articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 5 novembre 2009

Anilda Ibrahimi è un’autrice che ha esordito nel 2008 con il fortunato romanzo “rosso come una sposa”, in cui descriveva una storia familiare dal punto di vista femminile e materno nell’Albania magica e misteriosa del secolo scorso, fino ad arrivare all’età moderna.

Quest’anno ha voluto proseguire il suo sforzo letterario pubblicando “l’amore e gli stracci del tempo”, in cui affronta ancora una volta una storia familiare, ma questa volta dal versante paterno.

Contrariamente al primo, il romanzo in questione è interamente ambientato in epoca moderna, il cui scenario principale è costituito dalla guerra del Kosovo del 1999. Cosa accade in questa storia, in sintesi?

Milos è un professore universitario di Belgrado di etnia serba, che diviene amico di un suo studente, di soli alcuni anni più giovane, Besor, di etnia albanese. Dopo l’incarcerazione di quest’ultimo ad opera del morente regime jugoslavo per motivi politici, Milos si prede carico della famiglia dell’amico ed in questo modo Zlatan, figlio di Milos, ed Aikuna, figlia di Besor, crescono insieme fino a sviluppare un rapporto esclusivo talmente profondo da sfociare, nell’età giovanile, in un rapporto sentimentale in cui i due si giurano fedeltà ed amore eterno. Ma la Storia incombe: iniziando la guerra del Kosovo, mentre Zlatan viene risucchiato dall’Armata Serba, Aikuna riceve invece il triste destino di tante ragazze albanesi kosovare, lo stupro etnico.

Entrambi, attraverso varie vicissitudini, riescono a sopravvivere alla loro condizione e a sfuggire alla morsa del teatro di guerra in cui si erano trovati loro malgrado coinvolti. Aikuna fnisce in Svizzera, dove si rifarà una vita nel segno del lavoro e della carriera insieme alla bambina che intanto le era nata (Sarah), mentre Zlatan finisce a Roma come rifugiato politico. In questa città, Zlatan è assistito nelle ricerche della sua amata Aikuna da Ines, appartenente ad un ente ONU specializzato. Le ricerche non danno alcun risultato, finchè – passando gli anni e complice anche l’accanita frequentazione – nasce tra i due una intesa che sfocia ben presto in una storia d’amore.

Proprio quando Zlatan sta chiedendo ad Ines di sposarla, arriva la lettera della Crocerossa Internazionale secondo cui Aikuna è viva. Zlatan si precipita, solo per rendersi conto che la storia tra lui ed Aikuna – che intanto, come dicevamo, è diventata un’altra persona rispetto alla ragazza che lui ricordava – non ha più alcun senso, ma può comunque “prendere possesso” della sua paternità nei confronti di Sarah, Paternità in cui crede fino al punto di rifiutarsi di leggere il test del DNA (Sarah infatti potrebbe essere figlia non sua, ma dello stupro etnico), test del DNA che Aikuna (e non Zlatan) aveva voluto fare.

Il tutto è complicato dal fatto che Ines intanto è incinta, ed avendo “perso” il suo Zlatan, partito alla volta della Svizzera per “prendere possesso” della paternità di Sarah, pensa bene di volare a Belgrado da Milos, Padre di Zlatan, dove metterà al mondo il piccolo Marko.

Quest’ultimo a mio avviso è uno snodo fondamentale del romanzo: non potendo consegnare a Zlatan la sua paternità, Ines la consegna al Padre di Zlatan stesso, Milos, nel pieno riconoscimento dell’ascendenza del nascituro: il quale, non a caso (non a caso almeno dal punto di vista del sottoscritto) , nasce tra le braccia proprio di Milos.

Il romanzo si conclude con la scena di Zlatan che, tornato a Roma, accoglie la giovane Sarah acanto a Marko, il bambino avuto da Ines, quasi a sanzione dell’unità di tutti i discendenti accanto al Padre.

E proprio questo è il messaggio che, sempre ad avviso di chi scrive, rende potentissimo il romanzo, ma lo rende altresì difficilissimo da capire per occhi ed orecchie non preparati a leggerlo. Laddove proprio la Paternità è l’oggetto – spoglio da ogni idiozia legata al “politicamente corretto” – che ne informa la trama.

Da Besor, che preferisce la morte piuttosto che vedere infangato l’onore di sua figlia, a Milos, che si assume la responsabilità non solo della sua famiglia ma anche di quella dell’amico, ad Ines che consegna la progenie alla sua ascendenza maschile, a Zlatan che per amore della sua stessa Paternità – Paternità di cui non conosceva neanche l’esistenza fino alla lettera della Croce Rossa Internazionale – è disposto a distruggere una storia d’amore (quella tra lui ed Ines), il romanzo è intessuto di figure maschili scolpite nel marmo, ma di un marmo tenero, umano.

Tutto questo ci porta a dire che il romanzo di Anilda ben si inserisce in un filone (tutto da costruire) che veda al centro le nostre tematiche, tematiche forse non gradite al grande pubblico.

