Si definisce progressista. Di sicuro è un nemico del regresso, dei tempi bui, quando chiunque poteva venir con/dannato sulla parola.  Quando non vi erano confronti, ricerca di prove, valutazione dei fatti. Quando l’interesse, il risentimento, l’odio o semplicemente i fantasmi, le turbe che agitano l’umana psiche, mandavano al patibolo il predestinato di turno, membro di quella categoria che in quel momento era l’incarnazione del male.

 E’ il giudice spagnolo Francisco Serrano – già premiato da associazioni per la difesa delle maltrattate (Amuvi) e dei minori abusati (Prodeni) – curriculum inattaccabile – che scavalcando ogni paura ha parlato con estrema “contundencia” contro la Ley Orgànica de Protecciòn Integral contra la Violencia de Género, ossia contro la sola violenza oggi concepibile, quella maschile. Che passa per “loco” (pazzo) da quando ha denunciato la decisione del governo di censurare le violenze femminili e di divulgare solo quelle maschili.

 Snocciola i numeri della menzogna femminista e della tragedia maschile, osando ricordare:Diagramma1

 

  • che i dati sui maschi uccisi dai parenti (uomini e donne) appaiono solo negli annuari statistici ma non vengono resi di pubblico dominio e non sono accessibili alla massa. Per volontà del Governo Zapatero.
  • che nessun Ente si occupa di studiare e capire l’incidenza del conflitto familiare e delle separazioni nel superiore numero dei suicidi tra gli uomini (3700, da 1000 a 2000 più delle donne).
  • che i dati delle condanne vengono presentati in forma pregiudiziale e settaria per far credere che nella maggioranza dei casi alla denuncia (10.000/anno) segua la condanna, mentre ciò accade il 10% delle volte e che la violenza da “dominio machista” ha a che vedere con meno dell’1% del totale delle denunce.
  • che la Ley Orgànica de Protecciòn già nel suo presupposto intende la relazione familiare come strutturalmente fondata sulla violenza maschile (giacché, ovviamente, questo significa “violencia de Género”).
  • che tale carattere delle violenze è invece proprio quel che dovrebbe venir provato e dimostrato,  caso per caso.
  • che nella maggior parte dei casi quella che viene qualificata come violenza da “dominio machista” non è altro che semplice conflitto tra eguali nella separazione.

Non mancano altri giudici spagnoli che sostengano queste verità, peraltro note a tutti, tanto che in privato deputati del PSOE (sinistra al governo) e del PP (destra all’opposizione) gli danno ragione ma non osano parlare. E sappiamo perché. Chi parla è finito.

Ma Serrano sfida ogni tabù e – coscientemente – si espone alla pubblica gogna andando fino in fondo.  Senza mezzi termini, denuncia la  “dittatura del femminismo radicale”, parla di “feminazismo” e di un processo non lontano “dall’olocausto sociale”. E chiude con un fendente: “Migliaia di Bilancia1uomini sono in prigione dopo una denuncia, ciò  per il solo fatto di esser maschi. Quante donne stanno in galera per una falsa accusa? Nessuna.”

La reazione femminista è fulminea, cieca, brutale. Viene ordinato al Governo di punire il reo impregnato di “ideologia machista” e quindi incompatibile con il ruolo e le funzioni che la Ley Orgànica (approvata all’unanimità da Sinistra, Centro e Destra nel 2004) gli assegna: usare pochi delinquenti per condannare una massa di innocenti.

Questo è il compito cui Francisco Serrano – eroe del III Millennio – apertamente si sottrae.

¡Que le hacen santo immediatamente!

______

El Mundo

Miles de hombres detenidos por denuncias falsas

Texto completo

__________

RDV

none
articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 3 giugno 2009

Apprendo, nel leggere il blog di Claudio Risè, che la tanto attesa (non dal sottoscritto) riforma dei cognomi si trova in dirittura d’arrivo. Secondo tale riforma al tradizionale cognome paterno ne verrà affiancato un’altro, materno (prima o dopo? Ah, che problema!), decidendo poi la persona in questione quale dei due vorrà trasmettere a sua volta ai propri figli.

