articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 5 novembre 2009

Anilda Ibrahimi è un’autrice che ha esordito nel 2008 con il fortunato romanzo “rosso come una sposa”, in cui descriveva una storia familiare dal punto di vista femminile e materno nell’Albania magica e misteriosa del secolo scorso, fino ad arrivare all’età moderna.

Quest’anno ha voluto proseguire il suo sforzo letterario pubblicando “l’amore e gli stracci del tempo”, in cui affronta ancora una volta una storia familiare, ma questa volta dal versante paterno.

Contrariamente al primo, il romanzo in questione è interamente ambientato in epoca moderna, il cui scenario principale è costituito dalla guerra del Kosovo del 1999. Cosa accade in questa storia, in sintesi?

Milos è un professore universitario di Belgrado di etnia serba, che diviene amico di un suo studente, di soli alcuni anni più giovane, Besor, di etnia albanese. Dopo l’incarcerazione di quest’ultimo ad opera del morente regime jugoslavo per motivi politici, Milos si prede carico della famiglia dell’amico ed in questo modo Zlatan, figlio di Milos, ed Aikuna, figlia di Besor, crescono insieme fino a sviluppare un rapporto esclusivo talmente profondo da sfociare, nell’età giovanile, in un rapporto sentimentale in cui i due si giurano fedeltà ed amore eterno. Ma la Storia incombe: iniziando la guerra del Kosovo, mentre Zlatan viene risucchiato dall’Armata Serba, Aikuna riceve invece il triste destino di tante ragazze albanesi kosovare, lo stupro etnico.

Entrambi, attraverso varie vicissitudini, riescono a sopravvivere alla loro condizione e a sfuggire alla morsa del teatro di guerra in cui si erano trovati loro malgrado coinvolti. Aikuna fnisce in Svizzera, dove si rifarà una vita nel segno del lavoro e della carriera insieme alla bambina che intanto le era nata (Sarah), mentre Zlatan finisce a Roma come rifugiato politico. In questa città, Zlatan è assistito nelle ricerche della sua amata Aikuna da Ines, appartenente ad un ente ONU specializzato. Le ricerche non danno alcun risultato, finchè – passando gli anni e complice anche l’accanita frequentazione – nasce tra i due una intesa che sfocia ben presto in una storia d’amore.

Proprio quando Zlatan sta chiedendo ad Ines di sposarla, arriva la lettera della Crocerossa Internazionale secondo cui Aikuna è viva. Zlatan si precipita, solo per rendersi conto che la storia tra lui ed Aikuna – che intanto, come dicevamo, è diventata un’altra persona rispetto alla ragazza che lui ricordava – non ha più alcun senso, ma può comunque “prendere possesso” della sua paternità nei confronti di Sarah, Paternità in cui crede fino al punto di rifiutarsi di leggere il test del DNA (Sarah infatti potrebbe essere figlia non sua, ma dello stupro etnico), test del DNA che Aikuna (e non Zlatan) aveva voluto fare.

Il tutto è complicato dal fatto che Ines intanto è incinta, ed avendo “perso” il suo Zlatan, partito alla volta della Svizzera per “prendere possesso” della paternità di Sarah, pensa bene di volare a Belgrado da Milos, Padre di Zlatan, dove metterà al mondo il piccolo Marko.

Quest’ultimo a mio avviso è uno snodo fondamentale del romanzo: non potendo consegnare a Zlatan la sua paternità, Ines la consegna al Padre di Zlatan stesso, Milos, nel pieno riconoscimento dell’ascendenza del nascituro: il quale, non a caso (non a caso almeno dal punto di vista del sottoscritto) , nasce tra le braccia proprio di Milos.

Il romanzo si conclude con la scena di Zlatan che, tornato a Roma, accoglie la giovane Sarah acanto a Marko, il bambino avuto da Ines, quasi a sanzione dell’unità di tutti i discendenti accanto al Padre.

E proprio questo è il messaggio che, sempre ad avviso di chi scrive, rende potentissimo il romanzo, ma lo rende altresì difficilissimo da capire per occhi ed orecchie non preparati a leggerlo. Laddove proprio la Paternità è l’oggetto – spoglio da ogni idiozia legata al “politicamente corretto” – che ne informa la trama.