Spero che il libro, appena uscito, riceva dai lettori la stessa accoglienza e entusiasmo che ha ricevuto a suo tempo il primo romanzo, quello incentrato sulla maternità. Me lo auguro davvero, e non perché Anilda è mia moglie ma per motivi che chi legge il mio blog conosce bene…

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 10 febbraio 2009

Durante le scorse festività Natalizie ho approfittato della serenità familiare e domestica anche per incrementare le mie letture, speciamente in un’ottica di spiritualità (non esclusivamente cristiana). Tra gli altri ho avuto modo di leggere – su consiglio di mia moglie – questo straordinario libro della Allende, che così è presentato sul sito della Feltrinelli: Una nuova avventura per Nadia e Alex, sulle nevi himalayane, alle prese questa volta con un malefico piano per trafugare la statua del drago d’oro dai poteri divinatori e di rapire il re del regno proibito, l’unico che può interpellarla.

La storia è in realtà un “manabile” di spiritualità tibetana, in un mondo magico dominato da energie sottili e da una profonda connessione con l’universo invisibile. In questo contesto, salta agli occhi il particolarissimo rapporto tra il lama Tiensing e il suo allievo Dil – Bahadur, principe ereditario affidato dal proprio Padre, il re, all’antico maestro affinche provveda alla sua educazione spirituale e impari a percorrere le vie del potere che ne sono sottese.

Alcuni passi colpiscono. A pagina 153 (capitolo XII, “la medicina della mente”), in occasione del salvataggio della giovane Nadia, possiamo leggere:

dovevano considerare il nemico come un maestro che offriva loro l’opportunità di controllare le proprie passioni e di imparare qualcosa su se stessi. La prospettiva di aggredire qualcuno non si era mai presentata.

“come potrò tirare contro uomini dal cuore puro, maestro?”

“E’ permesso solo se non c’è alternativa e quando si ha la certezza che la causa sia giusta, Dil Bahadur”

“mi pare che in questo caso esista tale certezza, maestro”

“che tutti gli esseri viventi godano di sorte favorevole e che nessuno sperimenti la sofferenza” recitarono insieme mestro e discepolo, augurandosi di cuore di non vedersi obbligati a ricorrere a nessuna delle loro mortali conoscenze di arti marziali.

La falsariga del libro è proprio questa fortissima sintonia tra i due, laddove si va ben oltre la mera ammirazione per le capacità del maestro e del suo percorso di vita, ben oltre quello che può essere lo spirito di emulazione, fino a sembrare, quasi, una forma di plagio o di autoannullamento: in realtà è un tipo di rapporto la cui caratteristica è una perfetta intesa personale e d’intenti, un percorrere insieme (per il maestro un ripercorrere) un sentiero con il medesimo esatto passo e la medesima direzione.

E’ un tipo di rapporto così profondo da potersi chiamare, davvero, paternità spirituale e che ho visto fiorire perlopiù (ma non escusivamente) in determinati rapporti: quali allenatore ed atleta, insegnante ed allievo, sacerdote e seminarista, ufficiale e soldato al fronte… etc.

Paternità spirituale che in nulla ostacola la paternità “terrestre”, effettiva, anzi la facilita perchè il compito del lama Tiensing è proprio quello di riportare Dil Bahadur – adeguatamente istruito sulle strade del potere personale (che in ottica buddista è distacco dalle passioni e disciplina della mente) – al Re suo Padre, affinchè quest’ultimo lo possa investire della sua stessa autorità e farne il suo successore effettivo.

Ed è proprio Tiensing, infatti, che in una determinata circostanza informa lo stupefatto Dil Bahadur che il loro rapporto è sostanzialmente finito e che dovrà rientrare nella capitale per prendere il suo posto accanto a suo padre, mentre Tiensig stesso si sarebbe ritirato per alcuni anni nella valle degli Yeti.

Si tratta della medesima circostanza nella quale l’antico maestro comunica altresì al sempre più stupefatto allievo di non preoccuparsi perchè, tanto, dopo questo suo ritiro si sarebbero rivisti per… provvedere all’educazione del figlio maschio che il giovane avrebbe avuto di lì a poco, non appena sposata la fanciulla (Pena) la cui energia il maestro aveva già sentito arrivare.

E’ una falsariga, quella appena esposta, che come al solito non è stata colta da critici e commentatori ma che non può sfuggire a chi possiede occhi per vederla.

Il libro, tra l’altro, ha il pregio di essere interamente leggibile all’indirizzo http://books.google.it/, semplicemente digitando il titolo nella casella di ricerca. Approfittatene finché dura…

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 1 febbraio

Quando faccio la recensione di un autore, in genere metto nel titolo del post non solo il nome ma anche il titolo del libro in questione. Per Mauro Corona ho deciso di fare un’eccezione perché secondo me andrebbe letto tutto.

Ho incontrato Corona l’estate scorsa a Gavoi, in Sardegna. Mauro stava concedendo una lunga intervista pubblica in occasione di un evento letterario. Io mi trovavo tra il pubblico, semisdraiato sotto un albero, con mio figlio che mi giocava tra le gambe ed un mezzo Toscanello appeso alla bocca.

