diversi Paesi europei ed extraeuropei[1], solo in Italia non esiste alcuna indagine ufficiale che studi le vittime di genere maschile, come non esiste alcuna struttura di accoglienza pubblica se ne occupi.</p>
<p style="text-align: justify">Dal monitoraggio emerge una percentuale del 58% di vittime maschili (23 casi su 41 presi in esame, 24 considerando il caso che coinvolge un minorenne), ma in questa sede non è importante stilare classifiche; interessa piuttosto far emergere un aspetto finora ignorato dai promotori della legge sullo stalking, vale a dire la necessità di prevenire, contenere e sanzionare qualunque forma di violenza, indipendentemente dal genere di autori/autrici e vittime.</p>
<p style="text-align: justify">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</p>
<p style="text-align: justify">Si rende inoltre necessario sottolineare un elemento, legato alle motivazioni che spingono la stalker ad agire: nella maggioranza dei casi anche la persecuzione D&gt;D ha come reale obiettivo un uomo.</p>
<p style="text-align: justify">Quando una donna separata compie atti persecutori nei confronti della nuova compagna del proprio ex, l&#8217;intento sembra essere quello di rendere all’ex partner la vita impossibile, creare ostacoli, incrinare l’armonia della nuova coppia, se possibile spingerla alla rottura.</p>
<p style="text-align: justify">La persona abbandonata, in modo particolare quando non riesce a ricostruire una nuova relazione, può percepire come insostenibile la felicità dell’ex partner, colui che identifica come causa scatenante del proprio dolore e della propria solitudine.</p>
<p style="text-align: justify">L’accettazione passiva aggrava il malessere psicologico, l’azione quindi può avere una valenza sia risarcitoria che ostativa, oltre ad essere terapeutica per chi la mette in atto. Agisce perché “deve”, l’acting-out persecutorio diviene la terapia per stare meglio, o illudersi di stare meglio.</p>
<p style="text-align: justify">Ha inizio uno stalking indiretto, con un bersaglio occulto ma reale (l’ex partner) ed uno palese ma strumentale (la nuova compagna). Lo stalking verso una nuova partner sembrerebbe essere, con molta verosimiglianza, più un modo per colpire l&#8217;ex partner che non una mera espressione morbosa della propria gelosia.</p>
<p style="text-align: justify">La stalker potrebbe anche essere in buona fede. Probabilmente riconosce come persecutorie le proprie azioni, ma la persecuzione viene legittimata nella misura in cui considera “giusto” punire l’ex partner attraverso la distruzione di quella felicità lei non riesce a ricostruire.</p>
<p style="text-align: justify">La stalker non ha alcun legame con la vittima palese, se non quello di percepirla come fonte di felicità per la vittima occulta: non ha motivi di rancore pregresso, non vi sono debiti insoluti, carriere ostacolate, vecchie ruggini o faide familiari, spesso non la conosce affatto (es. Modena 26/3; Lucca 18/3; L’Aquila 12/3, Siena 25/6).</p>
<p style="text-align: justify">Se ne deduce che XX non sarebbe stata mai perseguitata se non si fosse legata ad YY, precedente partner della stalker. La vendetta trasversale colpisce in funzione del ruolo sociale, non per caratteristiche individuali della vittima.</p>
<p style="text-align: justify">L’obiettivo sembra quello di fare terra bruciata attorno all&#8217;ex coniuge, chiunque sia la nuova partner. Quindi costei, pur apparendo vittima palese di stalking, in realtà è solo lo strumento attraverso il quale perseguire lo scopo &#8211; reale ma occulto &#8211; di creare pregiudizio all’ex partner ostacolandone la serenità della vita di coppia.</p>
<p style="text-align: justify">Si osserva una differenza sostanziale: mentre lo stalker di genere maschile solo rarissimamente prende di mira il nuovo compagno della ex partner (passando, nel caso, all&#8217;aggressione singola di vario livello che può anche esitare in omicidio, ma rimane atto isolato e non concatenazione di comportamenti), la donna compie azione di stalking anche verso la nuova compagna del proprio ex partner, oltre a poter compiere l&#8217;atto aggressivo singolo.</p>
<p style="text-align: justify">Detto in altri termini, si può ipotizzare che la stalker femminile agisca più facilmente, o quasi esclusivamente rispetto all&#8217;altro sesso, una modalità di stalking indiretto &#8211; per così dire “trasversale” &#8211; , nella quale la vendetta, il tentativo di estorcere i consensi o il ripristino della relazione, vengono veicolati attraverso soggetti estranei alla relazione stessa.</p>
<p style="text-align: justify">Da questo punto di vista, il paragone con i comportamenti riferibili alla sindrome di “Medea” (si colpisce un affetto dell&#8217;uomo amato per colpire lui) sembrano indicare una chiave di lettura del fenomeno: tendenzialmente la donna, quando intende colpire l’ex partner, predilige l&#8217;aggressione contro un affetto di questi, e dunque contro di lui o, in alternativa, contro la sua nuova partner.</p>
<p style="text-align: justify">Come già detto, non esiste o quasi lo stalking U&gt;U inteso come una serie di atti persecutori contro il nuovo partner. Ad ulteriore conferma i dati emergenti dal monitoraggio sui casi di stalking maschile, relativi allo stesso periodo di riferimento 3/09 – 8/09.</p>
<p style="text-align: justify">Su 73 casi censiti 70 (96%) hanno contemplato lo stalking verso donne che hanno rifiutato di divenire partner dell’offender o che hanno cessato di esserlo.</p>
<p style="text-align: justify">Abbiamo poi 1 caso di stalking plurimo, agito da un pregiudicato che terrorizzava le persone del luogo e 3 casi di stalking U&gt;U, tutti verso consanguinei:</p>
<p style="text-align: justify">- verso uno zio (Iglesias, 3/8), sembra per questioni patrimoniali</p>
<p style="text-align: justify">- verso il padre (Bologna, 29/8) a causa dei problemi di alcolismo del figlio.</p>
<p style="text-align: justify">- verso i figli ormai cinquantenni (Genova, 19.8) aggrediti dall’anziano padre ricoverato in clinica psichiatrica.</p>
<p style="text-align: justify">Nessun episodio, quindi, di persecuzione nei confronti di un nuovo partner della propria ex, casistica che invece compare nel monitoraggio dello stalking femminile nella misura del 18% (7 casi su 40).</p>
<p style="text-align: justify">Il tentativo di ottenere soddisfazione e vendetta passa dunque (come avviene appunto anche nei comportamenti “alla Medea”) anche attraverso la ferita affettiva dell&#8217;ex partner, e ciò implica che la donna – contrariamente all&#8217;uomo – tende a colpire per vendetta e che in tal senso non necessariamente la persona colpita deve essere l’ex partner, potendosi la vendetta estendere a chi gli sia affettivamente vicino.</p>
