articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 5 febbraio 2009

Leggo, sull’edizione di ieri del “Corriere della Sera” di un Padre che, molti anni fa, messo di fronte al tritacarne della trimurti separazione – divorzio – affido ha preferito prendere i suoi due bambini e scomparire in una foresta, dove i tre hanno vissuto felicemente per dieci anni facendo gli allevatori di bestiame in una casa auto costruita e corredata da utilities altrettanto auto costruite ed autogestite (pannelli solari, pozzo dell’acqua, etc.).

Dopo dieci lunghi anni, si diceva, questa famiglia di fuggiaschi è stata rintracciata. Il Padre in questione è stato ovviamente messo in prigione per ratto di minore, mentre i bambini (ormai adulti) hanno dichiarato che la loro intenzione è comunque quella di continuare a vivere esattamente come in questi dieci anni.

Condivido in pieno che questo Padre sia stato arrestato, perché esso non rappresenta altro che l’equivalente maschile di quelle donne che sottraggono i figli dal rapporto con il Padre e pertanto, nella stessa misura in cui condanno queste ultime, condanno anche il Padre in questione.

Si faccia la galera che gli spetta, quindi, ma in tutto questo – siccome non è il primo caso del genere di cui giunga notizia – volevo proporre la seguente riflessione: a mio avviso, il disagio di questo e di altri Padri non è legato soltanto alle problematiche derivanti dalla citata trimurti separazione – divorzio – affido, ma investe una sfera più generale. Altrimenti non si spiegherebbe la scelta che ha fatto: le cronache criminali sono infatti letteralmente piene di gente che viene beccata a vivere in clandestinità nelle città o nei centri abitati. E, quindi, perché dare nell’occhio andandosene in campagna a costruire case abusive e pannelli solari?

Il malessere che è in ballo, in realtà, è legato ad un ormai insostenibile esproprio dalle funzioni fondamentali dell’essere umano ad opera di un sistema innaturalmente addomesticante.

Viviamo immersi in un sistema di bisogni artificiali, creati ad arte, le nostre energie non sono più indirizzate verso il soddisfacimento di naturali necessità ed aspirazioni, ma a correre dietro incessantemente a cose che rappresentano la nullità esistenziale ed economica e che però il sistema ci mette di fronte a ritmo continuo, senza che neanche ce ne accorgiamo. E quando parlo del “sistema”, parlo in realtà di quella sorta di “matrix” sociale che ci tiene sotto controllo facendo in modo da espropriarci delle nostre energie, dei nostri soldi e della nostra volontà utilizzando un insieme di convenzioni culturali e di strumenti economico-giuridici, a cominciare proprio da quella trimurti separazione – divorzio – affido che per il sistema è un grandioso affare, come anche avevo sottolineato in questo post. In altri termini, ci muoviamo in questa società come una massa di drogati sotto un potente allucinogeno, che però non sappiamo di aver assunto. Ci troviamo perennemente sotto scacco, completamente legati da situazioni economiche, giuridiche e sociali che non hanno alcuna funzione utile per gli individui (se non che apparentemente) ma servono bensì a tenerci sotto controllo disegnando un preciso “profilo” di consumatore (vedi qui anche in questo caso).

E questa, si badi bene, non è la solita generica filippica contro il consumismo o contro il capitalismo: perché vi dico in tutta sincerità che se ho voglia di comprarmi un qualche costoso giocattolo (tipo una tv da 42 pollici), lo faccio senza pensarci due volte (portafogli permettendo).

E non si tratta neanche di una generica aspirazione ad un vago “ritorno alla natura”, perché vi garantisco, con altrettanta sincerità, che non ho nessuna voglia di rinunciare alle (cospicue) comodità di casa mia.

Il bello è, a mio avviso, che ribellarsi a questa società mammesca creatrice di bisogni (e loro soddisfacitrice, previa rinuncia alla libertà), non comporta alcun tipo di sacrificio, anzi può provocare arricchimento (anche materiale) e ve ne spiego anche i motivi.

Facciamo degli esempi pratici. Delle banalità, immediatamente comprensibili. Ognuno di noi è collegato, in casa propria, alla rete elettrica. Secondo voi, quanto ne abbiamo bisogno? Ragioniamo. Tutte le utilities che abbiamo in casa (dalle lampadine a basso consumo, ai telefonini, ai computer) in realtà funzionano a 12 – 24 volts. Per alimentare tutto questo sarebbe sufficiente un pannello solare (anche piccolo) attaccato ad una batteria di camion. Rapido. Pulito. Indolore. Gli unici elettrodomestici per i quali serve oggettivamente il 220 volts, sono il frigo e la lavatrice: ma sono sicuro che, se un tecnico di buona volontà si mette a studiare il problema, riesce a far funzionare anche questi a 24 volts o con sistemi alternativi.