Il pubblico, compreso il sottoscritto, era completamente rapito mentre il conduttore perdeva rapidamente il controllo della situazione, cosa non difficile con un personaggio a tal punto spiazzante da arrivare a chiedere, verso la fine, “è quasi un’ora che parlo con questo caldo, non è che avete una caraffa di quel vostro ottimo vino sardo?” Il povero giornalista – ormai incapace di intendere e di volere – aveva guardato gli organizzatori con aria supplicante, e quelli gli avevano rimandato un sguardo sconvolto quanto interrogativo. “Vabbene, tanto l’intervista ormai è finita” aveva concluso Mauro.

Quando scese dal palco, anche lui con un Toscanello in mano, i nostri sguardi s’incrociarono per un attimo. Mi chiese da accendere e poi sparì per i suoi percorsi misteriosi. Non feci nulla per tentare un qualsiasi approccio, ed è facile capirne il motivo: dato il personaggio e dato che aveva già parlato un’ora, sicuramente gli avrei rotto le palle qualunque cosa avessi detto. Mi sono quindi limitato ad accendergli il Toscanello.

Poi però ho fatto in modo di incontrarlo durante una delle mega cene che si organizzano in questi eventi e di farci due chiacchiere, almeno nei limiti del possibile in un contesto del genere.

Abbiamo parlato dei suoi trascorsi di alpinista, di avventura, di stili di vita. “L’avventura è quando rischi la vita, non quando spingi un bottone ed arriva l’elicottero a tirarti fuori. Quelle sono, eventualmente, prestazioni atletiche non avventure: ma per queste, non c’è bisogno di andare sull’Everest, basta ad esempio che vieni a salire sulle montagne qui intorno a Gavoi, tipo a gennaio, e puoi farti tutti i mazzi che ti pare… “ Aveva poi attaccato la smania, tipicamente moderna, di fare prestazioni a tutti i costi “come quella roba lì, che se la prendi ti fai dodici scopate senza neanche tirarti fuori l’uccello: ma che senso ha se fino a cinque minuti prima non avevi voglia di fartene neanche una?” il punto, secondo Mauro, è che per certe cose ci vuole rispetto per la dimensione umana, che è comunque limitata, e questi limiti sono sempre in agguato. “Io sono considerato un grande alpinista” proseguì a questo proposito, “ma ti garantisco che quando ho scalato una certa cima ed ho scoperto che una spedizione inglese di cinquanta anni prima aveva usato metà dei chiodi che stavo usando io, mi sono sentito una merda”. Parlando, poi, ho scoperto – anche con un certo stupore – che suo figlio aveva scelto di vivere con lui in montagna. “Che ci vai a fare, in città” è stata la replica “tanto adesso c’è internet e puoi fare tutti i lavori che vuoi stando dove ti pare, anche da me. Per tutto il resto, c’è l’osteria a due passi.”

Spinto dall’entusiasmo mi sono comprato un suo libro (uno a caso, tanto di lui non ne sapevo niente) che però è finito nel cassetto fino a qualche giorno fa, quando mi è capitato di nuovo per le mani e mi sono deciso a leggerlo. Il libro è “Cani, Camosci, cuculi (e un corvo)”, Mondatori, 2008.

Il libro ci parla di uomini ed animali, di Padri che insegnano l’arte della caccia ai figli, di indomabili bracconieri, di energie misteriose della foresta, di amicizie che vanno oltre la morte, della sacralità dell’olivo che può essere scolpito ma solo a determinate condizioni, di Mauro che sopravvive alla valanga, di cani che salvano i padroni dalla frana del Vajont, di montanari dalla faccia di cuoio che muoiono a letto con gli scarponi ai piedi, di olii magici, di traversate… Nella scrittura di Mauro Corona ho ritrovato la stessa energia delle fiabe alpine, come dell’epica lakota o delle leggende africane del monte Kilimangiaro.

Insomma una salutare immersione nella freschezza; nelle energie più pulite, profonde ed antiche dell’uomo, nella wilderness più pura e, soprattutto, in una cultura che deve essere assolutamente tramandata: ma non (rectius: non solo) per il bene di chi ne è portatore ed esponente bensì per il nostro bene, affinché possiamo capire quanto può arrivare ad essere fetido, distruttivo ed idiota il nostro attuale stile di vita.

Voglio concludere citando mezzo paragrafo della parte finale del libro, in cui Mauro racconta dell’assistenza prestata al suo vecchio Padre reso temporaneamente folle dall’anestesia all’ospedale di Padova, quando finalmente il vecchio depone la corazza che l’aveva accompagnato tutta la vita e i due si trovano faccia a faccia senza più alcuna protezione. Scrive Mauro: “All’ospedale di Padova, nonostante il luogo di dolore, vissi i momenti più spassosi della vita con il mio vecchio. Furono ore impreviste, sconosciute, libere da scudi e corazze. Ore oneste… … forse la vera natura degli uomini sta nella follia.”