<p style="text-align: justify">Questo può essere una ulteriore indicazione per considerare il “mobbing genitoriale”[2] – vale a dire i tentativi di estromettere il padre dei propri figli &#8211; come una forma di stalking trasversale, nel quale i comportamenti punitivi ed estorsivi rivolti direttamente all&#8217;ex partner nello stalking diretto (molestie, minacce, intimidazioni, violenze fisiche) sono sostituiti da comportamenti tesi a far soffrire l&#8217;ex partner attraverso la sofferenza di un oggetto d&#8217;amore o la sua privazione.</p>
<p style="text-align: justify">Da questo punto di vista, esistono dunque due forme di stalking:</p>
<p style="text-align: justify">- lo “stalking diretto” agito, in percentuali sensibilmente diverse, da soggetti di entrambi i generi,</p>
<p style="text-align: justify">- lo “stalking trasversale”, prerogativa tipicamente femminile.</p>
<p style="text-align: justify">Il che ulteriormente dimostra, in sostanza, come la violenza e l&#8217;aggressività femminile siano un universo tutto da esplorare.</p>
<p style="text-align: justify">Gaetano Giordano,  Fabio Nestola</p>
<p style="text-align: justify">NOTE:</p>
<p style="text-align: justify">[1] Reid Meloy, Cynthia Boyd, &#8211; Female Stalkers and their victims, 2004</p>
<p style="text-align: justify">Purcell R., Mullen P &#8211; A study of women who stalk, 2001</p>
<p style="text-align: justify">http://www.canadiancrc.com/female_sexual_predators_awareness.aspx</p>
<p style="text-align: justify">Kanin JJ., &#8211; Statistics on female rape, 2000</p>
<p style="text-align: justify">Donald G. Dutton, Kenneth N. Corvo , John Hamel The gender paradigm in domestic violence , 2009</p>
<p style="text-align: justify">Daniel Whitaker – Women: often the aggressors, Journal of Public Health 2001</p>
<p style="text-align: justify">Murray A. Straus, Family Research Lab., Un. of New Hampshire, Dominance and Symmerty in partner violence, 2006</p>
<p style="text-align: justify">[2] IL MOBBING GENITORIALE DALL&#8217;ETOLOGIA ALL&#8217;ETICA – Roma, convegno AILAS 2006, Gaetano Giordano e Giuseppe Dimitri &#8211; (PM, 26 Aprile 2007), http://www.psychomedia.it/, <a href="http://www.psychomedia.it/pm/grpind/separ/giordano3.ht">http://www.psychomedia.it/pm/grpind/separ/giordano3.ht</a></p>
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		<title>&#8220;Non è un paese per vecchi&#8221; di Ethan e Joel Coen, USA, 2007</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 15:28:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Zijno</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[ruolo del Padre]]></category>

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		<description><![CDATA[articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 7 settembre 2009
Il film (tratto da un romanzo di Cormac McCarthy), giustamente osannato dalla critica di tutto il mondo ed impreziosito da un Javier Bardem strepitoso (ma anche da un Tommy Lee Jones che secondo me non è da meno), ci narra la storia di un inseguimento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h6 style="text-align: justify">articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 7 settembre 2009</h6>
<p style="text-align: justify">Il film (tratto da un romanzo di Cormac McCarthy), giustamente osannato dalla critica di tutto il mondo ed impreziosito da un Javier Bardem strepitoso (ma anche da un Tommy Lee Jones che secondo me non è da meno), ci narra la storia di un inseguimento mortale attraverso gli Stati Uniti, tema che ricorre spesso nella produzione d&#8217;oltreoceano.</p>
<p style="text-align: justify">Un tizio qualsiasi in una provincia qualsiasi si imbatte in una strage di malavita, appena consumata, ed il cui &#8220;lascito&#8221; consiste in una valigia contenente una grossa somma. Tale ritrovamento farà in modo che il tizio in questione verrà braccato senza pietà da un misterioso quanto abile killer fino al tragico epilogo.</p>
<p style="text-align: justify">In tutto questo le forze dell&#8217;ordine sono impotenti, come si diceva una volta. Capeggiate dal disincantato ed anziano sceriffo Bell (Tommy Lee Jones), perso tra i suoi ricordi di famiglia (tutti sceriffi da svariate generazioni), non possono che arrivare ultime ad ogni appuntamento della trama: incrementando ancora di più il disincanto ed il senso di crescente estraneità dello sceriffo stesso nei confronti del proprio paese e della società in cui si trova a vivere e lavorare, da cui il titolo.</p>
<p style="text-align: justify">E&#8217; proprio nel finale del film che questo sottile dramma esistenziale di Bell/Jones raggiunge il massimo e ci consegna un messaggio importante.</p>
<p style="text-align: justify">Il giorno stesso del suo pensionamento definitivo dal servizio (passaggio altamente simbolico), infatti, confida alla moglie di aver fatto un sogno: &#8220;cavalcavo insieme a mio Padre, ma siccome lui è morto quando aveva vent&#8217;anni meno della mia età attuale, tra i due il vecchio ero io&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify">Trovo questa immagine di una efficacia straordinaria per descrivere la situazione esistenziale degli uomini di quella generazione, per intenderci la generazione del mio stesso Padre: nati e cresciuti nel &#8220;vecchio mondo&#8221; e raggiunta la terza età (o qualcosa di simile) in quello attuale, sono proprio loro che hanno &#8211; più di tutte le generazioni successive &#8211; la misura di quello che è stato distrutto in questi anni in termini di paternità e posizione del maschio per ricavarne una sensazione di vecchiaia, stanchezza e logoramento incredibili, che le precedenti generazioni di anziani non avevano conosciuto e che va ad impattare, a livello psicologico, proprio nel paragone con i propri Padri: da cui il sogno dello sceriffo Bell.</p>
<p style="text-align: justify">Tutto questo, benché &#8220;di rimbalzo&#8221;, arriva anche agli uomini della mia generazione: laddove non ricordo di aver mai percepito quella temperie mentale da parte di mio nonno (energico e &#8220;centrato&#8221; fino alla fine), ma mi arriva molto chiaramente per quanto riguarda mio Padre e gli altri suoi coetanei.</p>
<p style="text-align: justify">In questa chiave si potrebbe quasi dire, con il permesso di McCarthy, che non è il suo paese ma è l&#8217;intero pianeta a non essere &#8220;per vecchi&#8221;: anche perché, a cavalcare con il Padre, siamo rimasti veramente in pochi.</p>
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		<title>“Un decalogo per i genitori italiani” a cura di Alessandro Rosina ed Elisabetta Respini, Hoepli, 2009: non compratelo</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 15:21:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Zijno</dc:creator>
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		<description><![CDATA[articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 22 giugno 2009
E’ uscito, per i tipi della Hoepli, il libro “Un decalogo per i genitori italiani”, a cura di Alessandro Rosina ed Elisabetta Respini, presentato nell’edizione odierna del Corriere della Sera con un articolo a firma di Gabriella Jacomella.