Allora, con queste premesse, continuate a ritenere così indispensabile stare attaccati alla mammella dell’ENEL con tutto il suo portato di spese per costi di allacciamento, accise, canoni, IVA… e chi più ne ha più ne metta? O, forse, come ritengo io, non vi serve a nulla ma ve lo hanno solo fatto credere?

Altro esempio, altro capitolo. “Il metano vi dà una mano”. Ve la ricordate questa pubblicità, che furoreggiava negli anni 80-90? Bene, qualsiasi tecnico serio vi dirà che le caldaie, tra tutte le macchine termiche, sono quelle più inefficienti: le migliori, quelle di ultima generazione, arrivano al massimo al 30% di efficienza. Ciò vuol dire che su 100 calorie prodotte dalla macchina, soltanto 30 (al massimo) finiscono in casa vostra, le altre se ne vanno in cielo. Orbene, vi sconvolgerebbe sapere, a questo proposito, che una banale stufa a legna ben organizzata può arrivare tranquillamente ad 80-90% di efficienza? E che se casa nostra è adeguatamente ristrutturata non ci sarebbe neanche bisogno di accenderla troppo spesso?

Allora, siamo ancora convinti che il metano ci dà una mano, considerato che il 70% se ne va in cielo e che questo spreco ce lo paghiamo noi (ivi compresi i soliti canoni, accise, IVA, e tutte le altre cazzate che si sono inventati per tenerci sotto botta)?

Gli esempi potrebbero continuare, ma sento già l’obiezione: non è possibile mandare “a legna” e a pannelli solari i condomini delle nostre città. Questo è verissimo. Ma è un’obiezione che mi introduce ad un’altra domanda: ci servono davvero i grandi condomini delle nostre città? O, piuttosto, tra caterve di spese per gestione, manutenzione, assicurazione, ascensore e chi più ne ha più ne metta non sono anch’essi delle trappole? Sostituire i condomini con gruppi di villette comporterebbe certamente una maggiore occupazione di territorio, ma sarebbe un territorio “produttivo” in termini di energia (legna, pannelli solari) e quindi non sprecato.

Passare ad un sistema di vita del genere, chiudendo la porta in faccia a queste finte utilità (in realtà strumenti ricattatori ed allucinogeni) non comporterebbe poi alcun impoverimento ma anzi un arricchimento, non solo umano bensì anche materiale in quanto le nostre energie (ed i nostri soldi) potrebbero essere impiegati altrimenti (magari a comperare la famosa TV da 42 pollici) che non a foraggiare questo spreco di massa utile soltanto a tenerci come schiavi sotto ricatto, incapaci di gestire realmente le nostre vite e perciò mansueti. Pensate alla caterva di bollette, avvisi, raccomandate a/r che vi piombano in casa continuamente. E’ solo paccottiglia, non vi servono. Servono a qualcun altro, interessato – più che al vostro portafogli – a fare in modo di tenervi perennemente occupati e (soprattutto) pre-occupati. Sennò pensate, sennò decidete.

Pensate allo scandalo della raccolta dell’immondizia. Paghiamo delle cospicue tasse per questo servizio, mentre dovrebbero essere loro a pagare noi perché gli cediamo a titolo gratuito delle materie prime (vetro, metalli, etc.) di nostra proprietà. E invece paghiamo, e ve la fanno anche pesare.

Ci sarebbe da dire: signori, da domani i rifiuti alimentari li brucio nella mia stufa, mentre invece carta, metalli e vetro me li vendo (è fattibile, queste materie hanno un prezzo). Conseguentemente, non pagherò più la tassa di smaltimento dei rifiuti, perché come vedete me li smaltisco da me. Rifiutarsi di pagare questa tassa però non è possibile ed il risultato è che io non ho nessun incentivo a fare la raccolta differenziata. Perché dovrei, in fin dei conti? Appellarsi al senso civico per me non basta, perché a mio modo di vedere è lo stato che deve dimostrare per primo di avere senso civico nei confronti dei cittadini, e non mi risulta che ciò accada. E, comunque, non c’è senso civico che tenga (e ci mancherebbe altro) quando io pago per non ottenere nulla mentre non vengo pagato quando invece cedo qualcosa a qualcuno che poi ci guadagna (le varie società di riciclaggio).

Per non parlare del fatto che nelle nostre città la catena distributiva ha ormai raggiunto dei livelli di complicazione e di strutturazione assolutamente inaccettabili: con numerosi passaggi, in ognuno dei quali qualcuno guadagna senza conferire al prodotto alcun valore aggiunto e gravato egli stesso dalla solita caterva di balzelli ed oneri. Non credete che sia giunta l’ora di organizzare dei gruppi di acquisto degni di questo nome? E proprio in nome della libertà di mercato, direi.