Da Besor, che preferisce la morte piuttosto che vedere infangato l’onore di sua figlia, a Milos, che si assume la responsabilità non solo della sua famiglia ma anche di quella dell’amico, ad Ines che consegna la progenie alla sua ascendenza maschile, a Zlatan che per amore della sua stessa Paternità – Paternità di cui non conosceva neanche l’esistenza fino alla lettera della Croce Rossa Internazionale – è disposto a distruggere una storia d’amore (quella tra lui ed Ines), il romanzo è intessuto di figure maschili scolpite nel marmo, ma di un marmo tenero, umano.

Tutto questo ci porta a dire che il romanzo di Anilda ben si inserisce in un filone (tutto da costruire) che veda al centro le nostre tematiche, tematiche forse non gradite al grande pubblico.

Spero che il libro, appena uscito, riceva dai lettori la stessa accoglienza e entusiasmo che ha ricevuto a suo tempo il primo romanzo, quello incentrato sulla maternità. Me lo auguro davvero, e non perché Anilda è mia moglie ma per motivi che chi legge il mio blog conosce bene…

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 22 giugno 2009

E’ uscito, per i tipi della Hoepli, il libro “Un decalogo per i genitori italiani”, a cura di Alessandro Rosina ed Elisabetta Respini, presentato nell’edizione odierna del Corriere della Sera con un articolo a firma di Gabriella Jacomella.

In questo libro i due offrono una serie di consigli per i genitori: elaborati, come ci tengono loro stessi a dire, con un taglio “italo centrico”, quindi con una ottica che vorrebbe essere sostanzialmente antropologica. Del decalogo mi ha colpito proprio il punto 1, che la stessa Jacomella definisce “da contropiede” (cito testualmente):

“E già il primo dell’elen­co coglie un po’ in contropiede, «Non pretendere da un figlio maschio meno di quanto pre­tendi (o pretenderesti) da una figlia femmina». È Marina Piaz­za, sociologa, a ricordare che «tra le società occidentali, quel­la italiana continua a essere una delle più tradizionali nei ruoli assegnati a uomini e don­ne ». Quindi, diventa cruciale «insegnare ai propri figli l’im­portanza della cura, disordina­re i codici tradizionali». Verreb­be da chiedersi: ma ce n’è anco­ra bisogno? «Fino a un po’ di tempo fa – interloquisce Lidia Ravera – avrei risposto no, non più. Ma siccome stiamo ri­tornando indietro su tutto, e al­la velocità del fulmine, ora dico che va benissimo chiarire come i figli vadano educati nello stes­so modo». Una marcia indietro che si concretizza, prosegue la scrittrice, «nel ritorno di una fi­gura di donna funzionaria del desiderio maschile, come nean­che prima del ’68; e i bambini, che sono molto recettivi verso la cultura dominante, non han­no gli strumenti per separare il grano dal loglio. Quindi: chia­riamo che anche i maschi devo­no apparecchiare la tavola».

Anche il sottoscritto è genitore e conosce bene il mondo infantile ed adolescenziale: francamente tutte queste bambine e ragazze costrette ad apparecchiare la tavola non le vedo ed anzi debbo dire che perlopiù si fanno portare la cena in camera dalle madri, ansiose di non far prendere loro cattive abitudini come ad esempio quella della collaborazione familiare. Infatti è molto più facile che certe cose le faccia un figlio maschio, se non altro per spirito di condivisione con i genitori o più semplicemente per accelerare la preparazione della cena (si sa, siamo voraci).

Ma a parte queste considerazioni spicciole, quello che mi colpisce (negativamente) è il perdurare nei secoli dei secoli della orrida presunzione di poter cancellare con forme di “educazione”, secondo la più stantia pseudocultura sessantottesca, tendenze ed istinti naturali degli esseri umani meglio se bambini.

Non dico che certi mestieri debbano essere necessariamente svolti da femmine anziché da maschi e viceversa secondo una logica di “evidente destino”, io stesso a casa spesso lavo piatti o cucino (giusto ieri sera io e mio figlio ci siamo divertiti con la vaporiera, visto che aimè mi tocca stare a dieta), ma penso però che gli autori del libro dovrebbero avere un qualche sospetto che il punto non sia semplicemente di “disordinare i codici tradizionali”: visto che, come dicono loro stessi, “stiamo tornando indietro su tutto” malgrado (aggiungo io) un bombardamento culturale e mediatico che dura da interi decenni.