In questo libro i due offrono una serie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h6 style="text-align: justify">articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 22 giugno 2009</h6>
<p style="text-align: justify">E’ uscito, per i tipi della Hoepli, il libro “Un decalogo per i genitori italiani”, a cura di Alessandro Rosina ed Elisabetta Respini, presentato nell’edizione odierna del Corriere della Sera con un articolo a firma di Gabriella Jacomella.</p>
<p style="text-align: justify">In questo libro i due offrono una serie di consigli per i genitori: elaborati, come ci tengono loro stessi a dire, con un taglio “italo centrico”, quindi con una ottica che vorrebbe essere sostanzialmente antropologica. Del decalogo mi ha colpito proprio il punto 1, che la stessa Jacomella definisce “da contropiede” (cito testualmente):</p>
<p style="text-align: justify">&#8220;E già il primo dell’elen­co coglie un po&#8217; in contropiede, «Non pretendere da un figlio maschio meno di quanto pre­tendi (o pretenderesti) da una figlia femmina». È Marina Piaz­za, sociologa, a ricordare che «tra le società occidentali, quel­la italiana continua a essere una delle più tradizionali nei ruoli assegnati a uomini e don­ne ». Quindi, diventa cruciale «insegnare ai propri figli l’im­portanza della cura, disordina­re i codici tradizionali». Verreb­be da chiedersi: ma ce n’è anco­ra bisogno? «Fino a un po&#8217; di tempo fa &#8211; interloquisce Lidia Ravera &#8211; avrei risposto no, non più. Ma siccome stiamo ri­tornando indietro su tutto, e al­la velocità del fulmine, ora dico che va benissimo chiarire come i figli vadano educati nello stes­so modo». Una marcia indietro che si concretizza, prosegue la scrittrice, «nel ritorno di una fi­gura di donna funzionaria del desiderio maschile, come nean­che prima del ’68; e i bambini, che sono molto recettivi verso la cultura dominante, non han­no gli strumenti per separare il grano dal loglio. Quindi: chia­riamo che anche i maschi devo­no apparecchiare la tavola».</p>
<p style="text-align: justify">Anche il sottoscritto è genitore e conosce bene il mondo infantile ed adolescenziale: francamente tutte queste bambine e ragazze costrette ad apparecchiare la tavola non le vedo ed anzi debbo dire che perlopiù si fanno portare la cena in camera dalle madri, ansiose di non far prendere loro cattive abitudini come ad esempio quella della collaborazione familiare. Infatti è molto più facile che certe cose le faccia un figlio maschio, se non altro per spirito di condivisione con i genitori o più semplicemente per accelerare la preparazione della cena (si sa, siamo voraci).</p>
<p style="text-align: justify">Ma a parte queste considerazioni spicciole, quello che mi colpisce (negativamente) è il perdurare nei secoli dei secoli della orrida presunzione di poter cancellare con forme di “educazione”, secondo la più stantia pseudocultura sessantottesca, tendenze ed istinti naturali degli esseri umani meglio se bambini.</p>
<p style="text-align: justify">Non dico che certi mestieri debbano essere necessariamente svolti da femmine anziché da maschi e viceversa secondo una logica di “evidente destino”, io stesso a casa spesso lavo piatti o cucino (giusto ieri sera io e mio figlio ci siamo divertiti con la vaporiera, visto che aimè mi tocca stare a dieta), ma penso però che gli autori del libro dovrebbero avere un qualche sospetto che il punto non sia semplicemente di “disordinare i codici tradizionali”: visto che, come dicono loro stessi, “stiamo tornando indietro su tutto” malgrado (aggiungo io) un bombardamento culturale e mediatico che dura da interi decenni.</p>
<p style="text-align: justify">Domanda: nessuno sospetta che possa esserci qualcosa di più profondo, in questo presunto “tornare indietro”, qualcosa di più istintuale che non il problema di “educare i figli allo stesso modo”? Pazienza per Lidia Ravera che ha la sua età la sua formazione “storica”, ma credo però che degli studiosi intraprendenti e dalla mente aperta il problema dovrebbero porselo, se non altro per amor di onestà intellettuale.</p>
<p style="text-align: justify">Comunque sia non comprate questo libro: si tratta della nuova ennesima rifrittura (e nemmeno troppo creativa) di quel pregiudizio culturale che chiamasi Questione Maschile.</p>
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		<title>&#8220;L&#8217;ultimo sogno&#8221; di Irwin Winkler, USA, 2001</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 15:18:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Zijno</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[passaggi maschili]]></category>
		<category><![CDATA[psicoantropologia]]></category>
		<category><![CDATA[ruolo del Padre]]></category>

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		<description><![CDATA[articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 15 giugno 2009
Il film non ha avuto particolare successo di critica, visto che la maggior parte dei commentatori ne parla in termini &#8211; sostanzialmente &#8211; di pellicola piuttosto melensa, tenuta in piedi soltanto grazie alle eccezionali qualità interpretative degli attori coinvolti.