A voler studiare fino in fondo la faccenda insomma gli esempi potrebbero essere veramente infiniti. Vi risparmio il capitolo automobile (che da solo comporterebbe un trattato), ma vi invito – per chiudere – a guardare solo per un attimo al settore dell’usa e getta: e per far questo parliamo dell’oggetto più banale che esista, il fazzoletto di carta. Quanti ne usiamo, nella nostra vita? Considerato che un fazzoletto di stoffa può essere usato migliaia di volte, al posto di migliaia di fazzoletti di carta, ne consegue che quest’ultimo rappresenta probabilmente l’oggetto più costoso della storia.

Non è l’oro, non sono i preziosi, non l’uranio, né l’alta tecnologia: l’oggetto più costoso di tutti i tempi è il fazzoletto di carta.

Quando ancora mi radevo, usavo un bellissimo rasoio di ottone (che aveva – ed ha – anche un certo effetto arredante in bagno). Un oggetto bello, costoso, pagato un bel po’. Con le premesse di cui sopra, chi credete che spendesse di più per la propria rasatura? Io, oppure gli affezionati all’usa e getta?

E questo rasoio ce l’ho ancora. Sono quindi più ricco di loro, perché io possiedo un oggetto (che posso riutilizzare quando voglio) e loro invece no. Io, volendo, mi rado pressoché gratis (ci metto solo il sapone), mentre loro sono invece costretti (e non lo sanno) a pagare una specie di tassa sulla rasatura dalla quale io sono esentato.

La chiudo qui, perché veramente questo post si sta dilatando all’inverosimile, ma tanto credo di aver reso il concetto chiaramente. Per ribellarsi a questa società sfruttatrice, parassitaria, creatrice di bisogni ricattatori, è necessario iniziare – e seriamente – a chiudere i giochi con le finte utilità ed il finto progresso di cui siamo circondati, altro che spaccar vetrine.

Studi ed esperimenti su queste tematiche sono in atto ormai in tutto il mondo, e sarà mia cura (nonché mio piacere) riferire sull’andamento.

C’è anche un mio amico architetto, ad esempio, che sta effettuando degli studi per progettare comunità perfettamente autosufficienti dal punto di vista alimentare ed energetico. Vi riferirò anche su questo, man mano che emergeranno i risultati.

Siamo in un sistema di mercato? Bene, allora cominciamo a ragionare con il portafogli in mano, in foresta come in città. E se lo facciamo spassionatamente, senza condizionamenti, con la mente lucida e sgombra, ne possono venire fuori delle belle…

Ne riparliamo, statene certi.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 4  gennaio 2009

Nel finire di queste festività natalizie durante le quali, come da Tradizione, i nostri pensieri sono andati al Bambino Gesù e alla Sacra Famiglia, voglio ripubblicare – a mo’ di piccolo “presepe personale” al maschile – un mio articolo uscito nientepopodimeno che nel 2005 sul sito di U3.

Buona lettura ed auguri per l’anno nuovo.

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ITE AD JOSEPH

Un esempio di cattolicesimo al maschile

Nel nostro immaginario collettivo la fede e la pratica cristiana, e particolarmente il cattolicesimo (spec. Italiano) hanno spesso una connotazione femminea, o femminilizzante.

Enumerando a caso un po’ di elementi: culti mariani a go-go, rosari, consacrazione alla Madonna dell’intero pianeta da parte della Chiesa (che per inciso si fregia del titolo di Madre benché composta da uomini), input come: porgi l’altra guancia, ama i tuoi nemici, di’ la preghierina perché hai risposto male alla mamma o hai guardato tra le sottane di qualcuna……e si potrebbe continuare.

Il risultato è che fin da quando, da bambini, riceviamo (per chi li ha ricevuti) i rudimenti della dottrina cattolica è tutto un rincorrersi di figure femminili e atteggiamenti che si ritengono scarsamente maschili e che alla lunga producono nel maschio medio l’idea (più o meno cosciente) che la religione cattolica sia una questione da donne o da omuncoli iper – buonisti, e questa idea ci insegue larvatamente per tutta la vita.

E se questo fenomeno si è verificato per la generazione a cui appartengo (quella dei quaranta – cinquantenni), in misura ancora maggiore si è verificato per i nostri Padri, che perlopiù in chiesa infatti non ci andavano o se lo facevano era solo per quieto vivere nei confronti della moglie e della famiglia in generale.

Attualmente, provate ad entrare in chiesa durante il rosario, o per la messa della domenica sera: troverete per lo più donne, per lo più anziane. Parlo non a caso della funzione della domenica sera perché quella della domenica mattina è ancora oggi vissuta, per molti Padri di famiglia, come un impegno pubblico di tipo semi – ufficiale, e quindi da partecipare indipendentemente dalla propria Fede o convinzione.

Allora, possiamo concludere spicciativamente per il cattolicesimo come soluzione di fede non maschile, svirilizzante? No, perchè non è affatto così.

