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febbraio 2010. Siamo alle porte di una presa di coscienza collettiva per questa metà del cielo?
Avevo iniziato l’anno non senza una punta di pessimismo. Il 2009 infatti potrà essere ricordato a ragione come una specie di annus horribilis per la questione maschile.
Dalla falsa emergenza stupri ed il conseguente incrudelimento del principio di inversione dell’onere della prova (si badi bene: non l’incrudelimento delle pene, che sarebbe anche condivisibile, ma dell’inversione dell’onere della prova), alle norme sullo stalking che, comportando l’allontanamento dai figli (ma che c’entrano?) si qualificano da sole come maldestro tentativo di sabotaggio dell’affido condiviso, per finire con i vari scandali sessuali (da “papi” a Marrazzo) che hanno dato inevitabilmente la stura alle solite dotte analisi psico – sociologiche tese inevitabilmente a sottolineare l’inadeguatezza e l’immoralità di questa metà del cielo… con tutto questo, si diceva, il 2009 è stata una unica interminabile via crucis.
Per questo non ero molto ottimista nell’iniziare l’anno. Invece qualcosa si è mosso, qualcosa si sta muovendo.
C’è stato un evento importantissimo, che è stato
il riconoscimento, da parte delle autorità, della situazione dei papà separati, con il varo di importanti iniziative per questi nuovi poveri la cui tristissima condizione è efficacemente stata ritratta dalla caritas (saranno mica maschilisti?), dagli organismi di tutela sociale e ripresa dalla stampa nazionale, ma anche locale.
Questo è stato importante, a mio avviso, non soltanto per l’aspetto pratico, ma anche perché l’ho interpretato come il portato pubblico, evidente, sociale di un inizio di cambio di mentalità, di una nuova temperie culturale che avanza, malgrado le resistenze formidabili che si stanno registrando per l’affido condiviso-bis.
E non credo di essere troppo ottimista, in questa mia interpretazione. Ricordate l’orrido regolamento della British Airways (boicottatela, per carità) secondo cui un maschio adulto non può avere il posto assegnato accanto ad un minore perché potrebbe molestarlo? Tempo addietro – se ne parla in questo articolo - un signore (che tra l’altro si trovava in viaggio con tutta la famiglia) ha osato finalmente incazzarsi di brutto di fronte al personale di bordo che lo invitava a cambiare posto. Sappiamo che ha fatto causa alla compagnia; noi ovviamente tifiamo per lui affinché possa avere congruo risarcimento per la pubblica quanto gratuita umiliazione che gli è stata inflitta, ma ci auguriamo – soprattutto – che sempre più maschi rifiutino di alzarsi in piedi.
Inizia poi – finalmente - a serpeggiare presso la pubblica opinione il sospetto che la violenza non sia un monopolio maschile, e qui
vorrei pensare che ciò sia dovuto anche al nostro paziente lavoro di anni, su tutti i nostri siti e blog.
Le stesse rilevazioni del Ministero Pari Opportunità ci dicono che ormai un buon terzo degli stalker sono donne: ma, dico io, se così stanno le cose, che aspetta allora cara Ministra Carfagna ad avviare la revisione di tutto il materiale informativo che produce il suo Ministero e che è ancora tarato su una posizione completamente monocorde? 
Un terzo degli stalker, si diceva, e senza contare il sommerso, che per quanto riguarda i casi di violenza vera e propria sembrerebbe enorme. Sommerso che si tenta con i nostri poveri mezzi di far emergere: è partita recentemente la prima indagine statistica sulla violenza domestica agita ai danni di soggetti maschili, e cogliamo ancora l’occasione per invitare tutti a partecipare.
C’è stata sui giornali, ma soprattutto su “Il Giornale” (vedasi, per tutti questo articolo) un ritorno di fiamma (rectius: un INIZIO di fiamma) del dibattito sul ruolo maschile e paterno nelle questioni riproduttive: laddove si inzia a prendere coscienza a livello pubblico che un uomo, benché regolarmente sposato e disponibile e pronto a prendersi qualsiasi responsabilità non ha alcuna voce nella decisione della sua compagna (decisione che per inciso andava a contraddire il “progetto di vita” deciso insieme) di abortire.
Rispetto e mi commuovo di fronte al dramma di Marco, ma che se ne parli, se ne pari il più possibile: perché la paternità non è affezionarsi a qualcuno che ti cresce in casa, non è foraggiare i bisogni di un infante in seguito a quei pochi secondi di orgasmo, non è sovrintendere economicamente ad una unità familiare di cui non fai sostanzialmente parte.
No. La paternità è carne e sangue come è unione spirituale,
è strumento di progresso personale e familiare: e la cui progressiva sparizione, semmai ce ne fosse ancora bisogno di dimostrarlo, è semplicemente fonte di disastri personali e sociali.
Uomini che prendono coscienza, che si interrogano, che osano parlare in pubblico: ed è senza dubbio notevole che anche la stampa, quella che conta, inizi a guardare in direzione di questa metà del cielo. Valga per tutti questo intrigantissimo corsivo, con il cui autore ci congratuliamo.
Sono segnali, non esaltatevi, sono soltanto segnali.
Ma ci sono.
Carlo Zijno
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