Vado a comprarmi gli altri libri di Mauro Corona, e state sicuri che questa volta non rimarranno nel cassetto.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 28  dicembre 2008

Il libro  così ci viene presentato sul sito della Mondadori nonché su quello della Mazzantini stessa:

Una mattina Gemma lascia a terra la sua vita ordinaria e sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all’aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l’amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere.

Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi, giovani sprovveduti, invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d’amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una Guerra che mentre uccide procrea.

Il libro, a giudizio di chi scrive, rappresenta senza dubbio una lettura difficile: mediamente noi italiani infatti sappiamo poco o nulla degli eventi bosniaci di quegli anni, nè conosciamo le popolazioni coinvolte ed il loro “portato” storico retrospettivo.

A tutto ciò si aggiunga la stessa dimensione dell’opera (529 pagine) che sicuramente non aiuta il lettore, a maggior ragione che spesso la storia si avvita in vicoli ciechi meramente descrittivi, ed a maggior ragione che – malgrado quello che si dice nella presentazione – la storia d’amore appare abbastanza stereotipata, così come molti dei personaggi: primo fra tutti proprio Gojko, tratto di peso dall’immaginario collettivo in qualità di balcanico sanguigno, intraprendente e poetico.

L’opera è riscattata tuttavia dalla genialità della Mazzantini, che riesce sempre a stupire per la sua capacità di introspezione psicologica, da un finale in cui l’autrice – ad avviso di chi scrive – raggiunge delle vette che uguagliano senza dubbio quelle già raggiunte nell’immortale “non ti muovere” e da una trattazione assolutamente particolare della figura paterna, benché quest’ultimo aspetto non sia minimamente accennato nella presentazione.

A mio avviso infatti è proprio il tema della paternità – nella forma di paternità putativa – il filone occulto del romanzo, laddove si confrontano ben quattro Padri putativi: Giuliano, Diego, il Padre di Gemma, Gojko.

Quella del Padre di Gemma, è una figura tenerissima che nel silenzio, nella fede e nella Pietà funge da mentore di tutta la famiglia, aspetto che ha la massima realizzazione nel rapporto con il genero, Diego. E’ proprio nel commiato tra i due, nel garage di casa prima dell’ultimo viaggio di Diego per Sarajevo, che avviene uno dei momenti a mio avviso più forti del romanzo: laddove il suocero regala al genero un giubbotto antiproiettile e viene a conoscerne il terribile segreto (ma quest’ultimo particolare lo sapremo solo alla fine del romanzo).

Si tratta di un vero e proprio passaggio esistenziale, che conferisce a Diego un’energia sconosciuta e potentissima: a Sarajevo muta anche di aspetto fisico, perdendo le fattezze di marito-bambino e assumendo la fisionomia di Che Guevara (il guerriero per eccellenza).

Diego gira per la città con un bersaglio disegnato sulla schiena a maggior spregio dei cecchini, e finisce per assumere una tale autorevolezza che i bambini iniziano a chiamarlo indistintamente”papà”. E’ una parabola veloce, quella di Diego, perchè cotanta energia svanisce nel momento esatto in cui ha adempiuto la sua missione portando a sicura nascita il suo figlio putativo, come un moderno Giuseppe cosmopolita.

Intendiamoci, non che Diego non avesse un proprio Padre ma questi è mancato già prima dell’inizio della storia, benchè Diego lo riveda, costantemente, nelle pozzanghere che fotografa in ricordo di quelle del porto di Genova dove il genitore morì molti anni prima a causa di un incidente sul lavoro. Ma il lavoro del fotografo è proprio quello di catturare la luce riflessa, e vedere il proprio Padre nella luce del cielo riflessa sulla terra lo trovo un esercizio che ricorda, terribilmente e splendidamente, quella parte del credo cattolico che recita “Io credo nello Spirito Santo che procede dal padre e dal Figlio” e questo è un passaggio che senza dubbio testimonia – se mai ce ne fosse bisogno – della citata genialità della Mazzantini.

E proprio come un novello Giuseppe, è proprio Diego che – dicevamo – scompare nel silenzio e nell’autoanniullamento, prima come Padre poi come uomo, arrivando infine all’estremo del sacrificio carnale, la propria morte fisica.

Ma anche Gojko, il vulcanico bosniaco amore mancato di Gemma, è padre putativo, nella misura in cui è proprio lui decreta la fine dell’infanzia di Pietro e ad iniziarlo al mondo degli uomini durante il viaggio a Sarajevo (memorabile la scena della partita di pallone) mentre negli anni precedenti è stato Giuliano – il secondo marito di Gemma – ad aver preso cura di Pietro portandolo all’età adulta e rinunciando, anche lui (e consapevolmente) alla paternità biologica, terrestre, per quella spirituale.

In questa costellazione dedicata a San Giuseppe non è Gemma ad impersonare Maria, bensì Aska, la pecora pazza, che proprio come Maria dovrà sperimentare l’insopportabile, per una Madre: l’estraneità dinanzi a suo figlio, e proprio per quel medesimo ordine morale superiore che ha già richiesto – ed ottenuto – il sacrificio del Padre putativo.