Qualsiasi buon parroco potrebbe dimostrarvi il contrario con dovizia di dottrina, magari citando la “lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo” predisposta dall’allora Cardinal Ratzinger, anche se basterebbe considerare – molto più banalmente – che il cattolicesimo è letteralmente fondato sulla tematica del Padre e del Figlio (dal rapporto di filiazione dei quali si effonde lo Spirito Santo) e dello stare “alla destra del Padre”. Basti pensare a quante volte nella Messa viene ripetuta la parola “Padre”.

Ma io, invece, che non sono né parroco né prete né teologo voglio entrare nel merito della trattazione con uno spunto personale e autobiografico, per parlarvi di qualcosa di cui la maggior parte di voi non sospetta nemmeno l’esistenza.

Sono nato ed abito in una zona di Roma a cavallo tra i quartieri di Prati, Delle Vittorie e Trionfale, zona che la voce popolare chiama riassuntivamente “prati” in quanto questi quartieri sono stati costruiti, tra il 1880 e il 1930, sul vasto quadrangolo pianeggiante ed erboso (appunto, i prati) che si estende tra il Vaticano, Monte Mario, i Colli della Farnesina e il complesso medievale (Borgo) che sta tra il Vaticano stesso e Castel Sant’Angelo. Zona, si diceva, quasi spopolata fino alla fine del secolo scorso. I pochi abitanti erano contadini e pastori che vagavano nei “prati”, i cosiddetti “burini” (dal nome del formaggio che producevano, il burrino, attualmente non più esistente ma che sembra dovesse essere simile alla burrata pugliese).

L’esiguità della popolazione e la sua infima condizione sociale e culturale (contrariamente ad oggi: 200.000 abitanti con il più alto tasso di professionisti della città) non ha impedito tuttavia che fosse presente nell’area una gloriosa tradizione cattolica.

Infatti, la zona è attraversata da Via Trionfale, tratto ultimo della via Francigena – o Romea, o Romulea – ossia lo sbocco finale dei pellegrini che confluivano a Roma. Arrivati in cima a Monte Mario percorrendo via Trionfale avvistavano per la prima volta la città e, giubilando, si precipitavano ai piedi del monte, all’inizio dei “prati”, dove era (ed è presente) la chiesa di San Lazzaro, in cui potevano finalmente ringraziare Dio di essere arrivati a destinazione e rifocillarsi nell’attiguo ricovero ancora esistente. La chiesa, recentemente restaurata in quanto delizioso esempio di architettura romanica, probabilmente nacque proprio per questo scopo (è stata infatti costruita nell’XI secolo) ed era originariamente intitolata a Maria Maddalena.

Con il progressivo disuso della via francigena e la riduzione pertanto di via Trionfale a strada locale, la chiesa venne intitolata a San Lazzaro e l’attiguo ricovero adibito a lazzaretto di Roma. Con la fine poi delle pestilenze, intorno al 700, la chiesa divenne semplicemente la parrocchia della zona.

Tuttavia con il rapido popolamento dell’area intervenuto, come si diceva, a partire dalla fine dell’800 la chiesetta divenne insufficiente ed allora, su iniziativa del Beato Guanella, venne costruita l’attuale parrocchia – che per inciso è basilica minore – intitolata a San Giuseppe (e meglio conosciuta come San Giuseppe al Trionfale), in cui quella potentissima tradizione venne completamente travasata ed incrementata dal culto di San Giuseppe, a cui dette grande impulso proprio il Papa dell’epoca (che innalzò san Giuseppe a patrono della Chiesa) e lo stesso beato Guanella.

La religiosità che qui si è sviluppata vigorosamente ci riserva parecchie sorprese, a partire proprio dall’iconografia.

Siamo abituati a pensare, data l’iconografia più diffusa, a San Giuseppe come un innocuo vecchietto che guarda da un lato la Madonna che tiene il Bambino, magari in modo vacuo e magari un po’ distanziato, quasi fosse un estraneo capitato lì per caso o qualcuno invitato per forza… ebbene, vi invito a vedere la foto n. 1. Commentiamola insieme.

foto n. 1

Si tratta della statua collocata all’incrocio da dove, a partire da Via della Giuliana (arteria che con vari nomi attraversa pressoché completamente la zona), inizia la strada che porta alla basilica, che effettivamente si trova in una posizione un po’ nascosta.In questa rappresentazione il Santo ed il Bambino sono soli e si guardano negli occhi. Pure in un atteggiamento di serena affettuosità il Bambino tiene rispettosamente la mano del Santo, che non appare affatto come un innocuo vecchietto con lo sguardo perso bensì un saggio uomo di mezza età; entrambi sono orientati in direzione della Basilica con il Padre che conduce il Figlio putativo. Lo conduce, e noi sappiamo, dalle Scritture, che Giuseppe SA BENISSIMO chi è REALMENTE il Bambino. Eppure lo conduce, e questi si fa docilmente condurre.Sotto al gruppo c’è scritto semplicemente ITE AD JOSEPH.

