articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 27 febbraio 2009

 Regia di Ridley Scott, USA 2000, premio oscar per: miglior film, miglior attore, migliori costumi, migliori effetti visivi, miglior sonoro.

Ho avuto il piacere di rivedere alcune sere fa questo film che ormai costituisce un classico. La storia è arcinota e non è il caso di ripercorrerla, così come non è il caso di ripercorrere le intense emozioni che Massimo ci può dare quale esempio perfetto di pietà virile, dedizione familiare, lealtà di vero guerriero e coraggio.

L’oggetto della mia attenzione rivedendo questo film è piuttosto il rapporto tra il vecchio Marco Aurelio e suo figlio Commodo. Non sappiamo (almeno non io) come andarono le cose tra i due, storicamente parlando (anche se sappiamo che Commodo venne comunque associato al trono da suo Padre): possiamo però dire che, per come descritto nel film, tale rapporto rappresenta un esempio da manuale di separazione tra Padre e figlio, un vero e proprio caso di mancato riconoscimento di paternità.

Commodo vorrebbe essere riconosciuto come figlio ed erede (soprattutto spirituale) dell’imperatore, e quest’ultimo vorrebbe riconoscerlo, ma questa è materia in cui volere non è potere. E’ terribile la scena della confessione tra i due, che culminerà nel parricidio successivamente al quale Commodo si abbandonerà definitivamente ai lati peggiori della sua persona: perversione, tradimento, vigliaccheria. Come anche è da manuale la sua gelosia per l’incolpevole Massimo. Ma così è la vita, quando l’odio irragionevole ci acceca.

Come è avvenuta la separazione tra Marco Aurelio e Commodo? Quando e perchè? Non è dato di saperlo, anche se qualche indizio può darcelo la relazione morbosa tra Commodo e sua sorella.

Relazione morbosa il cui risultato sarà il mostruoso rapporto che lo stesso Commodo avrà con il nipotino, in bilico tra appropriazione di una paternità non propria e volontà di distruggere la sorella in quanto non consenziente (perlomeno non completamente) a tale appropriazione: aspetto, quest’ultimo, che evidentemente andava ad infrangere un qualche schema mentale già consolidato – chissà come, chissà quando – dello stesso Commodo…

Un film senza tempo e tutto da meditare, quindi. E congratulazioni agli sceneggiatori per la coerenza del quadro per quanto riguarda i rapporti psicologici sulla paternità.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 6  gennaio 2009

 Domenica mi sono recato con mio figlio a vedere Madagascar 2. Ammetto che ero piuttosto diffidente, in seguito a quanto avevo potuto leggere alcuni giorni fa su un agghiacciante articolo di Concita De Gregorio che, a proposito di questo film, affermava “In sala per Madagascar 2 campione d’incassi, per esempio, i bambini ridono a crepapelle delle scimmie sindacaliste che pretendono il «congedo per maternità» pur essendo tutti maschi. Una parodia del sindacato dedicata a pubblico in età prescolare. Modelli di comportamento moderni, vedremo gli esiti, basta aspettare.”

Vedendo il film, mi sono dovuto ricredere: la scena dei babbuini in maternità è soltanto una battuta che viene pronunciata in un contesto innocuo, né erano presenti altri “modelli di comportamento moderni”, che avrebbero comportato spiegazioni o “interpretazioni”.

Anzi, devo dire che si tratta di una bella storia di padri e figli e se la pellicola ha un limite secondo me è proprio quello di essere ispirata un po’ troppo a “il re leone”, dal quale sembra aver preso di peso interi pezzi di sceneggiatura.

Un film da vedere, insomma, senza stare troppo a badare a quanto detto dalla De Gregorio: ma, forse, per “modelli di comportamento moderni” intendeva proprio le storie di padri e figli…

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 30 settembre 2008

La recente scomparsa di Paul Newman mi ha riportato alla mente un film della fase finale della sua carriera, un’interpretazione che ho considerato magistrale nell’ambito di un film che mi è rimasto letteralmente nel cuore.

 Sto parlando della nota pellicola del 2002 di Sam Mendes intitolata “Road to perdition”, arrivata in Italia con il titolo di “Era mio Padre”. Di solito nella traduzione dei titoli – in qualsiasi traduzione, aggiungerei – si perde sempre qualcosa a livello di significati, ma in questo caso possiamo dire che è avvenuto esattamente il contrario.

