articolo apparso per la prima volta sul vecchio ”MetroMaschile” in data 5 novembre 2009
Anilda Ibrahimi è un’autrice che ha esordito nel 2008 con il fortunato romanzo “rosso come una sposa”, in cui descriveva una storia familiare dal punto di vista femminile e materno nell’Albania magica e misteriosa del secolo scorso, fino ad arrivare all’età moderna.
Quest’anno ha voluto proseguire il suo sforzo letterario pubblicando “l’amore e gli stracci del tempo”, in cui affronta ancora una volta una storia familiare, ma questa volta dal versante paterno.
Contrariamente al primo, il romanzo in questione è interamente ambientato in epoca moderna, il cui scenario principale è costituito dalla guerra del Kosovo del 1999. Cosa accade in questa storia, in sintesi?
Milos è un professore universitario di Belgrado di etnia serba, che diviene amico di un suo studente, di soli alcuni anni più giovane, Besor, di etnia albanese. Dopo l’incarcerazione di quest’ultimo ad opera del morente regime jugoslavo per motivi politici, Milos si prede carico della famiglia dell’amico ed in questo modo Zlatan, figlio di Milos, ed Aikuna, figlia di Besor, crescono insieme fino a sviluppare un rapporto esclusivo talmente profondo da sfociare, nell’età giovanile, in un rapporto sentimentale in cui i due si giurano fedeltà ed amore eterno. Ma la Storia incombe: iniziando la guerra del Kosovo, mentre Zlatan viene risucchiato dall’Armata Serba, Aikuna riceve invece il triste destino di tante ragazze albanesi kosovare, lo stupro etnico.
Entrambi, attraverso varie vicissitudini, riescono a sopravvivere alla loro condizione e a sfuggire alla morsa del teatro di guerra in cui si erano trovati loro malgrado coinvolti. Aikuna fnisce in Svizzera, dove si rifarà una vita nel segno del lavoro e della carriera insieme alla bambina che intanto le era nata (Sarah), mentre Zlatan finisce a Roma come rifugiato politico. In questa città, Zlatan è assistito nelle ricerche della sua amata Aikuna da Ines, appartenente ad un ente ONU specializzato. Le ricerche non danno alcun risultato, finchè – passando gli anni e complice anche l’accanita frequentazione – nasce tra i due una intesa che sfocia ben presto in una storia d’amore.
Proprio quando Zlatan sta chiedendo ad Ines di sposarla, arriva la lettera della Crocerossa Internazionale secondo cui Aikuna è viva. Zlatan si precipita, solo per rendersi conto che la storia tra lui ed Aikuna – che intanto, come dicevamo, è diventata un’altra persona rispetto alla ragazza che lui ricordava – non ha più alcun senso, ma può comunque “prendere possesso” della sua paternità nei confronti di Sarah, Paternità in cui crede fino al punto di rifiutarsi di leggere il test del DNA (Sarah infatti potrebbe essere figlia non sua, ma dello stupro etnico), test del DNA che Aikuna (e non Zlatan) aveva voluto fare.
Il tutto è complicato dal fatto che Ines intanto è incinta, ed avendo “perso” il suo Zlatan, partito alla volta della Svizzera per “prendere possesso” della paternità di Sarah, pensa bene di volare a Belgrado da Milos, Padre di Zlatan, dove metterà al mondo il piccolo Marko.
Quest’ultimo a mio avviso è uno snodo fondamentale del romanzo: non potendo consegnare a Zlatan la sua paternità, Ines la consegna al Padre di Zlatan stesso, Milos, nel pieno riconoscimento dell’ascendenza del nascituro: il quale, non a caso (non a caso almeno dal punto di vista del sottoscritto) , nasce tra le braccia proprio di Milos.
Il romanzo si conclude con la scena di Zlatan che, tornato a Roma, accoglie la giovane Sarah acanto a Marko, il bambino avuto da Ines, quasi a sanzione dell’unità di tutti i discendenti accanto al Padre.
E proprio questo è il messaggio che, sempre ad avviso di chi scrive, rende potentissimo il romanzo, ma lo rende altresì difficilissimo da capire per occhi ed orecchie non preparati a leggerlo. Laddove proprio la Paternità è l’oggetto – spoglio da ogni idiozia legata al “politicamente corretto” – che ne informa la trama.
Da Besor, che preferisce la morte piuttosto che vedere infangato l’onore di sua figlia, a Milos, che si assume la responsabilità non solo della sua famiglia ma anche di quella dell’amico, ad Ines che consegna la progenie alla sua ascendenza maschile, a Zlatan che per amore della sua stessa Paternità – Paternità di cui non conosceva neanche l’esistenza fino alla lettera della Croce Rossa Internazionale – è disposto a distruggere una storia d’amore (quella tra lui ed Ines), il romanzo è intessuto di figure maschili scolpite nel marmo, ma di un marmo tenero, umano.
Tutto questo ci porta a dire che il romanzo di Anilda ben si inserisce in un filone (tutto da costruire) che veda al centro le nostre tematiche, tematiche forse non gradite al grande pubblico.
Spero che il libro, appena uscito, riceva dai lettori la stessa accoglienza e entusiasmo che ha ricevuto a suo tempo il primo romanzo, quello incentrato sulla maternità. Me lo auguro davvero, e non perché Anilda è mia moglie ma per motivi che chi legge il mio blog conosce bene…
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