Adesso vediamo la foto n. 2.

foto n. 2

Si tratta della statua collocata all’interno della basilica; qui l’immagine è ancora più forte. Il Santo è raffigurato per quello che doveva essere nella realtà (non ci si sposava da vecchi nell’antico Israele): un uomo giovane e forte, il corpo scolpito e vigoroso come si addiceva ad un lavoratore, vestito con una corta e semplice tunica quasi fosse appena uscito dal cantiere. Tiene teneramente il Bambino tra le braccia, da solo; anche in questo caso i due si guardano fisso negli occhi e alla base del gruppo c’è scritto ITE AD JOSEPH.

E senza voler ripercorrere tutte le immagini presenti nella basilica, perché altrimenti diventerebbe un reportage fotografico sulla mia parrocchia, il tenore dell’iconografia è sempre mediamente lo stesso. Ma le sorprese non sono finite quando passiamo dalle immagini ai testi, e per testi intendo innanzitutto le preghiere. Leggete questa:

Ave, o Giuseppe, pieno di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetto fra tutti gli uomini e benedetto è il frutto del seno della tua Sposa Maria, Gesù. San Giuseppe, Padre putativo di Gesù e vero Sposo di Maria, prega per noi peccatori adesso e nell’ora della nostra morte. Cosi sia.

Come vedete è la trasposizione “al maschile” dell’Avemaria. E non si tratta del frutto delle velleità letterario – religiose di un qualche buontempone, ma si tratta di una delle preghiere ufficiali della Chiesa Cattolica, di cui – tra l’altro – S. Giuseppe è il Patrono.

Provate a recitare un rosario utilizzando questa preghiera al posto dell’Avemaria. Io l’ho fatto, e vi assicuro che ne avrete delle emozioni assolutamente particolari.

Eccovi un altro bellissimo esempio di preghiera a San Giuseppe, scritta da Giovanni XXIII:

O S. Giuseppe,

scelto da Dio per essere su questa terra

custode di Gesù e sposo purissimo di Maria,

tu hai trascorso la vita

nell’adempimento perfetto del dovere,

sostentando col lavoro delle tue mani

la Santa Famiglia di Nazareth,

proteggi propizio noi che, fiduciosi, ci rivolgiamo a te.

Tu conosci le nostre aspirazioni,

le nostre angustie le nostre speranze:

a te ricorriamo,

perché sappiamo di trovare in te chi ci protegge.

Anche tu hai sperimentato la prova,la fatica, la stanchezza;

ma il tuo animo, ricolmo della più profonda pace,

esulto di gioia per l’intimità

con il figlio di Dio a te affidato,

e con Maria, sua dolcissima Madre.

Aiutaci a comprendere

che non siamo soli nel nostro lavoro,

a saper scoprire Gesù accanto a noi,

ad accoglierlo con la grazia

e custodirlo con la fedeltà

come tu hai fatto.

Ottieni che nella nostra famiglia

tutto sia santificato

nella carità, nella pazienza,

nella giustizia e nella ricerca del bene.

Amen.

Notate le espressioni: “scelto da Dio”; “adempimento perfetto del dovere; “sostentando con il lavoro delle tue mani la Santa famiglia di Nazareth”; “intimità con il Figlio”; “accoglierlo”; “custodirlo con la fedeltà”…

Sono sicuro che tutto questo suonerà perlomeno strano a quelli che si avventureranno a leggere questo articolo… ed infatti queste cose chi le conosce? Eppure, la domenica la Basilica è sempre piena e, quando arriva la festa del Santo, la processione (completa di statua portata a spalla e confraternite al seguito) raccoglie una massa imponente di popolo, con tanto di pubblica commozione e spintonamenti vari per accaparrarsi i santini e i rosari benedetti (e tutto questo nella metropoli del III millennio, alla faccia degli pseudointellettuali dai facili materialismi e dagli ancor più finti razionalismi).

Può sembrare una forma di culto di nicchia, un’interpretazione della fede riservata a pochi che si sono trovati a nascere in quel contesto (ed effettivamente lo è), ma personalmente ne vedo tutta la potenza, congiunta ad una perfetta ortodossia cattolica, e credo che queste cose debbano essere conosciute e propagandate.

CONCLUSIONI

La nostra religione, che già dal nuovo testamento offre una visione completa ed articolata della vita, terrestre come spirituale, si è poi sviluppata in un percorso di duemila anni accompagnata da generazioni e generazioni di teologi e di Pontefici che hanno scandagliato e statuito praticamente su tutti i più minimi dettagli che la storia e l’evoluzione delle società hanno offerto loro in questo percorso. Possiamo tranquillamente affermare, senza paura di essere smentiti, che il cristianesimo, specialmente nella confessione Cattolica, è probabilmente la religione più “completa” che esista. Sperando di non essere blasfemi o inopportuni nel fare la seguente affermazione, potremmo dire che il cattolicesimo è il più grande “supermarket” dello spirito che sia mai esistito.