Nel mio piccolo, concordo con il Prof. Risè quando afferma la portata simbolica – in termini di appartenenza ed identità – del cognome, così come convengo che sia oggettivamente ingiusto, attualmente, che la Madre non possa trasmettere il proprio alla prole; sempre allo stesso modo sono fermamente convinto che procedere secondo un principio di rivincita – vendetta per le passate discriminazioni costituisca una deriva sociale dagli effetti per tutto deleteri.

Però, sempre nel mio piccolo, sono anche fermamente convinto che proprio per la medesima grande portata simbolica della faccenda i singoli individui non dovrebbero avere alcuna possibilità di scelta e che l’abolizione del cognome paterno sia una follia, in termini di ulteriore allontanamento del Padre dalla famiglia e dai figli con tutti i disastri sociali che ne derivano.

Non nascondiamoci dietro un dito. Questa riforma di fatto è la fine di quel simbolo millenario – il cognome maschile – di reciproca appartenenza ed identificazione tra Padri e figli.

Ma può esistere una soluzione in grado di salvare capra e cavoli, ossia dare riconoscimento alle giuste rivendicazioni femminili senza dover cancellare questo simbolo di appartenenza? La risposta è si.

Si tratta infatti di un tema al quale sono particolarmente sensibile e che ho già studiato in precedenza, essendomene occupato fin dal 2005 dapprima con una ricerca per la redazione di Uomini3000, in seguito anche con un articolo su questo blog (cliccare sul tag “riforma dei cognomi”).

In questi elaborati sostenevo una tesi alla quale io credo ancora fermamente perché costituisce a mio avviso l’uovo di colombo, e che è questa: alla prole vengono trasmessi i cognomi di entrambi i genitori, ma le femmine trasmetteranno alla generazione successiva solo il cognome della Madre, i maschi solo quello del Padre.

Gli effetti pratici di un tale assetto sarebbero che l’attuale “lignaggio maschile” rimarrebbe inalterato (perchè effettivamente ora è così, tutta la prole eredita il cognome del padre ma solo i maschi la trasmettono alla generazione successiva) ma verrebbe affiancato da un analogo cognome femminile funzionante in maniera assolutamente speculare (tutta la prole lo eredita, ma solo le femmine lo trasmettono alla generazione successiva).

Credete che una soluzione così semplice fosse fuori della portata di legislatori e politici? No, ma nessuno ci ha pensato (rectius: nessuno ci ha voluto pensare): probabilmente perchè, nella sua semplicità e razionale spirito di giustizia, non era fungibile agli scopi ideologici del politicamente corretto secondo cui si rende giustizia alle donne bastonando gli uomini – meglio se Padri – e secondo cui quanto più l’individuo è sovrano nel suo arbitrio, legibus solutus, più è libero.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 14 ottobre 2008

Con l’ordinanza interlocutoria 23934/08 la Corte di Cassazione ribadisce ancora una volta la necessità di superare il principio del cognome paterno, vigente da migliaia di anni, anche alla luce del recente trattato di Lisbona.

Tale ordinanza ha scatenato il giubilo dei sostenitori del cognome materno, mentre nei forum e nei centri di dibattito al maschile i discorsi – che in larga parte condivido – sono stati di tutt’altro tono: dato che tale riforma non conferirebbe nessun valore aggiunto a nessuno a livello di vita pratica, è stato ritenuto trattarsi dell’ennesimo episodio della “guerra tra generi”, nella direzione del più generale processo di estromissione del Padre dalla famiglia colpendo il simbolo stesso dell’appartenenza tra Padri e figli.

Riguardo le forze politiche, tutti gli schieramenti hanno comunque concordato che l’attuale sistema deve cambiare. Nel recente passato infatti si sono susseguite diverse proposte di riforma, il cui denominatore unico è costituito sostanzialmente da una sorta di “possibilità di scelta” (del cognome da attribuire/tramandare). Allo stato, è in Parlamento la proposta avanzata da Laura Garavini, Marina Sereni, Sesa Amici che è sostanzialmente in questa direzione[1].