Domanda: nessuno sospetta che possa esserci qualcosa di più profondo, in questo presunto “tornare indietro”, qualcosa di più istintuale che non il problema di “educare i figli allo stesso modo”? Pazienza per Lidia Ravera che ha la sua età la sua formazione “storica”, ma credo però che degli studiosi intraprendenti e dalla mente aperta il problema dovrebbero porselo, se non altro per amor di onestà intellettuale.

Comunque sia non comprate questo libro: si tratta della nuova ennesima rifrittura (e nemmeno troppo creativa) di quel pregiudizio culturale che chiamasi Questione Maschile.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 10 febbraio 2009

Durante le scorse festività Natalizie ho approfittato della serenità familiare e domestica anche per incrementare le mie letture, speciamente in un’ottica di spiritualità (non esclusivamente cristiana). Tra gli altri ho avuto modo di leggere – su consiglio di mia moglie – questo straordinario libro della Allende, che così è presentato sul sito della Feltrinelli: Una nuova avventura per Nadia e Alex, sulle nevi himalayane, alle prese questa volta con un malefico piano per trafugare la statua del drago d’oro dai poteri divinatori e di rapire il re del regno proibito, l’unico che può interpellarla.

La storia è in realtà un “manabile” di spiritualità tibetana, in un mondo magico dominato da energie sottili e da una profonda connessione con l’universo invisibile. In questo contesto, salta agli occhi il particolarissimo rapporto tra il lama Tiensing e il suo allievo Dil – Bahadur, principe ereditario affidato dal proprio Padre, il re, all’antico maestro affinche provveda alla sua educazione spirituale e impari a percorrere le vie del potere che ne sono sottese.

Alcuni passi colpiscono. A pagina 153 (capitolo XII, “la medicina della mente”), in occasione del salvataggio della giovane Nadia, possiamo leggere:

dovevano considerare il nemico come un maestro che offriva loro l’opportunità di controllare le proprie passioni e di imparare qualcosa su se stessi. La prospettiva di aggredire qualcuno non si era mai presentata.

“come potrò tirare contro uomini dal cuore puro, maestro?”

“E’ permesso solo se non c’è alternativa e quando si ha la certezza che la causa sia giusta, Dil Bahadur”

“mi pare che in questo caso esista tale certezza, maestro”

“che tutti gli esseri viventi godano di sorte favorevole e che nessuno sperimenti la sofferenza” recitarono insieme mestro e discepolo, augurandosi di cuore di non vedersi obbligati a ricorrere a nessuna delle loro mortali conoscenze di arti marziali.

La falsariga del libro è proprio questa fortissima sintonia tra i due, laddove si va ben oltre la mera ammirazione per le capacità del maestro e del suo percorso di vita, ben oltre quello che può essere lo spirito di emulazione, fino a sembrare, quasi, una forma di plagio o di autoannullamento: in realtà è un tipo di rapporto la cui caratteristica è una perfetta intesa personale e d’intenti, un percorrere insieme (per il maestro un ripercorrere) un sentiero con il medesimo esatto passo e la medesima direzione.

E’ un tipo di rapporto così profondo da potersi chiamare, davvero, paternità spirituale e che ho visto fiorire perlopiù (ma non escusivamente) in determinati rapporti: quali allenatore ed atleta, insegnante ed allievo, sacerdote e seminarista, ufficiale e soldato al fronte… etc.

Paternità spirituale che in nulla ostacola la paternità “terrestre”, effettiva, anzi la facilita perchè il compito del lama Tiensing è proprio quello di riportare Dil Bahadur – adeguatamente istruito sulle strade del potere personale (che in ottica buddista è distacco dalle passioni e disciplina della mente) – al Re suo Padre, affinchè quest’ultimo lo possa investire della sua stessa autorità e farne il suo successore effettivo.

Ed è proprio Tiensing, infatti, che in una determinata circostanza informa lo stupefatto Dil Bahadur che il loro rapporto è sostanzialmente finito e che dovrà rientrare nella capitale per prendere il suo posto accanto a suo padre, mentre Tiensig stesso si sarebbe ritirato per alcuni anni nella valle degli Yeti.