E se ogni società ha valorizzato questo o quell’aspetto della dottrina la responsabilità non è del cattolicesimo in quanto tale, ma desume dalle “preferenze” che questa o quella società hanno accordato ai vari “articoli” presenti in catalogo.

E allora forse non è il cattolicesimo ad aver femminilizzato noi, ma siamo noi ad aver femminilizzato lui, o comunque ad averne “metabolizzato” e valorizzato proprio la parte più femminile e “Mariana”, e nel dire questo non voglio certo togliere nulla al culto mariano, che rappresenta… (e questa volta è proprio il caso di dirlo) l’altra metà del Cielo.

Ma questo rispetto per i culti mariani non ci impedisce di portare avanti – per quanto riguarda il modo di vivere la fede – la nostra personale impostazione, pur nella piena sintonia con il credo ed i dogmi cattolici.

E allora? …e allora… ITE AD JOSEPH, e rimaneteci.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 10 novembre 2008

Ho avuto il piacere di leggere, quasi casualmente, il romanzo “Vita”, di Melania G. Mazzucco. Il libro, di qualche anno fa ma che vale sempre la pena di andarsi a comprare, tratta per l’appunto di Vita, figlia dell’emigrazione negli Stati Uniti di inizio novecento e – sostanzialmente – delle vicende della famiglia Mazzucco da entrambe le sponde dell’oceano.

 La storia di Vita viene narrata in modo non lineare bensì secondo un procedimento affine al giallo, laddove tutti gli elementi del caso si compongono come in un mosaico narrato in una forma un po’ cubista tra flasback, ritorni al futuro, personaggi che entrano ed escono (ma svolgendo funzioni ben precise), eventi i cui legami e i cui significati si intravvedono soltanto con il proseguo della lettura.

 La penna della Mazzucco è agile e coinvolgente, l’approfondimento dei personaggi notevole e il procedimento narrativo descritto fa in modo di appassionare il lettore; il tutto immerso in una ricostruzione storica precisissima, assolutamente scientifica.

 L’aspetto inedito che però ho colto e che mi ha intrigato, dal nostro punto di vista, è la descrizione delle tra generazioni di maschi della famiglia, che secondo me ci restituisce una fotografia piuttosto precisa (che probabilmente la Mazzucco ha scattato senza volerlo e senza saperlo) della parabola del maschile nel novecento.

 Si comincia infatti con Agnello, padre di Vita, ed iniziatore del fenomeno migratorio da Tufo-Minturno (zona di origine dei Mazzucco). Agnello abbandona sua moglie per emigrare dopo un brevissimo matrimonio (la consorte tenterà variamente di raggiungerlo, ma senza successo) e negli Stati Uniti diviene il signore indiscusso della piccola comunità che vive nel suo appartamento, adattato a pensione per emigranti, e gestito dalla sua nuova compagna Lena. A ciò si affianca un piccolo negozio di frutta e verdura che costituisce il fiore all’occhiello e segno tangibile del “successo” americano di Agnello.

 Ma servono altre braccia, perché Lena non ce la fa (è anche incinta) e quindi Agnello chiama sua figlia Vita in America. La bambina, insieme al cuginetto Diamante si trova catapultata nel mondo spietato del nascente capitalismo americano, dove Agnello perde rapidamente la sua funzione di patriarca (proteggere e garantire) e la cui autorità, conseguentemente, si trasforma altrettanto rapidamente in autoritarismo.

 Agnello infatti è sempre più violento e tetro man mano che la sua esistenza gli sfugge di mano, ossia man mano che la nascente Mano Nera si appropria del suo negozio, un destino beffardo lo priva del suo “figlio americano” nonché di Lena, i servizi sociali gli sottraggono sua figlia Vita (evasione dell’obbligo scolastico con sospensione della patria potestà e pena detentiva per Agnello).

 In tutto questo, Diamante e Rocco, i giovani maschi della famiglia, sempre più rivolgono la loro attenzione verso la malavita italo-americana ed i suoi crescenti splendori. Avrà ancora lunga vita, Agnello, ma assisterà allo sfaldarsi inesorabilmente del suo mondo in un crescendo di violenze e fughe senza poter consegnare nulla alla successiva generazione, incarnata proprio da Rocco e Diamante, se non la fine dell’autorità paterna come era stata concepita nei secoli e millenni precedenti.