Ho volutamente lasciato che le acque si calmassero, prima di intervenire perché questo è un argomento a cui tengo molto. In realtà infatti mi ero occupato della questione già nel 2005, in un articolo pubblicato per U3, ancora in linea a questo indirizzo, ed intitolato per l’appunto “nel cognome del Padre”.

Si trattava di un articolo veemente, fortemente polemico, che attualmente non scriverei, almeno in quella forma: ma, senza dubbio, determinati argomenti di dissenso rispetto alle proposte di legge in campo li ritengo tutt’ora validi.

La trasmissione del cognome da Padre a figlio rappresenta infatti, come dicevamo, un simbolo di appartenenza spirituale, di continuità, di identità ed auto-definizione la cui scomparsa avrà un effetto dirompente sul già fragile rapporto tra Padri e figli e finirà per confinare ulteriormente i Padri nel ghetto in cui si trovano attualmente, quello di elementi “accessori ed eventuali” della famiglia.

Scendendo su un piano più crudamente realistico, sarà un ulteriore elemento di dubbio (non secondario) sull’opportunità, oggi, per un uomo, di sposarsi ed avere figli. E non oso neanche pensare ai contenziosi (cognome mio o cognome tuo?) che si scateneranno nelle coppie, rendendo il rapporto ancora più “contrattualizzato” ed instabile di quello che è attualmente.

Eppure il sistema deve oggettivamente cambiare, in virtù di trattati internazionali vigenti e per un principio di uguaglianza che la nostra Carta Costituzionale sanciva già nel 1948, principi altresì assolutamente condivisi da chi scrive.

Ebbene, tale risultato (parità tra i sessi anche nella trasmissione del cognome) non necessariamente deve essere conseguito attraverso la distruzione del cognome paterno.

Proprio in quel mio precedente articolo era presente una Pars Costruens (tra le cose di cui mi pento c’è anche quella di non aver sviluppato adeguatamente l’argomento già in quella sede) in cui avanzavo una proposta in grado di salvare l’attuale sistema ed il suo portato simbolico, pur dando soddisfazione alle legittime aspirazioni femminili in questo ambito.

Si tratta della istituzione di quello che potremmo chiamare il “doppio cognome maschile-femminile” secondo cui all’attuale cognome ne verrebbe affiancato un altro – che chiameremmo femminile – da attribuire a tutta la prole ma tramandabile solo dalle femmine, in maniera assolutamente speculare rispetto al cognome maschile che continuerebbe ad esistere.

All’atto pratico, se Giovanni Bianchi sposa Maria Rossi, tutti i loro figli si chiameranno Bianchi-Rossi, ma solo i maschi potrebbero tramandare Bianchi e solo le femmine potrebbero tramandare Rossi.

Il tutto potrebbe poi essere completato da “norme di chiusura” per casi particolari. Si potrebbe infatti ipotizzare, ad esempio, una autonomia di scelta da parte della donna di decidere quale cognome femminile attribuire ai figli in sede di prima applicazione (al momento “zero” del funzionamento del sistema, ossia all’atto pratico di dover attribuire per la prima volta un cognome femminile, la donna avrebbe facoltà di decidere tra il proprio cognome o piuttosto quello della propria madre o nonna)… o quant’altro si renda opportuno in seguito ad adeguato studio di fattibilità di un eventuale proposta di legge in tal senso.

Tale sistema, qualora adottato, costituirebbe l’uovo di Colombo in quanto le donne non avrebbero soltanto la mera possibilità di attribuire e tramandare il proprio cognome, come nelle attuali proposte, ma ne avrebbero bensì la certezza: e senza necessità né di dover rischiare contenziosi di coppia né di distruggere un istituto millenario come il lignaggio paterno.

Sarebbe altresì una riforma a costo pressoché zero, in quanto sia l’anagrafe che il sistema di codice fiscale sono già predisposti per l’utilizzo del doppio cognome (che già esiste, benché riguardi solo una percentuale minima della popolazione).