Si tratta della medesima circostanza nella quale l’antico maestro comunica altresì al sempre più stupefatto allievo di non preoccuparsi perchè, tanto, dopo questo suo ritiro si sarebbero rivisti per… provvedere all’educazione del figlio maschio che il giovane avrebbe avuto di lì a poco, non appena sposata la fanciulla (Pena) la cui energia il maestro aveva già sentito arrivare.

E’ una falsariga, quella appena esposta, che come al solito non è stata colta da critici e commentatori ma che non può sfuggire a chi possiede occhi per vederla.

Il libro, tra l’altro, ha il pregio di essere interamente leggibile all’indirizzo http://books.google.it/, semplicemente digitando il titolo nella casella di ricerca. Approfittatene finché dura…

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 28  dicembre 2008

Il libro  così ci viene presentato sul sito della Mondadori nonché su quello della Mazzantini stessa:

Una mattina Gemma lascia a terra la sua vita ordinaria e sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all’aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l’amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere.

Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi, giovani sprovveduti, invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d’amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una Guerra che mentre uccide procrea.

Il libro, a giudizio di chi scrive, rappresenta senza dubbio una lettura difficile: mediamente noi italiani infatti sappiamo poco o nulla degli eventi bosniaci di quegli anni, nè conosciamo le popolazioni coinvolte ed il loro “portato” storico retrospettivo.

A tutto ciò si aggiunga la stessa dimensione dell’opera (529 pagine) che sicuramente non aiuta il lettore, a maggior ragione che spesso la storia si avvita in vicoli ciechi meramente descrittivi, ed a maggior ragione che – malgrado quello che si dice nella presentazione – la storia d’amore appare abbastanza stereotipata, così come molti dei personaggi: primo fra tutti proprio Gojko, tratto di peso dall’immaginario collettivo in qualità di balcanico sanguigno, intraprendente e poetico.

L’opera è riscattata tuttavia dalla genialità della Mazzantini, che riesce sempre a stupire per la sua capacità di introspezione psicologica, da un finale in cui l’autrice – ad avviso di chi scrive – raggiunge delle vette che uguagliano senza dubbio quelle già raggiunte nell’immortale “non ti muovere” e da una trattazione assolutamente particolare della figura paterna, benché quest’ultimo aspetto non sia minimamente accennato nella presentazione.

A mio avviso infatti è proprio il tema della paternità – nella forma di paternità putativa – il filone occulto del romanzo, laddove si confrontano ben quattro Padri putativi: Giuliano, Diego, il Padre di Gemma, Gojko.

Quella del Padre di Gemma, è una figura tenerissima che nel silenzio, nella fede e nella Pietà funge da mentore di tutta la famiglia, aspetto che ha la massima realizzazione nel rapporto con il genero, Diego. E’ proprio nel commiato tra i due, nel garage di casa prima dell’ultimo viaggio di Diego per Sarajevo, che avviene uno dei momenti a mio avviso più forti del romanzo: laddove il suocero regala al genero un giubbotto antiproiettile e viene a conoscerne il terribile segreto (ma quest’ultimo particolare lo sapremo solo alla fine del romanzo).

Si tratta di un vero e proprio passaggio esistenziale, che conferisce a Diego un’energia sconosciuta e potentissima: a Sarajevo muta anche di aspetto fisico, perdendo le fattezze di marito-bambino e assumendo la fisionomia di Che Guevara (il guerriero per eccellenza).

Diego gira per la città con un bersaglio disegnato sulla schiena a maggior spregio dei cecchini, e finisce per assumere una tale autorevolezza che i bambini iniziano a chiamarlo indistintamente”papà”. E’ una parabola veloce, quella di Diego, perchè cotanta energia svanisce nel momento esatto in cui ha adempiuto la sua missione portando a sicura nascita il suo figlio putativo, come un moderno Giuseppe cosmopolita.

Intendiamoci, non che Diego non avesse un proprio Padre ma questi è mancato già prima dell’inizio della storia, benchè Diego lo riveda, costantemente, nelle pozzanghere che fotografa in ricordo di quelle del porto di Genova dove il genitore morì molti anni prima a causa di un incidente sul lavoro. Ma il lavoro del fotografo è proprio quello di catturare la luce riflessa, e vedere il proprio Padre nella luce del cielo riflessa sulla terra lo trovo un esercizio che ricorda, terribilmente e splendidamente, quella parte del credo cattolico che recita “Io credo nello Spirito Santo che procede dal padre e dal Figlio” e questo è un passaggio che senza dubbio testimonia – se mai ce ne fosse bisogno – della citata genialità della Mazzantini.