In quest’ottica, Gemma, tutt’al più può essere una novella Maddalena: figlia privilegiata dei nostri tempi, riscattata dal sacrificio e dalla pietà altrui – privilegio che sente di non meritare – e messaggera per questo di un messaggio d’amore da recapitare al mondo.

Ed infine, per chi non lo avesse ancora capito, è proprio Pietro il cetnico – il figlio di Gemma senza Padri e con troppi Padri – ad essere il Bambino che riscatta con la sua stessa esistenza le colpe del mondo.

Ed ora, in nome del Padre, compratevi questo libro e commuovetevi pure.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 1 dicembre 2008

Così Einaudi ci presenta il libro: “Questa non è la solita storia di gangster e di malavita. Questa è la travolgente storia di Willy Melodia, giovane pianista siciliano catapultato per caso nell’America degli anni Trenta. È il racconto delle sue mille traversie, dei suoi amori sgangherati, dei suoi eroici fallimenti. Insomma, le avventure di un uomo affamato di vita, malinconico e scanzonato: un irresistibile malandrino che ha sfiorato, quasi senza accorgersene, la grande Storia del Novecento. Infatti, l’ha sempre guardata dallo spioncino della serratura.”

A mio avviso questa presentazione di Einaudi è parzialmente errata. Il buon Melodia infatti è tutt’altro che malandrino; la vita gli sfugge dalle mani e la sua incapacità di gestire i propri talenti – nonché la sua vita familiare e sentimentale – ne è chiara dimostrazione.

Professionalmente parlando, infatti, Willy non uscirà mai dal circuito dei night club e degli alberghi; allo stesso modo, in ambito privato, registrerà il naufragio di entrambe le unioni importanti della sua vita, quella con Rosa e successivamente quella con Judith, sperimentando con quasi un secolo di anticipo la tragedia dei papà separati: e questa, secondo me, è una staratura del romanzo perchè non credo che negli anni trenta, specialmente nel giro degli italomericani di New York, una cosa del genere sarebbe accadere (ma è altresì necessario dire che questa staratura fa onore ad Alfio Caruso perchè ne dimostra la sensibilità verso un problema totalmente ignorato dalla letteratura contemporanea).

Si tratta di fallimenti a dir poco inspiegabili, se consideriamo il personaggio: Willy infatti è addirittura un genio, che riesce a riprodurre ad orecchio (e senza saper leggere le note) dei pezzi musicali anche difficili, con un repertorio tra i più vasti. E’ altresì un uomo fortunato, a modo suo, perchè gode della protezione e della stima di gente del calibro di Lucky Luciano e Frank Costello, che gli risolvono tutti i problemi (dalla cittadinanza americana alla casa, o anche gli impieghi): e per questa benevolenza non deve ammazzare nessuno, deve soltanto suonare per loro.

Da dove nasce allora tutto questo? La risposta – credo – sta proprio nelle prime pagine del libro.

C’è infatti da considerare un primo punto nodale della nazzazione: la scoperta del talento di Willy da parte del parroco, che lo sorprende a suonare meravigliosamente l’organo. Il vecchio prete intuisce immediatamente le potenzialità del ragazzo, e lo fa testare all’insegnante di musica della zona. Il responso della matura e acida signorina non si fa attendere: nessun particolare talento da giustificare un percorso di studi, al massimo può dare una mano a lei in Chiesa: cosa che Willy farà puntualmente per anni. Nè il parroco riesce a smuovere su questo punto la famiglia, poverissima, ed affaccendata in questioni legate più che altro alla sopravvivenza fisica che non all’educazione dei figli. In altri termini, non scatta quel corto circuito tra Padri (quello spirituale e quello terrestre) che solo poteva savare il piccolo Willy dalla mediocrità: ed in questo il destino del giovane è già segnato.

Willy non avrà mai, infatti, la contezza delle proprie capacità, considerandosi un mediocre per tutta la vita. Anche nelle questioni sentimentali tenderà a privilegiare i rapporti di facile consumo, mentre le donne veramente importanti della sua vita ne intuiranno la auto-disistima profonda, approfittandone variamente. A cominciare da Rosa, la madre di suo figlio Sal, che tenterà di separarlo prima dal suo ambiente newyorkese e successivamente dal bambino, traferendosi all’improvviso da New York a Los Angeles e subordinando la frequentazione del piccolo al distacco di Willy da Luciano e Costello, cosa ovviamente impossibile (se non altro per il semplice fatto che la sorella di Rosa aveva pensato bene di testimoniare pubblicamente e platealmente contro Luciano stesso).

Sono tempi di disastro personale, in cui Willy sprofonda sempre di più nel gorgo del Padre separato, passando da un letto all’altro, ingannando il dolore in tutti i modi fino ad arrivare al secondo punto di svolta del romanzo.