Io ritengo che tutte le associazioni ed i singoli di buona volontà che si troveranno a leggere questa pagina dovrebbero appropriarsi di questa proposta ed impegnarsi a portarla avanti nelle sedi giuste.

Altre strade in grado di salvare la situazione non ce ne sono: l’arroccamento su posizioni tradizionaliste non è pagante oltre ad essere giuridicamente ormai impossibile, mentre l’inerzia condurrà direttamente all’approvazione della proposta Garavini sic et simpliciter, con tutte le descritte conseguenze del caso.

Questo articolo verrà ridondato in varie sedi e forum. Vorrei ascoltare quante più voci possibile.

_________________________________

 [1] Proposta Laura Garavini, Marina Sereni, Sesa Amici:
1. Dopo l’articolo 143-bis del codice civile è inserito il seguente:
«L’articolo 143-bis.1 – (Cognome del figlio di genitori coniugati). –
I genitori coniugati, all’atto della registrazione del figlio allo stato civile, possono attribuire, secondo la loro volontà, il cognome del padre, o quello della madre, ovvero quelli di entrambi nell’ordine concordato.
In caso di mancato accordo tra i genitori, al figlio sono attribuiti i cognomi di entrambi i genitori in ordine alfabetico.
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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 8 settembre 2008

E’ di questi giorni la notizia che il presidente francese Sarkozy sta per presentare una proposta di legge finalizzata a creare una serie di poteri per il cd. “terzo genitore”, ossia la persona che – nelle famiglie allargate – convive e/o prende materialmente cura della prole anche senza esserne genitore biologico (710.000 nuclei familiari in Francia).

 I poteri che si prevede di istituire per il “terzo genitore” non sono affatto secondari ed investono in pieno la potestà genitoriale: firmare la pagella, parlare con gli insegnanti, autorizzare interventi chirurgici, prestare assistenza in ospedale, occuparsi di ogni questione burocratica (in pratica gestire la sfera giuridica del minore) e, incredibilmente, subentrare nella tutela in caso di morte del genitore affidatario.

Il tutto condito con l’ipocrita previsione che i singoli provvedimenti che questo “terzo genitore” porrà in essere dovranno venir concordati con il “genitore biologico”: così che a questo punto i Padri separati francesi avranno a che fare non più soltanto con una ex moglie, bensì anche con il nuovo partner di quest’ultima. Tale proposta ha infatti destato l’immediata (e sacrosanta) rivolta dei papà separati francesi (sos papa), i quali hanno stigmatizzato che in questo modo verrebbe sancito – e giuridicamente – un ulteriore elemento di separazione dai loro figli.

Non entro nel merito delle questioni dei Papà separati – davanti alle cui tragedie mi levo il cappello e taccio – e meno che mai nelle questioni del governo francese, per il quale tra l’altro non ho nessuna simpatia (stanti anche questa proposta di legge nonché l’inqualificabile, arrogante ed insultante comportamento in materia di paternità di uno dei loro ministri, ben sintetizzato in questo articolo); vorrei bensì affrontare la questione sotto un altro punto di vista.

A mio avviso questa proposta di legge non fa altro che riproporre la questione di cosa sia in realtà il rapporto di filiazione paterna: in altri termini, e riprendendo un noto detto popolare: i figli sono di chi li fa o di chi li cresce?

 Il buonsenso popolare afferma che i figli sono di chi li cresce, ed io personalmente sarei tendenzialmente di questa idea, presupponendosi però che 1) il senso di appartenenza non vuol dire proprietà; 2) i figli in questione bisogna crescerli fin dall’inizio e avendoci rinunciato esplicitamente il genitore biologico.

In questo assunto però c’è qualcosa che non quadra, qualcosa che fa pensare.