E proprio come un novello Giuseppe, è proprio Diego che – dicevamo – scompare nel silenzio e nell’autoanniullamento, prima come Padre poi come uomo, arrivando infine all’estremo del sacrificio carnale, la propria morte fisica.

Ma anche Gojko, il vulcanico bosniaco amore mancato di Gemma, è padre putativo, nella misura in cui è proprio lui decreta la fine dell’infanzia di Pietro e ad iniziarlo al mondo degli uomini durante il viaggio a Sarajevo (memorabile la scena della partita di pallone) mentre negli anni precedenti è stato Giuliano – il secondo marito di Gemma – ad aver preso cura di Pietro portandolo all’età adulta e rinunciando, anche lui (e consapevolmente) alla paternità biologica, terrestre, per quella spirituale.

In questa costellazione dedicata a San Giuseppe non è Gemma ad impersonare Maria, bensì Aska, la pecora pazza, che proprio come Maria dovrà sperimentare l’insopportabile, per una Madre: l’estraneità dinanzi a suo figlio, e proprio per quel medesimo ordine morale superiore che ha già richiesto – ed ottenuto – il sacrificio del Padre putativo.

In quest’ottica, Gemma, tutt’al più può essere una novella Maddalena: figlia privilegiata dei nostri tempi, riscattata dal sacrificio e dalla pietà altrui – privilegio che sente di non meritare – e messaggera per questo di un messaggio d’amore da recapitare al mondo.

Ed infine, per chi non lo avesse ancora capito, è proprio Pietro il cetnico – il figlio di Gemma senza Padri e con troppi Padri – ad essere il Bambino che riscatta con la sua stessa esistenza le colpe del mondo.

Ed ora, in nome del Padre, compratevi questo libro e commuovetevi pure.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 1 dicembre 2008

Così Einaudi ci presenta il libro: “Questa non è la solita storia di gangster e di malavita. Questa è la travolgente storia di Willy Melodia, giovane pianista siciliano catapultato per caso nell’America degli anni Trenta. È il racconto delle sue mille traversie, dei suoi amori sgangherati, dei suoi eroici fallimenti. Insomma, le avventure di un uomo affamato di vita, malinconico e scanzonato: un irresistibile malandrino che ha sfiorato, quasi senza accorgersene, la grande Storia del Novecento. Infatti, l’ha sempre guardata dallo spioncino della serratura.”

A mio avviso questa presentazione di Einaudi è parzialmente errata. Il buon Melodia infatti è tutt’altro che malandrino; la vita gli sfugge dalle mani e la sua incapacità di gestire i propri talenti – nonché la sua vita familiare e sentimentale – ne è chiara dimostrazione.

Professionalmente parlando, infatti, Willy non uscirà mai dal circuito dei night club e degli alberghi; allo stesso modo, in ambito privato, registrerà il naufragio di entrambe le unioni importanti della sua vita, quella con Rosa e successivamente quella con Judith, sperimentando con quasi un secolo di anticipo la tragedia dei papà separati: e questa, secondo me, è una staratura del romanzo perchè non credo che negli anni trenta, specialmente nel giro degli italomericani di New York, una cosa del genere sarebbe accadere (ma è altresì necessario dire che questa staratura fa onore ad Alfio Caruso perchè ne dimostra la sensibilità verso un problema totalmente ignorato dalla letteratura contemporanea).

Si tratta di fallimenti a dir poco inspiegabili, se consideriamo il personaggio: Willy infatti è addirittura un genio, che riesce a riprodurre ad orecchio (e senza saper leggere le note) dei pezzi musicali anche difficili, con un repertorio tra i più vasti. E’ altresì un uomo fortunato, a modo suo, perchè gode della protezione e della stima di gente del calibro di Lucky Luciano e Frank Costello, che gli risolvono tutti i problemi (dalla cittadinanza americana alla casa, o anche gli impieghi): e per questa benevolenza non deve ammazzare nessuno, deve soltanto suonare per loro.