Concordo su queste valutazioni piuttosto negative, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h6 style="text-align: justify">articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 15 giugno 2009</h6>
<p style="text-align: justify">Il film non ha avuto particolare successo di critica, visto che la maggior parte dei commentatori ne parla in termini &#8211; sostanzialmente &#8211; di pellicola piuttosto melensa, tenuta in piedi soltanto grazie alle eccezionali qualità interpretative degli attori coinvolti.</p>
<p style="text-align: justify">Concordo su queste valutazioni piuttosto negative, ma per motivi molto diversi da quelli della critica ufficiale.</p>
<p style="text-align: justify">la storia infatti è quella di un uomo, George Monroe, che, messo di fronte alla realtà della propria morte di lì a pochi mesi per un male incurabile decide di dare una svolta alla propria vita, per il tempo che durerà, specialmente per quanto riguarda il rapporto con il proprio figlio. George infatti è un uomo divorziato da tempo (e la cui moglie si è risposata con un individuo piuttosto benestante), e con un figlio adolescente &#8211; Sam &#8211; che va alla deriva, tra droghe e tendenze omosessuali.</p>
<p style="text-align: justify">Appreso della malattia, e per giunta licenziato dallo studio di architettura in cui ha lavorato per 25 anni, George decide &#8211; per il tempo che gli rimane &#8211; di dedicare le residue energie e finanze alla costruzione di una casa per suo figlio, nello stesso punto in cui sorge ancora (benché ridotta allo stato di catapecchia) la casa di suo padre ed in cui, nei pochi anni trascorsi insieme, ha dimorato la propria famiglia.</p>
<p style="text-align: justify">Ma questa impresa non vuole portarla a termine da solo, bensì con il contributo fattivo del proprio figlio problematico.</p>
<p style="text-align: justify">Si precipita quindi a casa della ex moglie, reclamando il diritto di &#8220;passare l&#8217;estate&#8221; con il giovane Sam, anche se non consenziente, costi quello che costi. La ex moglie concorda, ma il figlio no: ma per la prima vota George si comporterà da Padre, imponendo semplicemente al figlio ciò che ritiene giusto.</p>
<p style="text-align: justify">Si apre quindi una partita piuttosto complessa tra i due, in cui Sam lentamente comincia a conoscere suo Padre e ad uscire, per il tramite del lavoro di realizzazione della casa al quale progressivamente si uniscono amici e vicini, dalla propria realtà degradata. E&#8217; una storia delicata e poetica, in cui il vecchio George, guadagnando tempo tra morfina e pietose bugie, lentamente cambia il corso del destino di suo figlio.</p>
<p style="text-align: justify">Il finale però è oggettivamente assurdo. Morto infatti George, sul finire della costruzione, per la quale aveva detto al figlio &#8220;la termini tu&#8221;, quest&#8217;ultimo pensa di regalarla ad una ragazza che il Padre di suo Padre, guidando ubriaco e provocando un insensato incidente, aveva privato della Madre.</p>
<p style="text-align: justify">In altri termini, alla fine di questa storia edificante tra padri e figli, si ritorna a bomba al &#8220;debito&#8221; che ogni maschio ed ogni linea maschile avrebbe con il femminile, con tanto di &#8220;espiazione&#8221; consistente nel dono di una villa in riva all&#8217;oceano.</p>
<p style="text-align: justify">Mio parere personale: cari sceneggiatori, un po&#8217; più di coraggio avrebbe potuto trasformare questa storia in un gran film, ma voi questo coraggio non l&#8217;avete avuto.</p>
<p style="text-align: justify">Triste finale quindi per una pellicola che avrebbe meritato altra sceneggiatura, ma che vale comunque la pena di vedere se capita in TV oppure a noleggio (non compratela, però, non esageriamo).</p>
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		<title>vergini giurate</title>
		<link>http://metromaschile.it/blog/2009/vergini-giurate/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 15:05:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Zijno</dc:creator>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[corrispondenze estere]]></category>
		<category><![CDATA[femminilizzazione della società]]></category>
		<category><![CDATA[psicoantropologia]]></category>

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		<description><![CDATA[articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 1 aprile 2009
In Albania l’antico codice denominato “Kanun” (canone) prevedeva l’istituto delle “vergini giurate”. Il Kanun è una raccolta di leggi e norme comportamentali codificata nel XV secolo da un principe cristiano (Lekë Dukagjinit, che per estensione dei possedimenti e potenza potremmo considerare come un vero e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h6 style="text-align: justify">articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 1 aprile 2009</h6>
<p style="text-align: justify">In Albania l’antico codice denominato “Kanun” (canone) prevedeva l’istituto delle “vergini giurate”. Il Kanun è una raccolta di leggi e norme comportamentali codificata nel XV secolo da un principe cristiano (Lekë Dukagjinit, che per estensione dei possedimenti e potenza potremmo considerare come un vero e proprio re d&#8217;Albania), poi adattato (ma si tratta di particolari) alle varie regioni del paese.</p>
<p style="text-align: justify">Uno degli istituti che ivi sono disciplinati è quello delle “vergini giurate”: donne che, in età giovanile, si impegnano a rinunciare (tramite appunto un giuramento) alle loro prerogative femminili, che nell’antica società albanese significava non soltanto rinunciare allo status di madre e moglie, ma anche – visto che non era tollerabile che esistesse una donna adulta che non fosse suora o sposata – rinunciare ai segni esteriori della propria femminilità (cura della bellezza, abiti femminili, etc.) per divenire una sorta di “uomo onorario” (burrnesh).</p>
<p style="text-align: justify"> Il fenomeno è durato fino alle porte dell’età moderna tanto è vero che di loro ne esistono ancora alcune, benché molto anziane, ampiamente studiate ed intervistate. Secondo la vulgata corrente esse sarebbero vittime del solito sistema patriarcale, in quanto il giuramento si pronunciava per sopperire alla mancanza di figli maschi in casa.</p>