 La letteratura mondiale ci narra delle incommensurabili tragedie derivanti dalla paternità sconosciuta: la psicologia, ad esempio, ci ha ben illustrato i traumi che subiscono le persone quando scoprono di essere figli adottivi, come anche la compulsività e la valenza emotiva profondissima della ricerca del genitore biologico, qualora ignoto. Tanto è che le banche del seme utilizzano procedure più che blindate per tutelare la privacy dei donatori.

Come anche conosciamo bene, da tanta letteratura e tanti casi di vita ogni giorno presenti sui media il grande significato attribuito in genere alla ricostruzione delle proprie radici, del proprio lignaggio ancestrale, o l’appartenenza ad una precisa discendenza, ad un determinato “sangue”.

 Queste considerazioni non vogliono dire che il principio “i figli sono di chi li cresce” non vale più, né significa introdurre forzosamente nel ragionamento elementi tratti direttamente dal nostro DNA, ma sono funzionali ad introdurre una precisa domanda: non potrebbe essere, forse, che il rapporto di paternità sia un qualcosa che in realtà va oltre la mera sfera psicologica, per investire strati ancora più profondi della persona, di tipo antropologico o spirituale? Nessuno vuole porsi questo dubbio?

none

da Gaetano Giordano, Psicanalista e psicoterapeuta in Roma, riceviamo e volentieri pubblichiamo un incisivo articolo in materia.

Di seguito all’intervento di Gaetano  si allega l’intervista originale al PM Barbara Bresci da cui sono state tratte le sue considerazioni.

Buona lettura.

Carlo Zijno


di: Gaetano Giordano

Barbara Bresci è il magistrato di Sanremo che ha aperto il più alto numero di fascicoli per stalking.

Ammette in questa intervista un dato: che che “molte vittime non sono tali, e sempre più spesso si ricorre alla querela del coniuge o del convivente per risolvere a proprio favore i contenziosi civili per l’affidamento dei figli o per l’assegno di mantenimento”.

Ciò nondimeno dichiara che ciò non significa che la legge sia sbagliata: “C’era e c’è un grande bisogno di norme a tutela delle donne. Significa però che occorre modificare la legge sullo stalking e integrarla, fornendo alle procure strumenti interpretativi più univoci ed efficaci. Aggiungerei anche un altro suggerimento. Quello di introdurre la procedibilità d’ufficio. In questo modo si creerebbero le condizioni per favorire una pre-selezione delle denunce. Insomma, una sorta di deterrente nei confronti di chi intende strumentalizzare lo stalking.”
Di applicare il reato di calunnia, o comunque di creare una legge che tuteli gli uomini da QUESTA FORMA DI STALKING, non se ne parla neppure, ovviamente…

Gaetano Giordano

_________________

Intervista integrale a Barbara Bresci:

«Stalking, legge giusta ma poco incisiva»
25 novembre 2009
  fabio pin
Il Secolo XIX

«Bene ha fatto il legislatore a colmare un vuoto che penalizzava le vittime, tuttavia la norma sullo stalking resta generica e incompleta. E, soprattutto, appaiono difficilmente inquadrabili le condotte che configurano il reato. Senza contare i limiti procedurali: fatta eccezione per alcune fattispecie riconducibili a specifiche aggravanti, l’azione penale può essere avviata solo su querela di parte». A parlare è il pm Barbara Bresci, titolare del maggior numero di fascicoli per stalking aperti dalla Procura di Sanremo.
Pubblico ministero a Sanremo dal luglio del 2006, la dottoressa Barbara Bresci è il magistrato che dall’introduzione del nuovo reato nel nostro ordinamento (febbraio 2009), ha aperto il più alto numero di fascicoli per stalking.
«Eviterei di personalizzare. Meglio illustrare l’argomento attraverso le statistiche che registra complessivamente la Procura di Sanremo,. Statistiche che dicono che dall’applicazione della legge, ovvero negli ultimi otto mesi, sono stati avviati più di sessanta procedimenti, con una media di due denunce a settimana. Non ho idea se si tratti o meno di un record, certo è che i casi sono molti e impegnano in modo crescente i nostri uffici e la polizia giudiziaria».

