di Carlo Zijno
Prosegue la serie di articoli taggati “teoria marziana”: nel precedente abbiamo analizzato le definizioni di QM pregresse, riducendole ad una soltanto che – applicata ai vari casi pratici – ha dimostrato di funzionare; in questo passeremo allo studio delle cause, delle origini della QM.
Già le definizioni forniteci in quella occasione contenevano delle indicazioni in tal senso, che tuttavia non è il caso di ripercorrere in questa sede, invitando semmai i lettori ad approfondire sui vari siti.
Non è il caso di ripercorrerle non soltanto per ovvi motivi di ripetizione, ma soprattutto perché si riferiscono alle cause primarie della QM ma senza illustrarci le modalità con le quali quegli stessi presupposti si siano trasformati quel fascio coordinato di pregiudizi antimaschili cogenti che chiamiamo QM. In sostanza, manca un passaggio.
Questo anello mancante ci è dato da Rino Della Vecchia, che ci introduce al concetto di GNF (Grande Narrazione Femminista, in “Questa Metà della Terra”), in cui è rinvenibile quell’algoritmo di svalorizzazione antimaschile che è alla base della QM.
La GNF in parte riprende alcuni pregiudizi, altri ne crea essa stessa, e li lega con una interpretazione univoca, riscrivendo la teoria dei generi e dell’umanità: il che la rende non più una narrazione ma, per l’appunto, una Grande Narrazione. Il resto del libro di Rino è dedicato all’esame minuzioso e secondo me assolutamente realistico dei “prodotti” di questa formidabile macchina, che però in questa sede non ci interessano. Piuttosto ci interessa rilevare che, stante l’analisi di Rino, saremmo in presenza di tre passaggi conseguenziali:
- cause lontane – o “primarie” (Risè, Marchi, altri);
- Grande Narrazione Femminista;
- Questione Maschile.
E’ una analisi che condividiamo considerato che La GNF risulta essere l’immagine speculare della QM e la precede cronologicamente, determinando un rapporto di causalità immediata. Tuttavia non è altrettanto evidente – rectius: gli autori citati non ce lo hanno spiegato - come si sia passato dalle cause lontane alla GNF stessa. Inoltre, data la estrema diversità di impostazione dei suddetti autori, tali teorie finiscono per risultare sostanzialmente contrapposte o comunque non compatibili al punto da ricavarne un’analisi comune.
Per tentare di capire le relazioni evolutive di questi fenomeni è necessario quindi intraprendere un percorso all’indietro andando a vedere proprio il progetto di quella formidabile macchina (la GNF): ed allora apparirà chiara la sua natura e, in prospettiva, il da farsi. Apprestiamoci quindi a smontarla: per come si è evoluta, per come funziona, per chi l’ha costruita e per chi c’è dietro.
Nel compiere questa analisi della GNF ci accostiamo pertanto allo studio storico del femminismo, movimento del quale sono date numerose varianti.
Una ricognizione a volo d’uccello: femminismo giuridico, femminismo liberale, femminismo socialista, anarchico, femminismo radicale, femminismo dell’uguaglianza, femminismo della differenza, femminismo radicale, femminismo identitario, femminismo della liberazione, femminismo lesbico… e si potrebbe continuare.
Cosa stanno ad indicare quella sfilza di aggettivi? In alcuni casi rilevano come sottospecificazioni, in altri casi rimandano alle modalità con cui si esprimono o alla parte politica o ideale cui fanno riferimento, in altri semplicemente sono legati all’aspetto del femminile che a loro sta più a cuore: ma, di certo, se ne deduce che 1) non tutti quei femminismi sono portatori ciascuno di una propria GNF; e se ne deduce che 2) non esiste una sola Grande Narrazione Femminista, almeno per come l’ha intesa Rino (strumento univoco ed esaustivo di interpretazione della realtà sociale e storica), ne è stata elaborata sicuramente più d’una.
Allora è necessario operare una pur sommaria analisi dei “punti fondanti” di ognuno di questi femminismi, delle loro caratteristiche costitutive, andando piuttosto a classificarli a seconda se siano portatori o meno di una Grande Narrazione; ci accorgiamo allora che ne rimangono in piedi soltanto tre.