 Rocco e Diamante si trovano quindi di fronte alla vita senza più alcuna autorità di riferimento che non fosse la propria coscienza, che interpretano in maniera molto differente. Rocco è l’anima perduta, il cui scopo è semplicemente l’inseguimento dei beni materiali e il soddisfacimento degli istinti, assolutamente incapace di discernere il male dal bene, assolutamente dedito alla propria crescita nell’organizzazione di tipo mafioso a cui ha giurato fedeltà.

 Diamante, invece, dopo un primo approccio con la malavita al seguito di Rocco che ”adotta” come esempio e padre putativo, ancora adolescente fa una scelta di vita radicalmente diversa. Diamante è l’incarnazione del principio di sacro dovere spinto fino all’estremo limite del sacrificio personale. Nei lunghi anni di lavori umilissimo attraverso l’America, mai viene meno la sua fedeltà spirituale a Vita, con cui si è giurato amore, né Diamante riesce a migliorare, se non di poco, la sua condizione economica ed esistenziale in quanto è privo di ogni malizia ed astuzia, al punto di dover terminare la propria esistenza (tornato alla fine In Italia) in un modesto appartamento e svolgendo un altrettanto modesto impiego di usciere.

 Per quanto possano essere dissimili, questi due personaggi – scolpiti magistralmente dalla Mazzucco – rappresentano le due facce della stessa medaglia, ossia di un maschile che ha ormai perduto la connessione tra progettualità esistenziale e riferimenti morali, e laddove quindi la vita si riduce ad un edonismo ed un egoismo fini a se stessi (Rocco) oppure ad una dirittura morale ed uno spirito di sacrifico altrettanto fini a se stessi (Diamante). Sono figure drammatiche, figure che hanno ormai perso il contatto con le origine e l’energia dei Padri che li hanno preceduti e navigano a vista aggrappati a brandelli di passato con l’illusione di esser loro a tracciare una rotta.

 Si passa infine al Padre dell’autrice, Roberto Mazzucco, figlio di Diamante. Roberto è una figura fortemente crepuscolare, la cui caratteristica è lo smarrimento ed il fallimento, un uomo ossia che non soltanto ha perduto l’autorità di Agnello ma anche l’intraprendenza e la centratura di Diamante e Rocco. Pur avendo ambizioni artistiche, lavora alle ferrovie ed è inguaribilmente innamorato delle cause perse e delle intraprese impossibili, che neanche tenterà mai e che secondo me rappresenta il punto di arrivo della parabola discendente del maschile nel novecento: passando dal tramonto del patriarcato tradizionale (Agnello), ad una generazione di uomini (Diamante, Rocco) già sradicati dal loro passato e dalla loro progettualità esistenziale in continuità con i Padri, ma che da quel passato in qualche modo traevano ancora forza, per arrivare infine agli uomini – come Roberto – senza più passato e senza più energia e, conseguentemente, senza futuro (intendendosi per futuro una direzione autodeterminata).

 C’è una parte emblematica della vita di Roberto, quando ormai alla vigilia della morte crede di aver trovato (anche qui, inevitabilmente sbagliandosi) il luogo di origine ancestrale della propria famiglia: ed a mio avviso è una potente metafora dei nostri Padri (chi scrive ha circa l’età della Mazzucco), che cercavano senza sapere cosa e perché cercavano: ovviamente non trovando alcunché.

 Avverto una tenerezza infinita per questi nostri Padri, artisti alle ferrovie, intraprendenti da tavolino, arditi da salotto, cercatori di qualcosa che solo le generazioni successive di uomini sapranno trovare (spero). Roberto è una figura romantica e bellissima, ed è giusto che sia stato cantato da una donna, perché nessun uomo – specialmente della mia generazione – avrebbe potuto farlo senza essere spazzato via dallo struggimento.

 Confidando che questa e le future generazioni di uomini sapranno cosa e dove cercare.

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...di Charles Baudelaire:

Gli uomini che meglio riescono a stare con le donne sono gli stessi che sanno starci benissimo senza

...di Oscar Wilde:

Almeno una volta nella vita ogni uomo cammina con Cristo verso Emmaus

...di Barack Obama:

Il padre è insegnante e maestro. E’ mentore e modello di comportamento. E’ l’esempio del successo e lo sprone al suo raggiungimento. ……..Conosciamo le statistiche: i bambini che crescono senza la figura del padre sono molto più facilmente soggetti a lasciare la scuola, a compiere crimini e a finire in prigione. Sono anche molto più facilmente vittime di disturbi comportamentali…

...di Claudio Risè:

Una società siffatta, "senza padri", nella quale tutti dunque rimangono "figli", é, come dimostrano le cronache, infantile, e sostanzialmente perversa. Perché sia così lo spiego in tutti i miei libri, ma lo faceva già benissimo Sigmund Freud nel 1905, non osando peraltro pensare che le patologie individuali da lui descritte diventassero endemiche, e venissero addirittura promosse dall'organizzazione sociale, attraverso la "rimozione" della figura che nell'essere umano ne impedisce lo sviluppo: il padre, appunto.