In cosa consiste la «genericità» della norma?
«Significa che le procure sono costrette a interpretare la legge, con il rischio di concedere troppo spazio alla discrezionalità. Mi spiego. Il legislatore stabilisce che i presupposti che configurano il reato di stalking sono sostanzialmente tre, ovvero che la presunta vittima, a seguito di pressioni, persecuzioni, minacce, violenze e quant’altro, viva una condizione di ansia, abbia timore per la propria incolumità e che a causa delle condotte dello “stalker” venga costretta a modificare le sue abitudini di vita e di relazione. Inoltre, la legge parla di condotte reiterate, senza fornire parametri di riferimento precisi e omogenei. In questo modo diventa difficile inquadrare lo stalking e diversificare il reato rispetto alle singole contestazioni di molestie e maltrattamenti in famiglia. Per non parlare, poi, dei rischi di strumentalizzazione della giustizia penale, che aumentano in maniera proporzionale all’incremento dei fascicoli per stalking».
Vuole dire che molte vittime non sono tali?
«Spiace constatarlo, ma è così. Sempre più spesso si ricorre alla querela del coniuge o del convivente per risolvere a proprio favore i contenziosi civili per l’affidamento dei figli o per l’assegno di mantenimento. Non sono rari i casi che, a controversia sanata, le querele vengano rimesse, con buona pace per le risorse professionali ed economiche investite dagli inquirenti allo scopo di istruire i fascicoli e raccogliere gli elementi probatori a carico degli indagati».
Ciò non significa che la legge sia sbagliata, o meglio che siano sbagliati i valori che l’hanno ispirata.
«Naturalmente no. Lo ripeto c’era e c’è un grande bisogno di norme a tutela delle donne. Significa però che occorre modificare la legge sullo stalking e integrarla, fornendo alle procure strumenti interpretativi più univoci ed efficaci. Aggiungerei anche un altro suggerimento. Quello di introdurre la procedibilità d’ufficio. In questo modo si creerebbero le condizioni per favorire una pre-selezione delle denunce. Insomma, una sorta di deterrente nei confronti di chi intende strumentalizzare lo stalking. Inoltre si eviterebbe che sua durante la fase istruttoria che addirittura al dibattimento, le vittime, su pressione dell’imputato, rimettano la querela».
Capita spesso?
«Purtroppo sì. Anche in casi molto gravi, che in precedenza avevano portato all’emissione di una misura cautelare. Per ovvi motivi di riservatezza non posso entrare nel merito dei singoli episodi, ma ancora di recente mi è stato comunicato dal difensore e dalla parte civile che una coppia ha espresso la volontà di tornare insieme dopo che, durante l’indagine, avevamo accertato episodi gravissimi a carico dell’uomo».
In questi casi si può procedere per calunnia?
«Solo quando le accuse della vittima si dimostrato totalmente infondate. Ma quando lo stalking è reale, supportato da inequivocabili riscontri probatori, non si può fare altro che prendere atto della volontà manifestata dai due soggetti e archiviare il procedimento».
E’ altrettanto vero che cominciano a fare statistica anche le prime condanne.
«Sì, ma la legge sullo stalking è molto recente e nella maggior parte dei casi i procedimenti sono ancora in fase istruttoria. Occorrerà ancora un po’ di tempo prima che si vada a regime. Solo allora potremo avere un quadro più attendibile. Posso dire, però, che l’eccessiva discrezionalità della norma ha conseguenza negative anche in sede di giudizio. Non sono rari i casi in cui è stato riqualificato il capo d’imputazione o che il giudice abbia derubricato lo stalking».
In ultimo, capitolo intercettazioni. Sono possibili per lo stalking?
«Lo sono, ma solo a determinate condizioni. Cioè quando si prospettano delle aggravanti, in particolare quando il reato è commesso ai danni di una minore, di una disabile o di una donna in gravidanza. Oppure quando le condotte dell’indagato sfocino in conclamate e reiterate forme di violenza fisica o sessuale. Ma anche qui la norma è generica: come si quantifica la condotta reiterata. Forse che una donna debba essere massacrata di botte più di una volta per essere considerata vittima di stalking?».