<p style="text-align: justify">In realtà, a leggere il Kanun e le interviste alle signore in questione, il giuramento poteva essere pronunciato per i più svariati motivi oltre a quelli sopradetti: per evitare un matrimonio indesiderato (o il matrimonio tout court), per semplice voglia di intraprendere uno stile di vita maschile, per ribellione alla famiglia, oppure in onore di un fratello scomparso…. Eccetera.</p>
<p style="text-align: justify">All’atto pratico: una volta pronunciato il giuramento le ragazze rinunciavano ai loro vestiti, ai loro capelli, ad ogni velleità matrimoniale o erotica ed iniziavano ad essere considerate dalla società come uomini a tutti gli effetti, con tutti i pro ed i contro del caso in termini di responsabilità, poteri e doveri.</p>
<p style="text-align: justify">Ora, secondo me è interessante notare l’aspetto fisico che queste persone finivano per assumere con il passare degli anni.  Basta una ricerca su google immagini per rendersi conto  che queste persone  hanno assunto definitivamente l’aspetto di uomini benché non si dichiarino affatto omosessuali o trans gender (almeno le poche che sono ancora vive): semplicemente, la lunga pratica di uno stile di vita maschile ed il contatto costante con il gruppo degli uomini le hanno completamente trasformate. Infatti vivono come uomini, pensano come uomini, hanno le abitudini degli uomini (fumare, bere, etc) ed alla fine… sono uomini. L’energia del maschile le ha contaminate in tale profondità da cambiarne in qualche modo lo stesso codice genetico.</p>
<p style="text-align: justify">Il sospetto, ragionando su queste cose, è che la nostra identità sessuale (di uomini e di donne) sia molto più manipolabile di quello che pensiamo.</p>
<p style="text-align: justify">A questo punto però (vecchia frase ad effetto) la domanda sorge spontanea: quando vedete in giro i ragazzi di oggi con il corpo depilato, le sopracciglia lavorate, il capello da parrucchiere ed il fondotinta, cosa vi viene da pensare?</p>
<p style="text-align: justify">Io &#8211; ve lo dico fuori dai denti e poi fate di me ciò che volete &#8211; ritengo che, per il nostro bene e della società tutta, si debba smettere (perlomeno da parte degli uomini) di adottare, propagandare e incensare stili di vita e tendenze che di maschile non hanno proprio nulla. E che dovremmo ricominciare, ogni tanto, a parlare tra noi.</p>
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		<title>&#8220;Il gladiatore&#8221; di Ridley Scott, USA, 2000</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 14:54:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Zijno</dc:creator>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[psicoantropologia]]></category>
		<category><![CDATA[ruolo del Padre]]></category>

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		<description><![CDATA[articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 27 febbraio 2009
 Regia di Ridley Scott, USA 2000, premio oscar per: miglior film, miglior attore, migliori costumi, migliori effetti visivi, miglior sonoro.
Ho avuto il piacere di rivedere alcune sere fa questo film che ormai costituisce un classico. La storia è arcinota e non è il caso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h6 style="text-align: justify">articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 27 febbraio 2009</h6>
<p> Regia di Ridley Scott, USA 2000, premio oscar per: miglior film, miglior attore, migliori costumi, migliori effetti visivi, miglior sonoro.</p>
<p>Ho avuto il piacere di rivedere alcune sere fa questo film che ormai costituisce un classico. La storia è arcinota e non è il caso di ripercorrerla, così come non è il caso di ripercorrere le intense emozioni che Massimo ci può dare quale esempio perfetto di pietà virile, dedizione familiare, lealtà di vero guerriero e coraggio.</p>
<p>L&#8217;oggetto della mia attenzione rivedendo questo film è piuttosto il rapporto tra il vecchio Marco Aurelio e suo figlio Commodo. Non sappiamo (almeno non io) come andarono le cose tra i due, storicamente parlando (anche se sappiamo che Commodo venne comunque associato al trono da suo Padre): possiamo però dire che, per come descritto nel film, tale rapporto rappresenta un esempio da manuale di separazione tra Padre e figlio, un vero e proprio caso di mancato riconoscimento di paternità.</p>
<p>Commodo vorrebbe essere riconosciuto come figlio ed erede (soprattutto spirituale) dell&#8217;imperatore, e quest&#8217;ultimo vorrebbe riconoscerlo, ma questa è materia in cui volere non è potere. E&#8217; terribile la scena della confessione tra i due, che culminerà nel parricidio successivamente al quale Commodo si abbandonerà definitivamente ai lati peggiori della sua persona: perversione, tradimento, vigliaccheria. Come anche è da manuale la sua gelosia per l&#8217;incolpevole Massimo. Ma così è la vita, quando l&#8217;odio irragionevole ci acceca.</p>
<p>Come è avvenuta la separazione tra Marco Aurelio e Commodo? Quando e perchè? Non è dato di saperlo, anche se qualche indizio può darcelo la relazione morbosa tra Commodo e sua sorella.</p>
<p>Relazione morbosa il cui risultato sarà il mostruoso rapporto che lo stesso Commodo avrà con il nipotino, in bilico tra appropriazione di una paternità non propria e volontà di distruggere la sorella in quanto non consenziente (perlomeno non completamente) a tale appropriazione: aspetto, quest&#8217;ultimo, che evidentemente andava ad infrangere un qualche schema mentale già consolidato &#8211; chissà come, chissà quando &#8211; dello stesso Commodo&#8230;</p>
<p>Un film senza tempo e tutto da meditare, quindi. E congratulazioni agli sceneggiatori per la coerenza del quadro per quanto riguarda i rapporti psicologici sulla paternità.</p>
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		<title>Mauro Corona</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 14:41:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Zijno</dc:creator>
				<category><![CDATA[articoli]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[modelli culturali]]></category>
		<category><![CDATA[psicoantropologia]]></category>

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		<description><![CDATA[articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 1 febbraio
Quando faccio la recensione di un autore, in genere metto nel titolo del post non solo il nome ma anche il titolo del libro in questione. Per Mauro Corona ho deciso di fare un’eccezione perché secondo me andrebbe letto tutto.