Dopo alcuni anni infatti che non riesce più a vedere suo figlio, ormai giunto al culmine della disperazione, si decide a chiedere udienza a Costello per avere il permesso di recarsi a Los Angeles: operazione non esente da pericoli, perchè non dimentichiamo che Rosa era pur sempre la sorella di colei che aveva denunciato Luciano, ed alla quale – probabilmente – era stata graziata la vita soltanto perchè madre del figlio di Willy. Il terribile gangster ascolta pazientemente la supplica, poi esterrefatto escama: “ma che cazzo di padre sei, tu, che non vedi tuo figlio da tre anni?” E dispone che vengano fatti immediatamente tutti i preparativi per la partenza.

E’ a questo punto che Willy piange calde lacrime, sia per la gioia di poter rivedere il figlio ma anche, secondo me, perchè in quel momento si ricongiunge – per il tramite della figura di Costello – a quel mondo di Padri e figli, a quel cerchio maschile solidale da cui era stato separato tanti anni prima.

Ciò non sarà sufficiente a fare in modo che le cose gli vadano meglio con la seconda compagna, Judith, che lo disprezzerà – analogamente a quanto aveva fatto Rosa – per la sua mancanza di idealismo (Judith morirà in Europa combattendo il nazismo) e per il suo attaccamento all’ambiente dei paisà. Sarà tuttavia molto diversa la percezione che ne avrà Willy: che, questa volta, non perderà affatto il contatto con sua figlia Sara, di cui continuerà ad occuparsi – nei limiti e nei modi con cui può farlo un uomo di quei tempi – senza però dimenticare il figlio di primo letto, Sal.

Alla fine degli anni 40, finita la stagione d’oro della grande mafia italoamericana e tramontati gli astri di Costello e Luciano, il buon Willy avrà modo di tornare nella sua amata Catania, e lo farà con una macchina americana e le tasche piene di dollari: sempre considerandosi un perdente, ma con la coscienza di essere stato, almeno, un perdente di successo e di aver fatto una vita interessante.

E se vi capita di sentire vostro figlio suonare l’organo in Chiesa meditate, Padri, meditate, e lasciate da parte per un attimo la bolletta da pagare. Ci sono altre urgenze in vista.

___________________________________

Alfio Caruso (Catania, 1950) è autore di thriller politici, di una monumentale storia della mafia (Da cosa nasce cosa), di una «biografia culturale» della Sicilia (Perché non possiamo non dirci mafiosi) e di una lunga serie di saggi dedicati agli eroismi e ai sacrifici dei soldati italiani nella Seconda guerra mondiale, tra i quali Italiani dovete morire, Tutti i vivi all’assalto, Arrivano i nostri, editi da Longanesi.

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C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventurieri, non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Fa pena, è esposto a tutto, ai quodlibet, alle ingiurie, al peggio di tutto: a una sorta di riprovazione, di malevolenza universale, di presa in giro, di tacita ingiuria

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Il padre è insegnante e maestro. E’ mentore e modello di comportamento. E’ l’esempio del successo e lo sprone al suo raggiungimento. ……..Conosciamo le statistiche: i bambini che crescono senza la figura del padre sono molto più facilmente soggetti a lasciare la scuola, a compiere crimini e a finire in prigione. Sono anche molto più facilmente vittime di disturbi comportamentali…

...di Claudio Risè:

Una società siffatta, "senza padri", nella quale tutti dunque rimangono "figli", é, come dimostrano le cronache, infantile, e sostanzialmente perversa. Perché sia così lo spiego in tutti i miei libri, ma lo faceva già benissimo Sigmund Freud nel 1905, non osando peraltro pensare che le patologie individuali da lui descritte diventassero endemiche, e venissero addirittura promosse dall'organizzazione sociale, attraverso la "rimozione" della figura che nell'essere umano ne impedisce lo sviluppo: il padre, appunto.

...di Oriana Fallaci:

Oh, non mi fraintenda: capisco anche il concetto di paternità. Lo vedrà nel mio romanzo, se farò in tempo a finirlo. Lo capisco così bene che parteggio con tutta l'anima pei padri divorziati che reclamano la custodia del figlio. Condanno i giudici che quel figlio lo affidano all'ex-moglie e basta, e ritengo che nella nostra società oggi si trovino più buoni padri che buone madri. (Segua la cronaca. Quando un padre impazzito ammazza un figlio, ammazza anche sé stesso. Quando una madre impazzita ammazza un figlio, non si ammazza affatto e va dal parrucchiere)

...di Alain Minc:

Alla parola parità, i deputati si mettono sull'attenti. Alla parola donna, tremano. Il vostro potere è assoluto: i parlamentari cercano di anticipare i vostri desideri, come i cortigiani di un Luigi XIV o di un Napoleone

luoghi di culto


in città, la popolazione di fede cristiana usa pregare in questo modo:

Ave Giuseppe, pieno di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetto fra gli uomini, e benedetto è il frutto del seno della tua Sposa, Gesù. Ave Giuseppe, padre putativo di Cristo, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

in città, la popolazione di fede islamica ama ricordare nelle proprie proghiere il versetto 33 della sura XXXI (Luqmân):

