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“Vita” di Melania G. Mazzucco. Una caratteristica particolare del romanzo trascurata dalla critica
articolo apparso per la prima volta sul vecchio ”MetroMaschile” in data 10 novembre 2008
Ho avuto il piacere di leggere, quasi casualmente, il romanzo “Vita”, di Melania G. Mazzucco. Il libro, di qualche anno fa ma che vale sempre la pena di andarsi a comprare, tratta per l’appunto di Vita, figlia dell’emigrazione negli Stati Uniti di inizio novecento e – sostanzialmente – delle vicende della famiglia Mazzucco da entrambe le sponde dell’oceano.
La storia di Vita viene narrata in modo non lineare bensì secondo un procedimento affine al giallo, laddove tutti gli elementi del caso si compongono come in un mosaico narrato in una forma un po’ cubista tra flasback, ritorni al futuro, personaggi che entrano ed escono (ma svolgendo funzioni ben precise), eventi i cui legami e i cui significati si intravvedono soltanto con il proseguo della lettura.
La penna della Mazzucco è agile e coinvolgente, l’approfondimento dei personaggi notevole e il procedimento narrativo descritto fa in modo di appassionare il lettore; il tutto immerso in una ricostruzione storica precisissima, assolutamente scientifica.
L’aspetto inedito che però ho colto e che mi ha intrigato, dal nostro punto di vista, è la descrizione delle tra generazioni di maschi della famiglia, che secondo me ci restituisce una fotografia piuttosto precisa (che probabilmente la Mazzucco ha scattato senza volerlo e senza saperlo) della parabola del maschile nel novecento.
Si comincia infatti con Agnello, padre di Vita, ed iniziatore del fenomeno migratorio da Tufo-Minturno (zona di origine dei Mazzucco). Agnello abbandona sua moglie per emigrare dopo un brevissimo matrimonio (la consorte tenterà variamente di raggiungerlo, ma senza successo) e negli Stati Uniti diviene il signore indiscusso della piccola comunità che vive nel suo appartamento, adattato a pensione per emigranti, e gestito dalla sua nuova compagna Lena. A ciò si affianca un piccolo negozio di frutta e verdura che costituisce il fiore all’occhiello e segno tangibile del “successo” americano di Agnello.
Ma servono altre braccia, perché Lena non ce la fa (è anche incinta) e quindi Agnello chiama sua figlia Vita in America. La bambina, insieme al cuginetto Diamante si trova catapultata nel mondo spietato del nascente capitalismo americano, dove Agnello perde rapidamente la sua funzione di patriarca (proteggere e garantire) e la cui autorità, conseguentemente, si trasforma altrettanto rapidamente in autoritarismo.
Agnello infatti è sempre più violento e tetro man mano che la sua esistenza gli sfugge di mano, ossia man mano che la nascente Mano Nera si appropria del suo negozio, un destino beffardo lo priva del suo “figlio americano” nonché di Lena, i servizi sociali gli sottraggono sua figlia Vita (evasione dell’obbligo scolastico con sospensione della patria potestà e pena detentiva per Agnello).
In tutto questo, Diamante e Rocco, i giovani maschi della famiglia, sempre più rivolgono la loro attenzione verso la malavita italo-americana ed i suoi crescenti splendori. Avrà ancora lunga vita, Agnello, ma assisterà allo sfaldarsi inesorabilmente del suo mondo in un crescendo di violenze e fughe senza poter consegnare nulla alla successiva generazione, incarnata proprio da Rocco e Diamante, se non la fine dell’autorità paterna come era stata concepita nei secoli e millenni precedenti.
Rocco e Diamante si trovano quindi di fronte alla vita senza più alcuna autorità di riferimento che non fosse la propria coscienza, che interpretano in maniera molto differente. Rocco è l’anima perduta, il cui scopo è semplicemente l’inseguimento dei beni materiali e il soddisfacimento degli istinti, assolutamente incapace di discernere il male dal bene, assolutamente dedito alla propria crescita nell’organizzazione di tipo mafioso a cui ha giurato fedeltà.
Diamante, invece, dopo un primo approccio con la malavita al seguito di Rocco che ”adotta” come esempio e padre putativo, ancora adolescente fa una scelta di vita radicalmente diversa. Diamante è l’incarnazione del principio di sacro dovere spinto fino all’estremo limite del sacrificio personale. Nei lunghi anni di lavori umilissimo attraverso l’America, mai viene meno la sua fedeltà spirituale a Vita, con cui si è giurato amore, né Diamante riesce a migliorare, se non di poco, la sua condizione economica ed esistenziale in quanto è privo di ogni malizia ed astuzia, al punto di dover terminare la propria esistenza (tornato alla fine In Italia) in un modesto appartamento e svolgendo un altrettanto modesto impiego di usciere.
Per quanto possano essere dissimili, questi due personaggi – scolpiti magistralmente dalla Mazzucco – rappresentano le due facce della stessa medaglia, ossia di un maschile che ha ormai perduto la connessione tra progettualità esistenziale e riferimenti morali, e laddove quindi la vita si riduce ad un edonismo ed un egoismo fini a se stessi (Rocco) oppure ad una dirittura morale ed uno spirito di sacrifico altrettanto fini a se stessi (Diamante). Sono figure drammatiche, figure che hanno ormai perso il contatto con le origine e l’energia dei Padri che li hanno preceduti e navigano a vista aggrappati a brandelli di passato con l’illusione di esser loro a tracciare una rotta.
Si passa infine al Padre dell’autrice, Roberto Mazzucco, figlio di Diamante. Roberto è una figura fortemente crepuscolare, la cui caratteristica è lo smarrimento ed il fallimento, un uomo ossia che non soltanto ha perduto l’autorità di Agnello ma anche l’intraprendenza e la centratura di Diamante e Rocco. Pur avendo ambizioni artistiche, lavora alle ferrovie ed è inguaribilmente innamorato delle cause perse e delle intraprese impossibili, che neanche tenterà mai e che secondo me rappresenta il punto di arrivo della parabola discendente del maschile nel novecento: passando dal tramonto del patriarcato tradizionale (Agnello), ad una generazione di uomini (Diamante, Rocco) già sradicati dal loro passato e dalla loro progettualità esistenziale in continuità con i Padri, ma che da quel passato in qualche modo traevano ancora forza, per arrivare infine agli uomini – come Roberto – senza più passato e senza più energia e, conseguentemente, senza futuro (intendendosi per futuro una direzione autodeterminata).
C’è una parte emblematica della vita di Roberto, quando ormai alla vigilia della morte crede di aver trovato (anche qui, inevitabilmente sbagliandosi) il luogo di origine ancestrale della propria famiglia: ed a mio avviso è una potente metafora dei nostri Padri (chi scrive ha circa l’età della Mazzucco), che cercavano senza sapere cosa e perché cercavano: ovviamente non trovando alcunché.
Avverto una tenerezza infinita per questi nostri Padri, artisti alle ferrovie, intraprendenti da tavolino, arditi da salotto, cercatori di qualcosa che solo le generazioni successive di uomini sapranno trovare (spero). Roberto è una figura romantica e bellissima, ed è giusto che sia stato cantato da una donna, perché nessun uomo – specialmente della mia generazione – avrebbe potuto farlo senza essere spazzato via dallo struggimento.
Confidando che questa e le future generazioni di uomini sapranno cosa e dove cercare.
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