Femminismo del primo tipo. E’ quello che molto spesso viene etichettato come femminismo delle origini, o femminismo giuridico, oppure femminismo dell’uguaglianza. Questo tipo di femminismo si può far risalire alla rivoluzione francese ed è figlio dell’ideologia liberale del tempo, in opposizione all’antico regime e in rapporto di filiazione con i grandi teorici che stanno dietro alla Rivoluzione. Seguirà il periodo Napoleonico in cui queste istanze verranno fortemente ridimensionate, per poi riprendere vigore anche e soprattutto fuori della Francia, nei paesi anglosassoni e negli Stati Uniti, fino a generare movimenti anche importanti come quello, arcinoto, delle suffragette. Evitando di perderci in rievocazioni storiche e citazioni, ne isoliamo soltanto una, di Harriet Taylor, (1808 – 1858), collaboratrice di John Stuart Mill: “L’emancipazione della donna sarà possibile quando essa potrà godere degli stessi diritti concessi all’uomo – all’istruzione, all’esercizio delle professioni, alla partecipazione amministrativa e politica – che però le sono ancora negati.”
Su questo tipo di femminismo è necessario fare alcune considerazioni. La prima e più importante l’abbiamo già fatta, e cioè che si tratta di una “derivata” del movimento liberale settecentesco e ottocentesco. La seconda è che la sua azione è continuata fino pressoché ai giorni odierni, visto e considerato che le ultime barriere giuridiche frapposte alla totale autodeterminazione della donna sono cadute soltanto negli anni settanta. La terza, ed a mio avviso più intrigante, è la straordinaria similitudine con i movimenti maschili odierni: laddove ci si batte contro una serie di leggi e prassi giudiziarie antimaschili e contro l’apparato culturale che le sostiene. E sembrerebbe quasi – ma il condizionale è d’obbligo – che noi ci si trovi, paradossalmente, nella condizione uguale e contraria della donna ottocentesca.
Femminismo di secondo tipo. Deriva dal pensiero di Marx ed Engels, la cui impostazione in merito di famiglia e rapporti tra i sessi è cosa nota, ed è legata intimamente al problema dei rapporti economici e produttivi, come illustrato in “Le Origini della famiglia” di Engels: la struttura della famiglia nella società classista come origine dell’oppressione delle donne come gruppo, la subordinazione femminile come prodotto della sua esclusione dai rapporti produttivi e la sua relegazione nell’universo ‘privato’ della famiglia nucleare.
E’ con questi due pensatori che la lotta di classe fa il suo ingresso trionfale nella questione femminile, per non uscirne più. In quest’ottica il nemico è identificato come tale in maniera automatica, a prescindere dai casi specifici o personali. Ecco quindi che cominciano ad apparire gi aspetti salienti della Questione Maschile come la conosciamo oggi: il maschio come rappresentante di una classe “avversa” e relativa demonizzazione “chiavi in mano” (algoritmo unico antimaschile) e quindi PREGIUDIZIALMENTE immorale, violento, oppressore, etc.
Ancora: nasce qui il mito del genere femminile (= specchio del proletariato) come parte morale e come vittima, nonché come VERO traino dell’economia e della società: con conseguente necessità di azioni positive che vadano oltre il mero riconoscimento della piena parità giuridica (nella visione marxiana non vi può essere libertà per il proletariato – in questo caso il genere femminile – finché non avrà preso il potere quindi libertà della donna = potere della donna).
E’ una impostazione assolutistica, totalitaria, figlia di una logica che ignora le differenze naturali tra le persone, che ritiene di poter costruire “l’uomo nuovo”, principio in conseguenza del quale la mancata “presa di coscienza” e seguente “conversione” assume una valenza ancor più colpevolizzante; ecco infine comparire l’automatica assimilazione a forme di reazionarismo o di fascismo per chi non condivida a priori questa impostazione.