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C’è un solo avventuriero al mondo, e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. Gli altri, i peggiori avventurieri, non sono nulla, non lo sono per niente al suo confronto. Tutto è sapientemente organizzato contro di lui. Fa pena, è esposto a tutto, ai quodlibet, alle ingiurie, al peggio di tutto: a una sorta di riprovazione, di malevolenza universale, di presa in giro, di tacita ingiuria

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Il padre è insegnante e maestro. E’ mentore e modello di comportamento. E’ l’esempio del successo e lo sprone al suo raggiungimento. ……..Conosciamo le statistiche: i bambini che crescono senza la figura del padre sono molto più facilmente soggetti a lasciare la scuola, a compiere crimini e a finire in prigione. Sono anche molto più facilmente vittime di disturbi comportamentali…

...di Claudio Risè:

Una società siffatta, "senza padri", nella quale tutti dunque rimangono "figli", é, come dimostrano le cronache, infantile, e sostanzialmente perversa. Perché sia così lo spiego in tutti i miei libri, ma lo faceva già benissimo Sigmund Freud nel 1905, non osando peraltro pensare che le patologie individuali da lui descritte diventassero endemiche, e venissero addirittura promosse dall'organizzazione sociale, attraverso la "rimozione" della figura che nell'essere umano ne impedisce lo sviluppo: il padre, appunto.

...di Oriana Fallaci:

Oh, non mi fraintenda: capisco anche il concetto di paternità. Lo vedrà nel mio romanzo, se farò in tempo a finirlo. Lo capisco così bene che parteggio con tutta l'anima pei padri divorziati che reclamano la custodia del figlio. Condanno i giudici che quel figlio lo affidano all'ex-moglie e basta, e ritengo che nella nostra società oggi si trovino più buoni padri che buone madri. (Segua la cronaca. Quando un padre impazzito ammazza un figlio, ammazza anche sé stesso. Quando una madre impazzita ammazza un figlio, non si ammazza affatto e va dal parrucchiere)

...di Alain Minc:

Alla parola parità, i deputati si mettono sull'attenti. Alla parola donna, tremano. Il vostro potere è assoluto: i parlamentari cercano di anticipare i vostri desideri, come i cortigiani di un Luigi XIV o di un Napoleone

luoghi di culto


in città, la popolazione di fede cristiana usa pregare in questo modo:

Ave Giuseppe, pieno di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetto fra gli uomini, e benedetto è il frutto del seno della tua Sposa, Gesù. Ave Giuseppe, padre putativo di Cristo, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

in città, la popolazione di fede islamica ama ricordare nelle proprie proghiere il versetto 33 della sura XXXI (Luqmân):

Uomini, temete il vostro Signore e paventate il Giorno in cui il padre non
potrà soddisfare il figlio né il figlio potrà soddisfare il padre in alcunché. La
promessa di Allah è verità. Badate che non vi inganni la vita terrena e non vi
inganni su Allah l'Ingannatore.

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  • febbraio 2010. Siamo alle porte di una presa di coscienza collettiva per questa metà del cielo?

    Avevo iniziato l’anno non senza una punta di pessimismo. Il 2009 infatti potrà essere ricordato a ragione come  una specie di annus horribilis per la questione maschile.
    Dalla falsa emergenza stupri ed il conseguente incrudelimento del principio di inversione dell’onere della prova (si badi bene: non l’incrudelimento delle pene, che sarebbe anche condivisibile, ma dell’inversione dell’onere della prova), [...]

    (Nessun commento)

  • Gennaio 2010. Benvenuti alla Tortuga

    Era già da tempo che navigavo sugli oceani di Internet con la mia agile caravella, che si chiamava MetroMaschile, registrata presso il porto di blogger.
    I passeggeri aumentavano di giorno in giorno e fu così che ad un certo punto mi resi conto che avrei dovuto senza dubbio upgradarla.  In realtà, sognavo un galeone. Ma come [...]

    (Nessun commento)

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