Ho incontrato Corona l’estate scorsa a Gavoi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h6 style="text-align: justify">articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 1 febbraio</h6>
<p style="text-align: justify">Quando faccio la recensione di un autore, in genere metto nel titolo del post non solo il nome ma anche il titolo del libro in questione. Per Mauro Corona ho deciso di fare un’eccezione perché secondo me andrebbe letto tutto.</p>
<p style="text-align: justify">Ho incontrato Corona l’estate scorsa a Gavoi, in Sardegna. Mauro stava concedendo una lunga intervista pubblica in occasione di un evento letterario. Io mi trovavo tra il pubblico, semisdraiato sotto un albero, con mio figlio che mi giocava tra le gambe ed un mezzo Toscanello appeso alla bocca.</p>
<p style="text-align: justify">Il pubblico, compreso il sottoscritto, era completamente rapito mentre il conduttore perdeva rapidamente il controllo della situazione, cosa non difficile con un personaggio a tal punto spiazzante da arrivare a chiedere, verso la fine, “è quasi un’ora che parlo con questo caldo, non è che avete una caraffa di quel vostro ottimo vino sardo?” Il povero giornalista &#8211; ormai incapace di intendere e di volere &#8211; aveva guardato gli organizzatori con aria supplicante, e quelli gli avevano rimandato un sguardo sconvolto quanto interrogativo. “Vabbene, tanto l’intervista ormai è finita” aveva concluso Mauro.</p>
<p style="text-align: justify">Quando scese dal palco, anche lui con un Toscanello in mano, i nostri sguardi s’incrociarono per un attimo. Mi chiese da accendere e poi sparì per i suoi percorsi misteriosi. Non feci nulla per tentare un qualsiasi approccio, ed è facile capirne il motivo: dato il personaggio e dato che aveva già parlato un’ora, sicuramente gli avrei rotto le palle qualunque cosa avessi detto. Mi sono quindi limitato ad accendergli il Toscanello.</p>
<p style="text-align: justify">Poi però ho fatto in modo di incontrarlo durante una delle mega cene che si organizzano in questi eventi e di farci due chiacchiere, almeno nei limiti del possibile in un contesto del genere.</p>
<p style="text-align: justify">Abbiamo parlato dei suoi trascorsi di alpinista, di avventura, di stili di vita. “L’avventura è quando rischi la vita, non quando spingi un bottone ed arriva l’elicottero a tirarti fuori. Quelle sono, eventualmente, prestazioni atletiche non avventure: ma per queste, non c’è bisogno di andare sull’Everest, basta ad esempio che vieni a salire sulle montagne qui intorno a Gavoi, tipo a gennaio, e puoi farti tutti i mazzi che ti pare… “ Aveva poi attaccato la smania, tipicamente moderna, di fare prestazioni a tutti i costi “come quella roba lì, che se la prendi ti fai dodici scopate senza neanche tirarti fuori l’uccello: ma che senso ha se fino a cinque minuti prima non avevi voglia di fartene neanche una?” il punto, secondo Mauro, è che per certe cose ci vuole rispetto per la dimensione umana, che è comunque limitata, e questi limiti sono sempre in agguato. “Io sono considerato un grande alpinista” proseguì a questo proposito, “ma ti garantisco che quando ho scalato una certa cima ed ho scoperto che una spedizione inglese di cinquanta anni prima aveva usato metà dei chiodi che stavo usando io, mi sono sentito una merda”. Parlando, poi, ho scoperto – anche con un certo stupore &#8211; che suo figlio aveva scelto di vivere con lui in montagna. “Che ci vai a fare, in città” è stata la replica “tanto adesso c’è internet e puoi fare tutti i lavori che vuoi stando dove ti pare, anche da me. Per tutto il resto, c’è l’osteria a due passi.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify">Spinto dall’entusiasmo mi sono comprato un suo libro (uno a caso, tanto di lui non ne sapevo niente) che però è finito nel cassetto fino a qualche giorno fa, quando mi è capitato di nuovo per le mani e mi sono deciso a leggerlo. Il libro è “Cani, Camosci, cuculi (e un corvo)”, Mondatori, 2008.</p>
<p style="text-align: justify">Il libro ci parla di uomini ed animali, di Padri che insegnano l’arte della caccia ai figli, di indomabili bracconieri, di energie misteriose della foresta, di amicizie che vanno oltre la morte, della sacralità dell’olivo che può essere scolpito ma solo a determinate condizioni, di Mauro che sopravvive alla valanga, di cani che salvano i padroni dalla frana del Vajont, di montanari dalla faccia di cuoio che muoiono a letto con gli scarponi ai piedi, di olii magici, di traversate… Nella scrittura di Mauro Corona ho ritrovato la stessa energia delle fiabe alpine, come dell’epica lakota o delle leggende africane del monte Kilimangiaro.</p>
<p style="text-align: justify">Insomma una salutare immersione nella freschezza; nelle energie più pulite, profonde ed antiche dell’uomo, nella wilderness più pura e, soprattutto, in una cultura che deve essere assolutamente tramandata: ma non (rectius: non solo) per il bene di chi ne è portatore ed esponente bensì per il nostro bene, affinché possiamo capire quanto può arrivare ad essere fetido, distruttivo ed idiota il nostro attuale stile di vita.</p>
<p style="text-align: justify">Voglio concludere citando mezzo paragrafo della parte finale del libro, in cui Mauro racconta dell’assistenza prestata al suo vecchio Padre reso temporaneamente folle dall’anestesia all’ospedale di Padova, quando finalmente il vecchio depone la corazza che l’aveva accompagnato tutta la vita e i due si trovano faccia a faccia senza più alcuna protezione. Scrive Mauro: “All’ospedale di Padova, nonostante il luogo di dolore, vissi i momenti più spassosi della vita con il mio vecchio. Furono ore impreviste, sconosciute, libere da scudi e corazze. Ore oneste… … forse la vera natura degli uomini sta nella follia.”</p>
<p style="text-align: justify">Vado a comprarmi gli altri libri di Mauro Corona, e state sicuri che questa volta non rimarranno nel cassetto.</p>
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		<title>La mancanza del padre tra insicurezza e panico. Una ricerca del San Raffaele.</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 14:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Zijno</dc:creator>
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		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[psicoantropologia]]></category>
		<category><![CDATA[ruolo del Padre]]></category>