Uomini, temete il vostro Signore e paventate il Giorno in cui il padre non
potrà soddisfare il figlio né il figlio potrà soddisfare il padre in alcunché. La
promessa di Allah è verità. Badate che non vi inganni la vita terrena e non vi
inganni su Allah l'Ingannatore.

iniziative permanenti

  • lettera aperta al ministro Mara Carfagna

    Preliminarmente ed a latere della manifestazione di Roma svoltasi il 5 ottobre 2011 con ampia partecipazione di sigle associative e grande successo di pubblico, è stata elaborata – da parte di alcune cittadine e cittadini per le VERE pari opportunità senza pregiudizi – e consegnata al ministro pro-tempore per le pari Opportunità Mara Carfagna una lettera aperta che questo sito fa propria e ben volentieri pubblica, invitando i lettori ed i passanti che si riconoscano con quanto espresso a volerla inoltrare al Ministero a proprio nome (in cartaceo o in email, con nome proprio o anche in nickname), possibilmente dandone [...]

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Leggi e commenta gli articoli di "teoria marziana"

  • “Il cucchiaio non esiste”: la strada possibile per la soluzione della Questione Maschile

    (terzo articolo della serie “teoria marziana”)
    di Carlo Zijno (editore MM)
    Abbiamo visto nel precedente articolo della serie “teoria marziana” come la Questione Maschile  sia stata originata da una sorta di “lotta di classe” che si è svolta contro di noi in questi anni, lotta di classe che è stata possibile – anche da parte settori sociali [...]

    (10 commenti)

  • le cause della Questione Maschile

    di Carlo Zijno
    Prosegue la serie di articoli taggati “teoria marziana”: nel precedente abbiamo analizzato le definizioni di QM pregresse, riducendole ad una soltanto che – applicata ai vari casi pratici – ha dimostrato di funzionare; in questo passeremo allo studio delle cause, delle origini della QM.
    Già le definizioni forniteci in quella occasione contenevano delle indicazioni [...]

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  • Questione Maschile. La mia definizione

    di Carlo Zijno
    Data al 2001 la mia prima adesione ad un MoMas, ed era Uomini3000. Poi è seguita l’adesione a Maschi selvatici, e tante altre iniziative in tutto il corso del decennio: ho visto nascere (e qualche volta ne sono stato il promotore, come nel caso di MetroMaschile) blog, gruppi e siti.   
    Da allora, e [...]

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RSS in diretta dal forum sulla questione maschile

  • Re: L'Heavy Metal 30 maggio 2012
       […]
  • Re: Della Responsabilità maschile 30 maggio 2012
    Citazione di: Giubizza - Maggio 28, 2012, 15:27:14 Si tratta sempre di una volontà di affermazione dell'Io.Fa parte della natura Giubi, non vedo che cosa ci sia di male, anzi ci vedo anche il lato malvagio ma tant'è... ... […]
  • Re: Negazionismo sulla vicenda di Carlo 30 maggio 2012
    Un benvenuto anche da parte mia.  […]
  • Re: antifemminismo cattolico 29 maggio 2012
    Citazione di: COSMOS1 - Maggio 28, 2012, 17:57:32 Sono assolutamente convinto di un fondo comune di tutte le religioni.Quotone. Una cosa talmente ovvia questa che mi meraviglio che in pochi se ne rendano conto.[quote au... […]
  • Re: L'Heavy Metal 29 maggio 2012
     Men and Women in Black,but they don't play Black Metal.      ... […]

echi da siti amici:

RSS …da AltroSenso

  • Il gatto selvatico 13 febbraio 2012
    …e l’uomo integro. Lezione magistrale sulla domesticazione e sulla selvatichezza. Di Stefano C. Stamane mi trovavo in ufficio da solo, con grande nevicata e freddo polare fuori. Dovete sapere che il nostro Ufficio si trova in una sala al piano terra direttamente comunicante tramite un portico con l’esterno. Ad un tratto, sento miagolare un gatto, è in mezzo […]
    Rino
  • Liberi e fecondi 12 gennaio 2012
     Scusa la domanda (è semplice curiosità), ma tu sei un professore, uno scrittore o cosa? E Misterxy? Di cosa si occupa? ^^^^^^^ Caro Andrea, nel dettaglio ti risponderò con un MP,  ma ne prendo volentieri spunto per commentarla, in quanto la tua domanda solleva un’ interessante questione. Da dove vengono, quali professioni esercitano, che storia hanno alle [ […]
    Rino
  • Tassa sul maschio: lo spread della colpa. 19 novembre 2011
      C’è da pagare lo spread F/M Siete contenti? *** Ci siamo dunque. Monti ha promesso imposte differenziate tra M e F. C’è infatti un altro debito da pagare, quello accumulato dai maschi nel corso dei millenni.  E’ la colpa collettiva della storia come crimine e  rapina, come privilegio e stupro. La colpa della storia come “universale usurpazione maschile” . […]
    Rino
  • Sono una mamma… 24 ottobre 2011
    Buongiorno, sono una mamma che si sta separando. Magari vi chiederete perchè scrivo a voi; è come buttarsi in bocca al nemico. Invece io non credo che dovrebbe essere così. Perchè anche se separati, i genitori rimangono sempre genitori dei figli e come tali non dovrebbero litigare riguardo al loro benessere. Quindi quello che non capisco è perchè [...] […]
    Rino
  • Il pioniere 12 ottobre 2011
    IL PIONIERE (DEI PIONIERI) *** In questi giorni  – venticinque anni fa – Misterxy digitava la sua prima lettera di critica, smascheramento e condanna ad un quotidiano, in risposta ad articoli e commenti celebrativi dell’ingresso delle DD nelle Forze Armate, “conquista” femminista a quei tempi sognata e – apparentemente – irraggiungibile.  Ma poi raggiunta se […]
    Rino