...di Oriana Fallaci:

Oh, non mi fraintenda: capisco anche il concetto di paternità. Lo vedrà nel mio romanzo, se farò in tempo a finirlo. Lo capisco così bene che parteggio con tutta l'anima pei padri divorziati che reclamano la custodia del figlio. Condanno i giudici che quel figlio lo affidano all'ex-moglie e basta, e ritengo che nella nostra società oggi si trovino più buoni padri che buone madri. (Segua la cronaca. Quando un padre impazzito ammazza un figlio, ammazza anche sé stesso. Quando una madre impazzita ammazza un figlio, non si ammazza affatto e va dal parrucchiere)

...di Alain Minc:

Alla parola parità, i deputati si mettono sull'attenti. Alla parola donna, tremano. Il vostro potere è assoluto: i parlamentari cercano di anticipare i vostri desideri, come i cortigiani di un Luigi XIV o di un Napoleone

luoghi di culto


in città, la popolazione di fede cristiana usa pregare in questo modo:

Ave Giuseppe, pieno di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetto fra gli uomini, e benedetto è il frutto del seno della tua Sposa, Gesù. Ave Giuseppe, padre putativo di Cristo, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

in città, la popolazione di fede islamica ama ricordare nelle proprie proghiere il versetto 33 della sura XXXI (Luqmân):

Uomini, temete il vostro Signore e paventate il Giorno in cui il padre non
potrà soddisfare il figlio né il figlio potrà soddisfare il padre in alcunché. La
promessa di Allah è verità. Badate che non vi inganni la vita terrena e non vi
inganni su Allah l'Ingannatore.

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  • Maggio 2010. Rifiuta il bavaglio!!

    riceviamo via email da Fabio Nestola (presidente della FENBI) e pubblichiamo l’articolo incollato di seguito, di cui non conociamo l’autore,  ma in cui questa redazione e questa testata si riconoscono totalmente ED ANZI NE FANNO IL PROPRIO EDITORIALE.  
    Qualora infatti fosse possibile da parte del governo censurare o multare o comunque in qualsiasi modo reprimere l’attività dei blogger [...]

    (5 commenti)

  • febbraio 2010. Siamo alle porte di una presa di coscienza collettiva per questa metà del cielo?

    Avevo iniziato l’anno non senza una punta di pessimismo. Il 2009 infatti potrà essere ricordato a ragione come  una specie di annus horribilis per la questione maschile.
    Dalla falsa emergenza stupri ed il conseguente incrudelimento del principio di inversione dell’onere della prova (si badi bene: non l’incrudelimento delle pene, che sarebbe anche condivisibile, ma dell’inversione dell’onere della prova), [...]

    (Nessun commento)

  • Gennaio 2010. Benvenuti alla Tortuga

    Era già da tempo che navigavo sugli oceani di Internet con la mia agile caravella, che si chiamava MetroMaschile, registrata presso il porto di blogger.
    I passeggeri aumentavano di giorno in giorno e fu così che ad un certo punto mi resi conto che avrei dovuto senza dubbio upgradarla.  In realtà, sognavo un galeone. Ma come [...]

    (Nessun commento)

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  • Re: Proposta per neomamme 31 luglio 2010
    Citazione di: Uomoinnocente - Ieri alle 22:54:23Ormai è evidente da decenni che alle donne non frega nulla nè della destra nè della sinistra! Se ne sbattono altamente.e fanno bene!(anzi, magari fosse vero...ma p... […]
  • Uomini distratti al volante a causa di tette e culi. 31 luglio 2010
    http://motori.corriere.it/motori/varie/10_luglio_30/uomini-distratti-volante_d030f298-9be7-11df-8a43-00144f02aabe.shtmlS... […]
  • Re: Proposta per neomamme 30 luglio 2010
    Ormai è evidente da decenni che alle donne non frega nulla nè della destra nè della sinistra! Se ne sbattono altamente. Corrono dietro gli uomini di potere sbavando all'indirizzo di vecchiacci pur di ottenere vantaggi economici e carrieristici.Sposano... […]
  • Re: La tenerezza delle donne, via della pace ...e dell'amore 30 luglio 2010
    Citazione di: Guit - Ieri alle 16:52:10http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_30/sequestrata-e-torturata-dalle-coinquiline_251d2194-9bd1-11df-8a43-00144f02aabe.shtmlSequestrata e torturata dalle «amiche»19 ore da incub... […]
  • Re: La tenerezza delle donne, via della pace ...e dell'amore 30 luglio 2010
    http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_30/sequestrata-e-torturata-dalle-coinquiline_251d2194-9bd1-11df-8a43-00144f02aabe.shtmlSequestrata e torturata dalle «amiche»19 ore da incubo per un ragazzo «rubato»... […]

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