		<category><![CDATA[studi e ricerche]]></category>

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		<description><![CDATA[articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 11  gennaio 2009
Leggo, sul sito dell&#8217;ADNKRONOS, ma anche su &#8220;Il Tempo&#8221; l&#8217;interessante notizia di uno studio condotto dal San Raffaele di Milano secondo cui il distacco precoce, in età infantile, da uno o entrambi i genitori, comporterebbe l&#8217;insorgenza nei bimbi di attacchi di panico ed ansia nonché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h6 style="text-align: justify">articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 11  gennaio 2009</h6>
<p style="text-align: justify">Leggo, sul sito dell&#8217;ADNKRONOS, ma anche su &#8220;Il Tempo&#8221; l&#8217;interessante notizia di uno studio condotto dal San Raffaele di Milano secondo cui il distacco precoce, in età infantile, da uno o entrambi i genitori, comporterebbe l&#8217;insorgenza nei bimbi di attacchi di panico ed ansia nonché il trascinarsi fino all&#8217;età adulta di sintomatologie asmatiche o legate a forme di insicurezza grave.</p>
<p style="text-align: justify">Dico a bruciapelo che a mio avviso tale studio si riferisce in realtà alla problematica della mancanza del Padre, se è vero &#8211; come è vero &#8211; che nel 90% dei casi quando avviene la separazione della coppia si ha automaticamente l&#8217;allontanamento del Padre dalla famiglia.</p>
<p style="text-align: justify">Se anche questa banale constatazione non fosse sufficiente, basti considerare un dato fondamentale contenuto nello studio stesso, alloquando si afferma che &#8220;un lutto o il divorzio dei genitori &#8211; ma anche semplicemente l&#8217;emigrazione all&#8217;estero del padre alla ricerca di un nuovo lavoro &#8211; possono modificare la respirazione probabilmente cambiando la fisiologia dall&#8217;età infantile in modo relativamente stabile, o per tutta la vita.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify">In ogni caso, ecco a voi l&#8217;articolo per esteso</p>
<p style="text-align: justify">____________________________</p>
<p style="text-align: justify">Figli di genitori separati più a rischio di attacchi di panico</p>
<p style="text-align: justify">Secondo uno studio del San Raffaele di Milano la grave esperienza di distacco li accomuna anche agli orfani e ai bimbi di emigrati</p>
<p style="text-align: justify">Milano, 7 gen. (Adnkronos/Adnkronos Salute) &#8211; Ci sono anche gli attacchi di panico nel bagaglio che i figli di genitori separati si porteranno dietro fino all&#8217;età adulta. Responsabile: la grave esperienza di distacco che li accomuna anche agli orfani e ai bimbi di emigrati.</p>
<p style="text-align: justify">Sono loro, secondo uno studio condotto dall&#8217;Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e dall&#8217;Istituto scientifico universitario San Raffaele, ad avere più probabilità di ammalarsi di attacchi di panico da adulti.</p>
<p style="text-align: justify">I ricercatori hanno osservato il fenomeno in oltre 700 gemelli del Registro nazionale norvegese.E i risultati del lavoro, realizzato in collaborazione con il Norwegian Institute of Public Health, il Queensland Institute of Medical Research di Brisbane (Australia) e il Virginia Institute of Psychiatry and Behavioural Genetics di Richmond (Usa), sono stati pubblicati sulla rivista &#8216;The Archives of General Psychiatry&#8217;.</p>
<p style="text-align: justify">Gli scienziati hanno approfondito il legame, già ipotizzato, fra il rischio amplificato di sviluppare disturbi di panico e l&#8217;ansia da separazione o l&#8217;esperienza di una perdita precoce sperimentata da piccoli.</p>
<p style="text-align: justify">Basta anche il distacco di uno solo dei due genitori a rendere più vulnerabili al panico in età adulta i bimbi geneticamente predisposti. Lo studio sui gemelli ha permesso di separare il contributo genetico e ambientale dal rischio di ammalarsi nelle comuni condizioni di patologia.</p>
<p style="text-align: justify">Attraverso interviste su eventi di separazione precoci e sulla presenza di sintomi ansiosi nell&#8217;arco della vita, gli studiosi hanno cercato di ricostruire la storia di ciascun gemello.</p>
<p style="text-align: justify">In un secondo momento ciascuno di loro è stato sottoposto a un test di respirazione per valutare il rischio di attacchi di panico. E i ricercatori hanno osservato che, fra i gemelli che da piccoli avevano subito i traumi da separazione, c&#8217;erano più persone con attacchi di panico. Non solo: un lutto o il divorzio dei genitori &#8211; ma anche semplicemente l&#8217;emigrazione all&#8217;estero del padre alla ricerca di un nuovo lavoro &#8211; possono modificare la respirazione probabilmente cambiando la fisiologia dall&#8217;età infantile in modo relativamente stabile, o per tutta la vita.</p>
<p style="text-align: justify">Tra coloro che soffrono di attacchi di panico da adulti vi sono infine anche i bambini che erano molto spaventati quando erano lontani da mamma e papà, senza aver necessariamente vissuto una separazione precoce dai genitori. Spiega Marco Battaglia, professore di Psicopatologia dello sviluppo all&#8217;Università Vita-Salute San Raffaele e direttore dello studio: &#8220;Sebbene lo studio dimostri l&#8217;importanza dei geni per spiegare le relazioni tra ansia da separazione in età di sviluppo e panico in età adulta, modificare l&#8217;ambiente e il patrimonio esperienziale dei bambini, anche attraverso programmi psicoterapeutici dedicati, potrebbe non solo curare questi bambini ma anche provocare importanti variazioni nella stessa espressione genetica&#8221;.</p>
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		<title>Ma esiste davvero l’impotenza? Riflettiamoci con i casi pratici e con un po’ di buonsenso</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 13:18:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Zijno</dc:creator>
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		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[psicoantropologia]]></category>
		<category><![CDATA[salute maschile]]></category>
		<category><![CDATA[sessualità maschile]]></category>
		<category><![CDATA[studi e ricerche]]></category>

