articolo apparso per la prima volta sul vecchio ”MetroMaschile” in data 1 dicembre 2008
Così Einaudi ci presenta il libro: “Questa non è la solita storia di gangster e di malavita. Questa è la travolgente storia di Willy Melodia, giovane pianista siciliano catapultato per caso nell’America degli anni Trenta. È il racconto delle sue mille traversie, dei suoi amori sgangherati, dei suoi eroici fallimenti. Insomma, le avventure di un uomo affamato di vita, malinconico e scanzonato: un irresistibile malandrino che ha sfiorato, quasi senza accorgersene, la grande Storia del Novecento. Infatti, l’ha sempre guardata dallo spioncino della serratura.”
A mio avviso questa presentazione di Einaudi è parzialmente errata. Il buon Melodia infatti è tutt’altro che malandrino; la vita gli sfugge dalle mani e la sua incapacità di gestire i propri talenti – nonché la sua vita familiare e sentimentale – ne è chiara dimostrazione.
Professionalmente parlando, infatti, Willy non uscirà mai dal circuito dei night club e degli alberghi; allo stesso modo, in ambito privato, registrerà il naufragio di entrambe le unioni importanti della sua vita, quella con Rosa e successivamente quella con Judith, sperimentando con quasi un secolo di anticipo la tragedia dei papà separati: e questa, secondo me, è una staratura del romanzo perchè non credo che negli anni trenta, specialmente nel giro degli italomericani di New York, una cosa del genere sarebbe accadere (ma è altresì necessario dire che questa staratura fa onore ad Alfio Caruso perchè ne dimostra la sensibilità verso un problema totalmente ignorato dalla letteratura contemporanea).
Si tratta di fallimenti a dir poco inspiegabili, se consideriamo il personaggio: Willy infatti è addirittura un genio, che riesce a riprodurre ad orecchio (e senza saper leggere le note) dei pezzi musicali anche difficili, con un repertorio tra i più vasti. E’ altresì un uomo fortunato, a modo suo, perchè gode della protezione e della stima di gente del calibro di Lucky Luciano e Frank Costello, che gli risolvono tutti i problemi (dalla cittadinanza americana alla casa, o anche gli impieghi): e per questa benevolenza non deve ammazzare nessuno, deve soltanto suonare per loro.
Da dove nasce allora tutto questo? La risposta – credo – sta proprio nelle prime pagine del libro.
C’è infatti da considerare un primo punto nodale della nazzazione: la scoperta del talento di Willy da parte del parroco, che lo sorprende a suonare meravigliosamente l’organo. Il vecchio prete intuisce immediatamente le potenzialità del ragazzo, e lo fa testare all’insegnante di musica della zona. Il responso della matura e acida signorina non si fa attendere: nessun particolare talento da giustificare un percorso di studi, al massimo può dare una mano a lei in Chiesa: cosa che Willy farà puntualmente per anni. Nè il parroco riesce a smuovere su questo punto la famiglia, poverissima, ed affaccendata in questioni legate più che altro alla sopravvivenza fisica che non all’educazione dei figli. In altri termini, non scatta quel corto circuito tra Padri (quello spirituale e quello terrestre) che solo poteva savare il piccolo Willy dalla mediocrità: ed in questo il destino del giovane è già segnato.
Willy non avrà mai, infatti, la contezza delle proprie capacità, considerandosi un mediocre per tutta la vita. Anche nelle questioni sentimentali tenderà a privilegiare i rapporti di facile consumo, mentre le donne veramente importanti della sua vita ne intuiranno la auto-disistima profonda, approfittandone variamente. A cominciare da Rosa, la madre di suo figlio Sal, che tenterà di separarlo prima dal suo ambiente newyorkese e successivamente dal bambino, traferendosi all’improvviso da New York a Los Angeles e subordinando la frequentazione del piccolo al distacco di Willy da Luciano e Costello, cosa ovviamente impossibile (se non altro per il semplice fatto che la sorella di Rosa aveva pensato bene di testimoniare pubblicamente e platealmente contro Luciano stesso).
Sono tempi di disastro personale, in cui Willy sprofonda sempre di più nel gorgo del Padre separato, passando da un letto all’altro, ingannando il dolore in tutti i modi fino ad arrivare al secondo punto di svolta del romanzo.
Dopo alcuni anni infatti che non riesce più a vedere suo figlio, ormai giunto al culmine della disperazione, si decide a chiedere udienza a Costello per avere il permesso di recarsi a Los Angeles: operazione non esente da pericoli, perchè non dimentichiamo che Rosa era pur sempre la sorella di colei che aveva denunciato Luciano, ed alla quale – probabilmente – era stata graziata la vita soltanto perchè madre del figlio di Willy. Il terribile gangster ascolta pazientemente la supplica, poi esterrefatto escama: “ma che cazzo di padre sei, tu, che non vedi tuo figlio da tre anni?” E dispone che vengano fatti immediatamente tutti i preparativi per la partenza.
E’ a questo punto che Willy piange calde lacrime, sia per la gioia di poter rivedere il figlio ma anche, secondo me, perchè in quel momento si ricongiunge – per il tramite della figura di Costello – a quel mondo di Padri e figli, a quel cerchio maschile solidale da cui era stato separato tanti anni prima.
Ciò non sarà sufficiente a fare in modo che le cose gli vadano meglio con la seconda compagna, Judith, che lo disprezzerà – analogamente a quanto aveva fatto Rosa – per la sua mancanza di idealismo (Judith morirà in Europa combattendo il nazismo) e per il suo attaccamento all’ambiente dei paisà. Sarà tuttavia molto diversa la percezione che ne avrà Willy: che, questa volta, non perderà affatto il contatto con sua figlia Sara, di cui continuerà ad occuparsi – nei limiti e nei modi con cui può farlo un uomo di quei tempi – senza però dimenticare il figlio di primo letto, Sal.
Alla fine degli anni 40, finita la stagione d’oro della grande mafia italoamericana e tramontati gli astri di Costello e Luciano, il buon Willy avrà modo di tornare nella sua amata Catania, e lo farà con una macchina americana e le tasche piene di dollari: sempre considerandosi un perdente, ma con la coscienza di essere stato, almeno, un perdente di successo e di aver fatto una vita interessante.
E se vi capita di sentire vostro figlio suonare l’organo in Chiesa meditate, Padri, meditate, e lasciate da parte per un attimo la bolletta da pagare. Ci sono altre urgenze in vista.
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Alfio Caruso (Catania, 1950) è autore di thriller politici, di una monumentale storia della mafia (Da cosa nasce cosa), di una «biografia culturale» della Sicilia (Perché non possiamo non dirci mafiosi) e di una lunga serie di saggi dedicati agli eroismi e ai sacrifici dei soldati italiani nella Seconda guerra mondiale, tra i quali Italiani dovete morire, Tutti i vivi all’assalto, Arrivano i nostri, editi da Longanesi.
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