articolo apparso per la prima volta sul vecchio ”MetroMaschile” in data 4 gennaio 2009
Nel finire di queste festività natalizie durante le quali, come da Tradizione, i nostri pensieri sono andati al Bambino Gesù e alla Sacra Famiglia, voglio ripubblicare – a mo’ di piccolo “presepe personale” al maschile – un mio articolo uscito nientepopodimeno che nel 2005 sul sito di U3.
Buona lettura ed auguri per l’anno nuovo.
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ITE AD JOSEPH
Un esempio di cattolicesimo al maschile
Nel nostro immaginario collettivo la fede e la pratica cristiana, e particolarmente il cattolicesimo (spec. Italiano) hanno spesso una connotazione femminea, o femminilizzante.
Enumerando a caso un po’ di elementi: culti mariani a go-go, rosari, consacrazione alla Madonna dell’intero pianeta da parte della Chiesa (che per inciso si fregia del titolo di Madre benché composta da uomini), input come: porgi l’altra guancia, ama i tuoi nemici, di’ la preghierina perché hai risposto male alla mamma o hai guardato tra le sottane di qualcuna……e si potrebbe continuare.
Il risultato è che fin da quando, da bambini, riceviamo (per chi li ha ricevuti) i rudimenti della dottrina cattolica è tutto un rincorrersi di figure femminili e atteggiamenti che si ritengono scarsamente maschili e che alla lunga producono nel maschio medio l’idea (più o meno cosciente) che la religione cattolica sia una questione da donne o da omuncoli iper – buonisti, e questa idea ci insegue larvatamente per tutta la vita.
E se questo fenomeno si è verificato per la generazione a cui appartengo (quella dei quaranta – cinquantenni), in misura ancora maggiore si è verificato per i nostri Padri, che perlopiù in chiesa infatti non ci andavano o se lo facevano era solo per quieto vivere nei confronti della moglie e della famiglia in generale.
Attualmente, provate ad entrare in chiesa durante il rosario, o per la messa della domenica sera: troverete per lo più donne, per lo più anziane. Parlo non a caso della funzione della domenica sera perché quella della domenica mattina è ancora oggi vissuta, per molti Padri di famiglia, come un impegno pubblico di tipo semi – ufficiale, e quindi da partecipare indipendentemente dalla propria Fede o convinzione.
Allora, possiamo concludere spicciativamente per il cattolicesimo come soluzione di fede non maschile, svirilizzante? No, perchè non è affatto così.
Qualsiasi buon parroco potrebbe dimostrarvi il contrario con dovizia di dottrina, magari citando la “lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo” predisposta dall’allora Cardinal Ratzinger, anche se basterebbe considerare – molto più banalmente – che il cattolicesimo è letteralmente fondato sulla tematica del Padre e del Figlio (dal rapporto di filiazione dei quali si effonde lo Spirito Santo) e dello stare “alla destra del Padre”. Basti pensare a quante volte nella Messa viene ripetuta la parola “Padre”.
Ma io, invece, che non sono né parroco né prete né teologo voglio entrare nel merito della trattazione con uno spunto personale e autobiografico, per parlarvi di qualcosa di cui la maggior parte di voi non sospetta nemmeno l’esistenza.
Sono nato ed abito in una zona di Roma a cavallo tra i quartieri di Prati, Delle Vittorie e Trionfale, zona che la voce popolare chiama riassuntivamente “prati” in quanto questi quartieri sono stati costruiti, tra il 1880 e il 1930, sul vasto quadrangolo pianeggiante ed erboso (appunto, i prati) che si estende tra il Vaticano, Monte Mario, i Colli della Farnesina e il complesso medievale (Borgo) che sta tra il Vaticano stesso e Castel Sant’Angelo. Zona, si diceva, quasi spopolata fino alla fine del secolo scorso. I pochi abitanti erano contadini e pastori che vagavano nei “prati”, i cosiddetti “burini” (dal nome del formaggio che producevano, il burrino, attualmente non più esistente ma che sembra dovesse essere simile alla burrata pugliese).
L’esiguità della popolazione e la sua infima condizione sociale e culturale (contrariamente ad oggi: 200.000 abitanti con il più alto tasso di professionisti della città) non ha impedito tuttavia che fosse presente nell’area una gloriosa tradizione cattolica.
