articolo apparso per la prima volta sul vecchio ”MetroMaschile” in data 15 settembre 2008
Nel rivedere alcuni giorni fa Mississippi Burning , per la millesima volta, ho improvvisamente realizzato che finora nessuna analisi è stata in grado di svelarne un tesoro nascosto, accuratamente celato nelle pieghe del rapporto tra i due protagonisti principali. Ripercorriamo la trama tenendo d’occhio i due e capirete di cosa sto parlando.
Nel giugno 1964 tre attivisti dei diritti civili vengono assassinati nella contea di Jessup, Mississippi. Arriva l’FBI, impersonato dagli agenti Ward (William Dafoe) e Anderson (Gene Hackman) che fin dall’inizio si configurano come opposti: Anderson/Hackman è tanto attempato, disilluso, incolto, poco ortodosso nella professione quanto Ward/Dafoe è giovane, motivato, istruito, perfettamente padrone della “prassi dell’FBI” che ama citare di continuo e che applica pedissequamente (tra i due infatti il capo è lui): sembra quasi che l’anziano gli sia stato affiancato semplicemente perchè conosce il territorio, essendo di quelle parti.
Questa contrapposizione di personalità si gioca per tutto il film, facendo intravvedere una sorta di scontro generazionale tra i due sul filo degli eventi di una indagine il cui ostacolo principale è costituito dall’omertà della contea, dove il KKK può contare su importanti complicità (tra cui lo sceriffo, il sindaco e notabili vari). Nella prima parte della storia infatti il tentativo da parte del KKK di insabbiare il tutto o di “buttarla in politica” (yankee del nord venuti a provocare povera gente semplice del sud che tutela le proprie tradizioni) sta quasi per riuscire, anche a causa dell’inapplicabilità della prassi dell’FBI in un contesto di violenza crescente, collaborazioni zero e di risultati nulli malgrado gli ingenti sforzi.
In questa fase il povero Anderson/Hackman è praticamente emarginato dalle decisioni. Tenta di ragionare con il suo giovane capo ma i suoi tentativi si scontrano con la prassi dell’FBI e con la sicumera del giovane nel giudicare la scarsa ortodossia professionale e ideologica del collega.
A mio avviso, tuttavia, non credo che si possa parlare – in questo contesto – di vero scontro generazionale, perchè questo è notoriamente funzionale a contestare il potere della vecchia generazione, mentre qui il potere invece è già saldamente in mano alla nuova. Nè possiamo dire che l’oggetto degli strali del giovane Ward/Dafoe siano effettivamente per la disillusione e la demotivazione del vecchio Anderson/Hackman: perché, alla fine, se ascoltiamo con le orecchie giuste quanto ci dice l’anziano nei dialoghi, scopriamo che la sua determinazione professionale ed il suo “allineamento ideologico” con i valori anti-aparthaid sono pari almeno a quelli del giovane.
Quello che gli viene sostanzialmente contestato è il metodo, ossia quel crudo realismo nell’affrontare le cose che è tipico di chi in quel posto c’era, conosce il territorio e le persone, e saprebbe bene quello che si deve fare ma che non gli si permette di fare. Una sorta di sintonia profonda con la realtà, che il giovane non possiede. In altri termini Ward/Dafoe, imbevuto di idee astratte non ancora metabolizzate alla luce dell’esperienza, contesta all’anziano quella che potremmo definire la sua saggezza: ed in questo, come dicevamo, non c’è uno scontro generazionale di tipo classico, quanto piuttosto l’insofferenza del giovane e la sua resistenza all’idea che benché “uomo fatto” e in piena carriera, debba ancora per una volta esercitare la propria umiltà.
Come era prevedibile con questi presupposti i due arrivano allo scontro aperto tra schiaffi e pistole spianate, una lotta furibonda in cui il giovane minaccia di uccidere il collega, gesto a mio avviso altamente simbolico a maggior ragione che la scintilla che scatena la colluttazione è di tipo sessuale (Ward/Dafoe rinfaccia a Anderson/Hackman di “divertirsi con le testimoni”, parlando a proposito della “amicizia” di quest’ultimo con la moglie del vice-sceriffo Pell, testimone chiave dell’indagine).
E’ un punto di rottura, di svolta della storia, perchè una volta consumata la scenata Ward/Dafoe incredibilmente ed inspiegabilmente concede che “Ebbene, Signor Anderson, faremo a modo suo”.
In quel momento inizia la seconda parte del film, che cambia completamente ritmo e tono. In breve l’incantesimo che aveva paralizzato le indagini viene infranto, isolando di volta in volta ognuno dei “cattivi” (si sa che questi ultimi fuori dal branco sono impotenti perché vili) e smontando in questo modo il muro di gomma mattone su mattone finchè tutti i responsabili dell’eccidio finiscono per essere smascherati e puniti. Il bello, in questa seconda fase della storia, è che i rapporti tra i due protagonisti migliorano sensibilmente, quasi che il giovane desiderasse, nel profondo, di essere diretto dall’anziano e non viceversa.
Per concludere, sembrerebbe che siamo in presenza di una bella storia a lieto fine tra Padre e figlio, ma che – soprattutto – siamo in presenza di una storia che ci descrive con grande efficacia un passaggio fondamentale della vita di ogni uomo (ma non tutti lo fanno): il ritorno all’umiltà (ed è questo a mio avviso il tesoro nascosto del film).
Sto parlando di quel momento della nostra giovinezza in cui ci si rende conto che tutte le iniziazioni e consacrazioni della vita da adulto che abbiamo appena ricevuto e per le quali abbiamo anche lottato (laurea, lavoro, potere) non sono affatto sufficienti alla nostra definizione, alla nostra auto-descrizione, e quindi si avverte un senso di vuotezza, di inutilità del vissuto recente e delle fatiche fatte.
E’ una mancanza di centratura la cui soluzione non sta nei riconoscimenti che il mondo esterno ci può dare, ma nel dialogo con il nostro personale mondo di riferimenti maschili e primo fra tutti il padre interiore, simboleggiato dal saggio anziano. Figure nei confronti delle quali, in quel tipo di passaggio, si avverte nettamente – ma si avversa altrettanto nettamente – la necessità di porsi in ascolto e quindi la necessità di tornare (per restarci) in una situazione per l’appunto di umiltà.
E’ un momento che può essere anche molto duro ed infatti ritengo che l’aggressività del giovane Ward/Dafoe nei confronti di Anderson/Hackman derivi anche da questo: dalla sofferenza inconscia generata da questo passaggio sommata alla consapevolezza che l’anziano lo sta suo malgrado spingendo verso questo tipo di processo personale.
Che è poi uno dei compiti del Padre nei confronti del figlio.
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