RSS …da Maschi Selvatici

  • Il Pesciolino d’Oro 25 maggio 2012
    di Aleksandr Puskin Attualissima perché antichissima. Clicca qui per leggere la fiaba di Puskin […]
    Administrator
  • L’ultimo sogno 22 maggio 2012
    Il film racconta di un architetto che sistema la vecchia casa del padre defunto. Dopo essere stato lasciato dalla moglie torna a vivere in questa vecchia casa. La casa è a picco sul mare e fatiscente; sono anni (anche durante il suo matrimonio) che il protagonista sogna di metterla a posto senza mai dare seguito [...] […]
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  • Codice Rosa nei Pronto Soccorso della Toscana 18 maggio 2012
    Ieri mattina, 17 maggio, ascoltando il GR2 ho sentito la notizia di questo servizio creato nei Pronto Soccorso toscani a partire dal 2010. Si tratta della formazione del personale di PS per riconoscere le vittime di violenza anche quando queste ultime non la denunciano, e il conseguente smistamento del paziente all’interno di un percorso specifico. [...] […]
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  • Carabina Quigley 13 maggio 2012
    Nel link, un paio di scene tratte dal film CARABINA QUIGLEY, con Tom Selleck e Alan Rickman. Molto Selvatico, un western: Matthew Quigley è un tiratore che ha un fucile prodigioso, e una mira infallibile. Erra in Australia fra gli aborigeni e i cattivi europei che commettono prepotenze sui locali. Si porta dietro una donna un [...] […]
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  • Stop al massacro del maschile. 7 maggio 2012
    Stop al Massacro del Maschile.! E’ giunta l’ora! Con la presente intendiamo attuare un’informazione di contrasto alla propaganda mistificatoria inerente la violenza sulle donne. Evidenziando falsità e manipolazione dei relativi fatti di cronaca, attraverso dati statistici, diffusi in maniera sproporzionatamente ridicola - senza alcun riscontro - da parte di […]
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RSS …da Ragioni Maschili

  • Il femminicidio è una scellerata bugia 27 maggio 2012
    Il primo atto pubblico ufficiale del neonato movimento maschile mi restituisce la voglia di scrivere. Riprendo infatti le pubblicazioni dopo una lunga pausa di riflessione servita a riordinare le idee, a riprendere fiato per un nuovo slancio ma anche, soprattutto, ad andare alla ricerca delle motivazioni per continuare a battagliare una guerra apparentemente […]
  • Verso le presidenziali americane 11 aprile 2012
    Dale O'Leary è l'autrice del libro «Maschi o femmine - la guerra del genere» che, tra i primi, ha dato pubblica denuncia delle strategie poste in essere dalle lobby femministe e omosessuali per imporre l'ideologia di genere nelle legislazioni del mondo occidentale, attraverso la penetrazione sistematica e capillare di grandi istituzioni intern […]
  • Il maschilismo nella cellulite 6 aprile 2012
    Non c'è che dire, la bambolosa Selvaggia Lucarelli, l'arrampicatrice mediatica che abbiamo già incontrato in precedenti riflessioni sul femminile, non manca di un certo senso dell'umorismo. Almeno quello c'è insieme ad un'insolita autoironia; e diamogliene atto. Tuttavia, il suo senso dell'autoironia non è talmente originale da […]
  • E' nato il movimento maschile italiano 5 aprile 2012
    Non sarà certo questo blog a passare sotto silenzio un avvenimento che, da qualunque lato lo si voglia guardare, appare comunque come un elemento di novità nel panorama nazionale. Lo scorso 19 marzo, in concomitanza con l'ormai surreale ricorrenza del Papà di cui abbiamo detto nell'articolo della settimana scorsa, è nato il «Movimento Maschile Ital […]
  • La giornata della memoria 19 marzo 2012
    Ciao papà, anche se non sei più tra noi sono sicuro che puoi sentire quello che voglio dirti. Non mi piace mettere in piazza le cose personali, la sfera degli affetti, dei ricordi e dei rimpianti alla quale appartieni e non lo farò neanche stavolta. Lo stile confessionale non si addice né a me né a te, ed anche per questo ci siamo sempre capiti al volo, in u […]

feed titoli da tutti i siti e blog che si ritengano a qualsiasi titolo e a qualsiasi livello coinvolti con la questione maschile

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