Infatti, la zona è attraversata da Via Trionfale, tratto ultimo della via Francigena – o Romea, o Romulea – ossia lo sbocco finale dei pellegrini che confluivano a Roma. Arrivati in cima a Monte Mario percorrendo via Trionfale avvistavano per la prima volta la città e, giubilando, si precipitavano ai piedi del monte, all’inizio dei “prati”, dove era (ed è presente) la chiesa di San Lazzaro, in cui potevano finalmente ringraziare Dio di essere arrivati a destinazione e rifocillarsi nell’attiguo ricovero ancora esistente. La chiesa, recentemente restaurata in quanto delizioso esempio di architettura romanica, probabilmente nacque proprio per questo scopo (è stata infatti costruita nell’XI secolo) ed era originariamente intitolata a Maria Maddalena.
Con il progressivo disuso della via francigena e la riduzione pertanto di via Trionfale a strada locale, la chiesa venne intitolata a San Lazzaro e l’attiguo ricovero adibito a lazzaretto di Roma. Con la fine poi delle pestilenze, intorno al 700, la chiesa divenne semplicemente la parrocchia della zona.
Tuttavia con il rapido popolamento dell’area intervenuto, come si diceva, a partire dalla fine dell’800 la chiesetta divenne insufficiente ed allora, su iniziativa del Beato Guanella, venne costruita l’attuale parrocchia – che per inciso è basilica minore – intitolata a San Giuseppe (e meglio conosciuta come San Giuseppe al Trionfale), in cui quella potentissima tradizione venne completamente travasata ed incrementata dal culto di San Giuseppe, a cui dette grande impulso proprio il Papa dell’epoca (che innalzò san Giuseppe a patrono della Chiesa) e lo stesso beato Guanella.
La religiosità che qui si è sviluppata vigorosamente ci riserva parecchie sorprese, a partire proprio dall’iconografia.
Siamo abituati a pensare, data l’iconografia più diffusa, a San Giuseppe come un innocuo vecchietto che guarda da un lato la Madonna che tiene il Bambino, magari in modo vacuo e magari un po’ distanziato, quasi fosse un estraneo capitato lì per caso o qualcuno invitato per forza… ebbene, vi invito a vedere la foto n. 1. Commentiamola insieme.
foto n. 1
Si tratta della statua collocata all’incrocio da dove, a partire da Via della Giuliana (arteria che con vari nomi attraversa pressoché completamente la zona), inizia la strada che porta alla basilica, che effettivamente si trova in una posizione un po’ nascosta.In questa rappresentazione il Santo ed il Bambino sono soli e si guardano negli occhi. Pure in un atteggiamento di serena affettuosità il Bambino tiene rispettosamente la mano del Santo, che non appare affatto come un innocuo vecchietto con lo sguardo perso bensì un saggio uomo di mezza età; entrambi sono orientati in direzione della Basilica con il Padre che conduce il Figlio putativo. Lo conduce, e noi sappiamo, dalle Scritture, che Giuseppe SA BENISSIMO chi è REALMENTE il Bambino. Eppure lo conduce, e questi si fa docilmente condurre.Sotto al gruppo c’è scritto semplicemente ITE AD JOSEPH.
Adesso vediamo la foto n. 2.
foto n. 2
Si tratta della statua collocata all’interno della basilica; qui l’immagine è ancora più forte. Il Santo è raffigurato per quello che doveva essere nella realtà (non ci si sposava da vecchi nell’antico Israele): un uomo giovane e forte, il corpo scolpito e vigoroso come si addiceva ad un lavoratore, vestito con una corta e semplice tunica quasi fosse appena uscito dal cantiere. Tiene teneramente il Bambino tra le braccia, da solo; anche in questo caso i due si guardano fisso negli occhi e alla base del gruppo c’è scritto ITE AD JOSEPH.
E senza voler ripercorrere tutte le immagini presenti nella basilica, perché altrimenti diventerebbe un reportage fotografico sulla mia parrocchia, il tenore dell’iconografia è sempre mediamente lo stesso. Ma le sorprese non sono finite quando passiamo dalle immagini ai testi, e per testi intendo innanzitutto le preghiere. Leggete questa:
Ave, o Giuseppe, pieno di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetto fra tutti gli uomini e benedetto è il frutto del seno della tua Sposa Maria, Gesù. San Giuseppe, Padre putativo di Gesù e vero Sposo di Maria, prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte. Cosi sia.
Come vedete è la trasposizione “al maschile” dell’Avemaria. E non si tratta del frutto delle velleità letterario – religiose di un qualche buontempone, ma si tratta di una delle preghiere ufficiali della Chiesa Cattolica, di cui – tra l’altro – S. Giuseppe è il Patrono.