Da dove nasce allora tutto questo? La risposta – credo – sta proprio nelle prime pagine del libro.

C’è infatti da considerare un primo punto nodale della nazzazione: la scoperta del talento di Willy da parte del parroco, che lo sorprende a suonare meravigliosamente l’organo. Il vecchio prete intuisce immediatamente le potenzialità del ragazzo, e lo fa testare all’insegnante di musica della zona. Il responso della matura e acida signorina non si fa attendere: nessun particolare talento da giustificare un percorso di studi, al massimo può dare una mano a lei in Chiesa: cosa che Willy farà puntualmente per anni. Nè il parroco riesce a smuovere su questo punto la famiglia, poverissima, ed affaccendata in questioni legate più che altro alla sopravvivenza fisica che non all’educazione dei figli. In altri termini, non scatta quel corto circuito tra Padri (quello spirituale e quello terrestre) che solo poteva savare il piccolo Willy dalla mediocrità: ed in questo il destino del giovane è già segnato.

Willy non avrà mai, infatti, la contezza delle proprie capacità, considerandosi un mediocre per tutta la vita. Anche nelle questioni sentimentali tenderà a privilegiare i rapporti di facile consumo, mentre le donne veramente importanti della sua vita ne intuiranno la auto-disistima profonda, approfittandone variamente. A cominciare da Rosa, la madre di suo figlio Sal, che tenterà di separarlo prima dal suo ambiente newyorkese e successivamente dal bambino, traferendosi all’improvviso da New York a Los Angeles e subordinando la frequentazione del piccolo al distacco di Willy da Luciano e Costello, cosa ovviamente impossibile (se non altro per il semplice fatto che la sorella di Rosa aveva pensato bene di testimoniare pubblicamente e platealmente contro Luciano stesso).

Sono tempi di disastro personale, in cui Willy sprofonda sempre di più nel gorgo del Padre separato, passando da un letto all’altro, ingannando il dolore in tutti i modi fino ad arrivare al secondo punto di svolta del romanzo.

Dopo alcuni anni infatti che non riesce più a vedere suo figlio, ormai giunto al culmine della disperazione, si decide a chiedere udienza a Costello per avere il permesso di recarsi a Los Angeles: operazione non esente da pericoli, perchè non dimentichiamo che Rosa era pur sempre la sorella di colei che aveva denunciato Luciano, ed alla quale – probabilmente – era stata graziata la vita soltanto perchè madre del figlio di Willy. Il terribile gangster ascolta pazientemente la supplica, poi esterrefatto escama: “ma che cazzo di padre sei, tu, che non vedi tuo figlio da tre anni?” E dispone che vengano fatti immediatamente tutti i preparativi per la partenza.

E’ a questo punto che Willy piange calde lacrime, sia per la gioia di poter rivedere il figlio ma anche, secondo me, perchè in quel momento si ricongiunge – per il tramite della figura di Costello – a quel mondo di Padri e figli, a quel cerchio maschile solidale da cui era stato separato tanti anni prima.

Ciò non sarà sufficiente a fare in modo che le cose gli vadano meglio con la seconda compagna, Judith, che lo disprezzerà – analogamente a quanto aveva fatto Rosa – per la sua mancanza di idealismo (Judith morirà in Europa combattendo il nazismo) e per il suo attaccamento all’ambiente dei paisà. Sarà tuttavia molto diversa la percezione che ne avrà Willy: che, questa volta, non perderà affatto il contatto con sua figlia Sara, di cui continuerà ad occuparsi – nei limiti e nei modi con cui può farlo un uomo di quei tempi – senza però dimenticare il figlio di primo letto, Sal.

Alla fine degli anni 40, finita la stagione d’oro della grande mafia italoamericana e tramontati gli astri di Costello e Luciano, il buon Willy avrà modo di tornare nella sua amata Catania, e lo farà con una macchina americana e le tasche piene di dollari: sempre considerandosi un perdente, ma con la coscienza di essere stato, almeno, un perdente di successo e di aver fatto una vita interessante.

E se vi capita di sentire vostro figlio suonare l’organo in Chiesa meditate, Padri, meditate, e lasciate da parte per un attimo la bolletta da pagare. Ci sono altre urgenze in vista.