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		<description><![CDATA[articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 23 ottobre 2008
Giorni fa, sul forum, nell’ambito di un lungo e straziante post ho potuto leggere quanto segue:
&#8220;&#8230;Quello che sto per scrivere e&#8217; per me un forte motivo di vergogna , che lo sarebbe per ogni uomo ammetterlo, ma io vicino alei ero&#8217; diventato un &#8220;&#8221;coniglio&#8221;" [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h6>articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 23 ottobre 2008</h6>
<p style="text-align: justify">Giorni fa, sul forum, nell’ambito di un lungo e straziante post ho potuto leggere quanto segue:</p>
<p style="text-align: justify"><em>&#8220;&#8230;Quello che sto per scrivere e&#8217; per me un forte motivo di vergogna , che lo sarebbe per ogni uomo ammetterlo, ma io vicino alei ero&#8217; diventato un &#8220;&#8221;coniglio&#8221;" in tutti i sensi,le durate variavano dai 30 secondo al minuto , senza mai un prekiminare senza mai nessun cambiamento, gioco, niente di niente, solo e sempre, scusate la parola, ma solo esempre una scopata che forse con una donna di strada sarebbe stata piu eccitante, conl tempo io sono sempre peggiorato , a tal punto di pensare dentro di me che come uomo non valevo un c&#8230;. e crearmi complessi che per togiermeli ne e&#8217; passato di tempo, e solo quando ho trovato il vero amore, il mio unico e grande amore , sono tornato a rispettare me stesso come uomo , e a poter , perche no, anche vantarmi delle mie prestazioni sessuali&#8230;&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify">Cosa è successo a questo signore? Saremmo portati a dire che ha sofferto di impotenza (nella forma di eiaculazione precoce): tuttavia ciò è successo solo nei confronti di quella determinata donna e in quel determinato momento, perché con la successiva pare sia andato tutto bene. Se così stanno le cose allora il vocabolo che abbiamo utilizzato è sbagliato, perché non-potere è una definizione assoluta. O puoi, o non puoi. Più correttamente, potremmo dire, quel signore ha sofferto di una idiosincrasia, di una mancanza completa di “fasatura” con quella specifica partner ma che non era affatto impotente: una sorta di rifiuto da parte sua (ma secondo me era più che reciproco) al contatto fisico prolungato.</p>
<p style="text-align: justify">Non esisteva un problema di non – potere (impotenza), bensì di non-volere.</p>
<p style="text-align: justify">Se noi applicassimo questa logica anche ad altri casi ci accorgeremmo che andrebbero escluse dalla definizione tutta una serie di situazioni e prima di tutte quella in cui la fenomenologia si presenta in maniera circoscritta: perché, per l’appunto, ricadrebbero nel non-volere, più che nel non-potere.</p>
<p style="text-align: justify">Dovremmo iniziare ad escludere dalla definizione anche tutti quei casi che poggiano su basi psicologiche: primo perché comunque quando ci sono di mezzo queste ultime non si ha mai “impotenza” assoluta quanto piuttosto selettiva (persone e situazioni), secondo perché comunque anche questi casi finiscono per essere ricompresi nella categoria del “non volere”, benché si tratti di un non-volere inconscio o incompreso. Stesso discorso per le cd. “perversioni”.</p>
<p style="text-align: justify">Andando ulteriormente avanti su questa strada dovremmo escludere anche tutti quei casi che sono connessi al puro e semplice calo della libido (come ad esempio invecchiamento, situazioni cliniche ed ormonali particolari, etc.) proprio perché per quegli uomini il problema non è il non-potere, ma il non-volere: e per molti non è neppure un problema perché si tende a dare per scontato che con il progredire dell’età “certe cose non sono più come prima” (anche se un’inchiesta svolta tempo addietro ci ha mostrato che c’è una vasta popolazione in terza età che continua a fare sesso allegramente). E, comunque, se una cosa non la si desidera, non se ne sente la mancanza più di tanto.</p>
<p style="text-align: justify">Idem per i casi di eiaculazione precoce, come il signore di cui sopra: il rapporto viene svolto regolarmente, semplicemente la persona in questione (e la sua partner, soprattutto) vorrebbe trarne un maggiore piacere prolungato nel tempo. Ma il rapporto si è comunque svolto, almeno dal lato maschile (eccitazione-erezione-penetrazione-orgasmo).</p>
<p style="text-align: justify">Alla fine, arrivando veramente fino in fondo, rimarrebbero ad essere catalogati come impotenza solo i casi in cui esiste una vera e propria lesione (restringimento arterioso, etc.) agli organi genitali, perché è l’unica situazione in cui si manifesta un effettivo non-potere a fronte di un effettivo volere.</p>
<p style="text-align: justify">Ma anche questi sono problemi che la medicina moderna, chirurgica e non, riesce ad affrontare.</p>
<p style="text-align: justify">Cosa se ne deduce? Che, a mio avviso, si tende a sparlare troppo di impotenza ad ogni piè sospinto, fino a farne un non – concetto privo di reale significato ed in cui ricomprendere tutta una serie di problemi maschili che, a ben vedere, tra loro c’entrano come i cavoli a merenda. La sensazione è che qualsiasi problema o disagio manifesti il maschio nella sua parte erotica debba venir etichettato a priori come impotenza.</p>
<p style="text-align: justify">In questo assunto ci vedo veramente, a livello sociologico più che psicologico, l’incontro perverso tra forme di machismo (grottesco e vanitoso culto delle caratteristiche e delle prestazioni maschili a causa di insicurezza e paura) e il lato oscuro, castrante, del femminile (invidia del pene), per cui la sfera sessuale maschile finisce per essere caricata di problemi, paure e “responsabilità” del tutto fuori luogo.</p>
<p style="text-align: justify">In altri termini il sospetto, più che fondato, è che il concetto di impotenza (preferibilmente degli altri) nasca dalle insicurezze maschili, con una grossa mano da parte delle tante, troppe donne ansiose di dimostrare che “il maschio” non funziona e che se le cose a letto vanno male la colpa può essere solo sua.</p>
<p style="text-align: justify">Ma alla fine della fiera, secondo me, l’impotenza – quella vera &#8211; è statisticamente pressoché inesistente. Mentre, purtroppo, è molto diffusa l’involenza.</p>
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