Potremmo concludere quindi che la Grande Narrazione Femminista dei tempi odierni è figlia di questa impostazione? A questa domanda si può rispondere “si”, ma non può trattarsi di un “si” pieno per i seguenti motivi: il primo è la banale constatazione che la GNF odierna travalica ampiamente l’analisi marxiana, tanto è vero che è condivisa anche a filoni di pensiero e parti politiche che non hanno mai avuto ispirazioni e simpatie marxiste; il secondo, molto meno banale, è che anche a rispondere con un “si” pieno, non si spiegherebbe tuttavia la COGENZA che la Questione Maschile ha assunto: si spiega l’ALGORITMO antimaschile (lotta di classe), ma non la sua COGENZA, e questo è il pezzo che ci manca.
Infine un’ultima considerazione, di tipo storico. Se andiamo a vedere la teoria delle correnti femministe legate direttamente all’impostazione marxiana, e quindi in dipendenza logica diretta con i movimenti comunisti, vediamo che alla fine non hanno riscosso particolare successo, limitandosi a colonizzare – o poco più – gli ambiti politici e culturali di cui erano espressione.
Il femminismo direttamente legato all’ortodossia comunista, detta in soldoni, non è mai andato troppo oltre i confini dei movimenti e dei circoli comunisti.
Femminismo di terzo tipo. Nel 1949 esce “il secondo sesso” di Simone De Beauvoir, destinato a diventare nel decennio successivo – e ncora di più negli anni sessanta e settanta – un “classico” della letteratura femminista. In questo libro la De Beauvoir riprende in pieno, approfondendolo, il tema del genere femminile come classe oppressa, ma contesta parallelamente l’impostazione di Engels, affermando che la sua impostazione non dimostra logicamente il legame tra proprietà privata e sottomissione femminile.
Della De Beauvoir è stato detto tutto e il contrario di tutto, ma questo aspetto della sua elaborazione non può passare inosservato ai nostri occhi: perché, con questa operazione la Questione Femminile viene riaffermata come questione di classe, ma non più nell’alveo dell’analisi economica tipicamente marxiana. Questo è un passaggio importantissimo, perché non abolisce o riforma la lotta di classe “al femminile”, semplicemente la sconnette dal comunismo: ma sempre di lotta di classe trattasi, con tutte le caratteristiche che abbiamo illustrato trattando il femminismo del II tipo e che permangono tali e quali.
E di questo passaggio, rectius della necessità di questo, molti settori del femminismo ne prendono rapidamente coscienza.
Ebbe a dire una femminista americana, Heidi Hartmann: “il tradizionale sodalizio fra marxismo e femminismo assomiglia al rapporto fra marito e moglie nel vecchio matrimonio del common law inglese: marxismo e femminismo sono una sola cosa e quella cosa è il marxismo. È ora di cercare un rapporto più equo fra i due partner, altrimenti meglio il divorzio!”.
E questa nuova impostazione, questa sorta di “disconnessione di una parte del comunismo dalle sue conseguenze ultime” dilaga anche perché si trova in sintonia con altre impostazioni ideologiche che maturano e hanno il loro clamoroso exploit nel movimento sessantottino.
Gli obiettivi comuni dei diversi movimenti che nascono nel 68 erano la riorganizzazione della società sulla base del principio di uguaglianza, il rinnovamento della politica in nome della partecipazione di tutti alle decisioni, l’eliminazione di ogni forma di oppressione sociale e di discriminazione razziale, l’estirpazione della guerra come forma di relazione tra gli stati, la negazione di ogni differenza tra individui che non fosse meramente culturale, la condanna aprioristica delle tradizioni consolidate.
In sostanza si condannava l’eredità del passato, per quanto riguarda la cultura elaborata e trasmessa dal sistema capitalistico, inteso come assetto di classe e sovrastrutture autoritarie, simboleggiata dal Padre, e della “cultura della differenza” che ne era insita.
Convivevano da una parte il mito tutto illuminista del mondo nuovo e della società perfetta, che l’ideologo ridisegna a tavolino secondo Ragione; e, dall’altra, il sogno dell’utopia al potere nella forma del rifiuto di ogni autorità.