Provate a recitare un rosario utilizzando questa preghiera al posto dell’Avemaria. Io l’ho fatto, e vi assicuro che ne avrete delle emozioni assolutamente particolari.
Eccovi un altro bellissimo esempio di preghiera a San Giuseppe, scritta da Giovanni XXIII:
O S. Giuseppe,
scelto da Dio per essere su questa terra
custode di Gesù e sposo purissimo di Maria,
tu hai trascorso la vita
nell’adempimento perfetto del dovere,
sostentando col lavoro delle tue mani
la Santa Famiglia di Nazareth,
proteggi propizio noi che, fiduciosi, ci rivolgiamo a te.
Tu conosci le nostre aspirazioni,
le nostre angustie le nostre speranze:
a te ricorriamo,
perché sappiamo di trovare in te chi ci protegge.
Anche tu hai sperimentato la prova,la fatica, la stanchezza;
ma il tuo animo, ricolmo della più profonda pace,
esulto di gioia per l’intimità
con il figlio di Dio a te affidato,
e con Maria, sua dolcissima Madre.
Aiutaci a comprendere
che non siamo soli nel nostro lavoro,
a saper scoprire Gesù accanto a noi,
ad accoglierlo con la grazia
e custodirlo con la fedeltà
come tu hai fatto.
Ottieni che nella nostra famiglia
tutto sia santificato
nella carità, nella pazienza,
nella giustizia e nella ricerca del bene.
Amen.
Notate le espressioni: “scelto da Dio”; “adempimento perfetto del dovere; “sostentando con il lavoro delle tue mani la Santa famiglia di Nazareth”; “intimità con il Figlio”; “accoglierlo”; “custodirlo con la fedeltà”…
Sono sicuro che tutto questo suonerà perlomeno strano a quelli che si avventureranno a leggere questo articolo… ed infatti queste cose chi le conosce? Eppure, la domenica la Basilica è sempre piena e, quando arriva la festa del Santo, la processione (completa di statua portata a spalla e confraternite al seguito) raccoglie una massa imponente di popolo, con tanto di pubblica commozione e spintonamenti vari per accaparrarsi i santini e i rosari benedetti (e tutto questo nella metropoli del III millennio, alla faccia degli pseudointellettuali dai facili materialismi e dagli ancor più finti razionalismi).
Può sembrare una forma di culto di nicchia, un’interpretazione della fede riservata a pochi che si sono trovati a nascere in quel contesto (ed effettivamente lo è), ma personalmente ne vedo tutta la potenza, congiunta ad una perfetta ortodossia cattolica, e credo che queste cose debbano essere conosciute e propagandate.
CONCLUSIONI
La nostra religione, che già dal nuovo testamento offre una visione completa ed articolata della vita, terrestre come spirituale, si è poi sviluppata in un percorso di duemila anni accompagnata da generazioni e generazioni di teologi e di Pontefici che hanno scandagliato e statuito praticamente su tutti i più minimi dettagli che la storia e l’evoluzione delle società hanno offerto loro in questo percorso. Possiamo tranquillamente affermare, senza paura di essere smentiti, che il cristianesimo, specialmente nella confessione Cattolica, è probabilmente la religione più “completa” che esista. Sperando di non essere blasfemi o inopportuni nel fare la seguente affermazione, potremmo dire che il cattolicesimo è il più grande “supermarket” dello spirito che sia mai esistito.
E se ogni società ha valorizzato questo o quell’aspetto della dottrina la responsabilità non è del cattolicesimo in quanto tale, ma desume dalle “preferenze” che questa o quella società hanno accordato ai vari “articoli” presenti in catalogo.
E allora forse non è il cattolicesimo ad aver femminilizzato noi, ma siamo noi ad aver femminilizzato lui, o comunque ad averne “metabolizzato” e valorizzato proprio la parte più femminile e “Mariana”, e nel dire questo non voglio certo togliere nulla al culto mariano, che rappresenta… (e questa volta è proprio il caso di dirlo) l’altra metà del Cielo.
Ma questo rispetto per i culti mariani non ci impedisce di portare avanti – per quanto riguarda il modo di vivere la fede – la nostra personale impostazione, pur nella piena sintonia con il credo ed i dogmi cattolici.
E allora? …e allora… ITE AD JOSEPH, e rimaneteci.
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