___________________________________

Alfio Caruso (Catania, 1950) è autore di thriller politici, di una monumentale storia della mafia (Da cosa nasce cosa), di una «biografia culturale» della Sicilia (Perché non possiamo non dirci mafiosi) e di una lunga serie di saggi dedicati agli eroismi e ai sacrifici dei soldati italiani nella Seconda guerra mondiale, tra i quali Italiani dovete morire, Tutti i vivi all’assalto, Arrivano i nostri, editi da Longanesi.

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C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventurieri, non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Fa pena, è esposto a tutto, ai quodlibet, alle ingiurie, al peggio di tutto: a una sorta di riprovazione, di malevolenza universale, di presa in giro, di tacita ingiuria

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Il padre è insegnante e maestro. E’ mentore e modello di comportamento. E’ l’esempio del successo e lo sprone al suo raggiungimento. ……..Conosciamo le statistiche: i bambini che crescono senza la figura del padre sono molto più facilmente soggetti a lasciare la scuola, a compiere crimini e a finire in prigione. Sono anche molto più facilmente vittime di disturbi comportamentali…

...di Claudio Risè:

Una società siffatta, "senza padri", nella quale tutti dunque rimangono "figli", é, come dimostrano le cronache, infantile, e sostanzialmente perversa. Perché sia così lo spiego in tutti i miei libri, ma lo faceva già benissimo Sigmund Freud nel 1905, non osando peraltro pensare che le patologie individuali da lui descritte diventassero endemiche, e venissero addirittura promosse dall'organizzazione sociale, attraverso la "rimozione" della figura che nell'essere umano ne impedisce lo sviluppo: il padre, appunto.

...di Oriana Fallaci:

Oh, non mi fraintenda: capisco anche il concetto di paternità. Lo vedrà nel mio romanzo, se farò in tempo a finirlo. Lo capisco così bene che parteggio con tutta l'anima pei padri divorziati che reclamano la custodia del figlio. Condanno i giudici che quel figlio lo affidano all'ex-moglie e basta, e ritengo che nella nostra società oggi si trovino più buoni padri che buone madri. (Segua la cronaca. Quando un padre impazzito ammazza un figlio, ammazza anche sé stesso. Quando una madre impazzita ammazza un figlio, non si ammazza affatto e va dal parrucchiere)

...di Alain Minc:

Alla parola parità, i deputati si mettono sull'attenti. Alla parola donna, tremano. Il vostro potere è assoluto: i parlamentari cercano di anticipare i vostri desideri, come i cortigiani di un Luigi XIV o di un Napoleone

luoghi di culto


in città, la popolazione di fede cristiana usa pregare in questo modo:

Ave Giuseppe, pieno di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetto fra gli uomini, e benedetto è il frutto del seno della tua Sposa, Gesù. Ave Giuseppe, padre putativo di Cristo, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

in città, la popolazione di fede islamica ama ricordare nelle proprie proghiere il versetto 33 della sura XXXI (Luqmân):

Uomini, temete il vostro Signore e paventate il Giorno in cui il padre non
potrà soddisfare il figlio né il figlio potrà soddisfare il padre in alcunché. La
promessa di Allah è verità. Badate che non vi inganni la vita terrena e non vi
inganni su Allah l'Ingannatore.

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  • febbraio 2010. Siamo alle porte di una presa di coscienza collettiva per questa metà del cielo?

    Avevo iniziato l’anno non senza una punta di pessimismo. Il 2009 infatti potrà essere ricordato a ragione come  una specie di annus horribilis per la questione maschile.
    Dalla falsa emergenza stupri ed il conseguente incrudelimento del principio di inversione dell’onere della prova (si badi bene: non l’incrudelimento delle pene, che sarebbe anche condivisibile, ma dell’inversione dell’onere della prova), [...]

    (Nessun commento)

  • Gennaio 2010. Benvenuti alla Tortuga

    Era già da tempo che navigavo sugli oceani di Internet con la mia agile caravella, che si chiamava MetroMaschile, registrata presso il porto di blogger.
    I passeggeri aumentavano di giorno in giorno e fu così che ad un certo punto mi resi conto che avrei dovuto senza dubbio upgradarla.  In realtà, sognavo un galeone. Ma come [...]

    (Nessun commento)

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