Tale impostazione riposava, oltre che su tanti autori esistenzialisti (tra cui Sartre, compagno di vita della De Beauvoir) e sull’elaborazione della cosiddetta “nuova sinistra” di Charles Wright Mills, anche e soprattutto sulle teorie di Marcuse, il quale incitava alla rivolta contro le eredità del passato ma non proponeva un preciso modello di Stato. Vagheggiava un indefinito mondo futuro nel quale fosse possibile un’assoluta libertà. Per risolvere i mali della società, proponeva un Grande Rifiuto che doveva portare a un mondo post-tecnologico, di integrale individualismo e umanesimo.
Interrompiamo qui la trattazione sul sessantotto, che sarebbe troppo complessa in questo spazio e della quale ci interessa in questa sede un solo elemento:
questo apparato teorico, altro non fa che compiere, a livello più generale, la stessa operazione logica compiuta dalla De Beauvoir, ossia scollegare il confronto “di classe” (comunque la si voglia intendere) dalla problematica dei rapporti produttivi e dal connesso regime della proprietà privata: con il risultato che la “lotta di classe” pertanto cessa di costituire il monopolio dell’analisi marxiana e dalle sue prospettive finali (società socialista) e non è rivolta più necessariamente contro i detentori dei mezzi di produzione ma si indirizza verso altri obiettivi, contro altre categorie umane e sociali.
Le conseguenze di tutto ciò sono evidenti:
- è evidente la convergenza di quello che abbiamo chiamato femminismo del terzo tipo con l’impostazione “originaria” di quello che fu il sessantotto, che infatti se ne impossessò;
- è noto inoltre che anche i movimenti di sinistra, a loro volta, si siano impossessati di tutto ciò, man mano che dalla loro impostazione progframmatica scompariva il conseguimento dell’assetto produttivo di tipo socialista facendo pertanto di questa logica (lotta di classe senza orizzonte socialista) il loro nuovo “motivo fondante”;
- appare chiaro a questo punto la ragione per cui tale logica (“sterilizzata” dallo sbocco ultimo – il comunismo - della teoria marxiana) fosse pienamente fungibile (almeno per quanto riguarda la parte “femminista”) anche per chi comunista non era mai stato.
Ma c’è un altro aspetto che non è immediatamente percepibile, e che però esiste e risulta fondamentale: questa filosofia politica, che mette al centro l’individuo azzerando ogni altra considerazione, individuo di cui si negano le differenze ontologiche, di cui si combattono le eredità culturali specifiche e che si vorrebbe parificato in tutti i suoi aspetti – anche sessuali – in tutto il pianeta, altro non ha fatto che spianare la strada a quel processo di mondializzazione dell’economia, di parificazione assoluta dell’homo sapiens teso a realizzare IL CONSUMATORE PERFETTO, atomizzato, asessuato, deculturalizzato e deanagrafizzato; processo che il grande capitale internazionale ha tentato di pilotare già a partire dagli accordi di Bretton Woods (1922) e che negli anni passa attraverso l’ONU, la UE, e tante altre cose: e questo risultato appare particolarmente ironico se consideriamo che capitalismo e consumismo figuravano in testa tra gli obiettivi della protesta del sessantotto.
E allora possiamo trarre le conclusioni e rispondere alla domanda iniziale: la Grande Narrazione Femminista è il femminismo del III tipo, perché è l’unico che abbia assunto carattere di COGENZA, a causa della SALDATURA IN ALTO tra gli interessi della sinistra (ormai “sterilizzata” dall’orizzonte socialista), dei settori economici liberisti, del mondialismo delle grandi multinazionali e delle organizzazioni internazionali: che ne costituiscono cause presupposte.
NESSUNO CONTRADDICE LA GNF perché essa, al momento, tutela tutti i maggiori interessi in ballo nel mondo. ESSA E’ PERTANTO DIVENTATA COGENTE, e di conseguenza lo è diventata anche la Questione Maschile che, come abbiamo visto, ne è riflesso e conseguenza.
Questa analisi ha fatto chiarezza su alcuni punti, ossia in cosa consista la GNF e dal perché sia così pervasiva, ci ha però scompaginato le carte su altri.
Riprendiamo per un attimo la scaletta introduttiva, e vediamo come si è riconfigurata a posteriori.
Avevamo detto:
- cause “presupposte” (Risè, altri);
- Grande Narrazione Femminista;
- Questione Maschile.
Dopo la nostra analisi, questa scaletta si è trasformata nel seguente modo:
- cause presupposte: “saldatura” in alto tra
- interessi del grande capitale internazionalista e delle forze politiche che si rifanno al liberismo economico,
- grandi entità sovranazionali (ONU, UE, Fondo monetario Internazionale, etc)
- sinistra storica, che abbiamo visto si è liberata dal comunismo ortodosso ma non dal principio della lotta di classe che essa continua non più nei confronti del capitale, ma nei confronti di tutta una serie di categorie sociali ed umane non necessariamente detentrici dei mezzi di produzione;
- Grande Narrazione Femminista, incarnata da quello che abbiamo denominato “femminismo del III tipo” il quale si è dimostrato perfettamente funzionale a quella “saldatura in alto” di cui al punto 1: e pertanto divenuta capillare e cogente come non erano mai stati i femminismo di tipo I e II;
- Questione Maschile, che essendo la conseguenza del punto 2, non poteva che consistere in “un insieme di pregiudizi di genere accumunati e coordinati da una medesima logica, finalizzata alla svalorizzazione, destrutturazione e subordinazione morale e materiale del maschio, e suscettibili di tradursi in norma giuridica e azione istituzionale”: a maggiore dimostrazione che la definizione che avevamo enucleato nel precedente articolo era giusta.
Come vedete il panorama è cambiato in modo sostanziale, ed in una direzione che non era previsto né prevedibile, in cui le cause già indicate dall’originario punto 1 (Risé ed altri) possono tutt’al più rilevare quali “facilitatori”, catalizzatori di processi ben più potenti e diretti. Volendo tentare una estrema sintesi, sul modello di quanto abbiamo fatto nel precedente articolo, possiamo dire:
La Questione Maschile è il prodotto di una lotta di classe che si è svolta ai nostri danni e che, pur avendo la sua origine a sinistra, è risultata vittoriosa su tutti i fronti in quanto ha contribuito e contribuisce a quella atomizzazione sociale ed omologazione dell’individuo su scala mondiale che conviene alle maggiori forze politiche, sociali, ma soprattutto economiche attualmente in campo.
Alla fine di queste lunghe cinque pagine può sembrare, per chi frequenta il forum o segue in generale le elaborazioni in voga su questo sito, che io abbia in qualche modo lavorato un tronco di sequoia per ricavarne uno stuzzicadenti.
Da sempre, infatti, si dice nel forum che la questione maschile è il risultato di una lotta di classe che da decenni si svolge ai nostri danni; che essa affonda le sue radici nella sinistra sessantottina la quale ha dato origine alla sinistra moderna; che tuttavia l’attuale situazione di prostrazione maschile e distruzione della famiglia nucleare conviene a troppe forze economiche e alle istituzioni che ne sono espressione, non solo a livello interno (formazioni politiche neoliberistiche) ma soprattutto a livello internazionale.
Io comunque non credo di aver sprecato il mio tempo, perché sono fermamente convinto che affinché un’analisi funzioni debba essere razionalizzata e sistematizzata anche nei suoi elementi e passaggi di dettaglio e perché sono altrettanto fermamente convinto che alla fine nessuna teoria si costruisce a tavolino in astratto, ma è sempre il frutto di un coagulo di idee, della razionalizzazione di prese di coscienza condivise.
Ma detto ciò, ci si pone un altro interrogativo, che è poi quello più importante: cosa fare?
Lo vedremo nel prossimo articolo.
Intanto però teniamo a mente un elemento che ci tornerà utile per il proseguo dell’analisi: tutte e tre le tipologie di Grande Narrazione Femminista che abbiamo individuato sono state serventi, come abbiamo visto, ad altrettante Grandi Narrazioni ideali e politiche di tipo più generale (liberalismo, comunismo, mondialismo).
E questo è il punto da cui ripartire.
A presto
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