 Il film tratta della rovinosa fuga (e successiva vendetta) del killer Micheal Sullivan (intepretato da Tom Hanks) attraverso gli Stati Uniti in compagnia di suo figlio dodicenne, unici scampati allo sterminio della loro famiglia conseguente al fatto che il ragazzo aveva assistito ad una strage di mafia perpetrata da Connor Rooney, il figlio del boss, già geloso dello stesso Sullivan/Hanks in quanto collaboratore preferito di suo padre (per l’appunto Paul Newman).

 L’opera non ha avuto grande successo da parte della critica, che ha lamentato carenze ed aspetti scontati negli sviluppi della storia, un’impostazione altamente commerciale dell’ambientazione, una certa lentezza, un voler tenere in piedi il tutto solo con l’apporto delle grandi star presenti (Tom Hanks, Paul Newman, Jude Law, tanto per fare qualche nome).

 Dico senza mezzi termini che secondo me la critica ha ragione dal punto di vista strettamente tecnico, ma dico altrettanto chiaramente che il successo di pubblico era inevitabile allo stesso modo in cui era inevitabile il grande coinvolgimento emotivo che genera la pellicola.

 La storia infatti a mio avviso tratta di una specifica fase della vita di ogni uomo. Nell’età infantile, dai 2-3 fino ai 7-8 anni circa, c’è un periodo abbastanza lungo in cui il bambino se non riceve input che lo spingano in una differente direzione vive nella venerazione del proprio Padre, che ai suoi occhi risulta il più bello, il più forte, il più abile, etc. Questo comportamento – che gli specialisti in genere riconducono al processo di identificazione sessuale ma che a mio avviso ha radici più profonde – viene poi sostituito dalla disillusione quando si scopre, con il progredire della maturazione intellettuale, che alla fine papà è uno come gli altri non esente da difetti e limiti, o addirittura con caratteristiche che posso essere etichettate (dal bambino o dalla società) come disgustose (fumare, bere, etc.). Successivamente ancora, avviene l’accettazione di questa parte “difettosa” del padre, ed il suo giusto inquadramento in una dimensione umana sovrapponibile a quella di qualsiasi altro uomo.

 C’è, insomma, dapprima la scoperta del lato nobile (bello, forte, saggio, etc.) del padre, poi del lato non – nobile (limiti, difetti, problemi, aspetti sgradevoli) ed infine la composizione di questa figura in una chiave realistica paragonabile alla propria, e che quindi finisce per far risaltare sostanzialmente il Padre nobile in quanto, a parità di difetti e limiti con il figlio, ha tanta più esperienza, saggezza, significati. Il padre carnale, terrestre, finisce così per “fasarsi” con il padre astratto, archetipico.

 Vorrei dire, ma è una mia idea personale ed in quanto tale opinabile, che non si è veramente uomini se non si sono compiuti tutti questi passi.

 Il lato affascinante del film (che secondo me spiega il successo avuto ed i sentimenti che riesce a smuovere) è che il giovane Michael Jr questi passaggi li compie tutti nel breve tempo del suo personale viaggio “to Perdition”. Si comincia da quando il bimbo chiede insistentemente alla Madre quale sia il mestiere di papà, si passa per l’atroce rivelazione della realtà (massacro di mafia), si arriva infine al padre come riferimento unico durante il viaggio ed infine al dialogo ed alla riscoperta.

La dimostrazione che questo processo è in realtà il vero soggetto del film sta proprio nella frase finale del giovane Michael Jr, allorquando alla domanda “ma alla fine, tuo padre era buono o cattivo?” risponde semplicemente: “era mio Padre”.

 Il che testimonia per l’appunto che con la sua completa accettazione del Padre il processo si è concluso e rappresenta a mio avviso un titolo di gran lunga più azzeccato di quello originario.

 Tale asse portante del film informa di se tutta la storia, collegandosi variamente anche ad altre tematiche tipicamente maschili: il problema del riconoscimento (Rooney/Newman e suo figlio); la eterna rivalità tra fratelli (rapporto tra Sullivan/Hanks e il figlio di Rooney/Newman), il segreto incomprensibile del Padre (rapporto tra Sullivan/Hanks e sua moglie).

Non a caso, se andate a fare un giro (io l’ho fatto) sui siti che ospitano i commenti degli spettatori, i più colpiti dal film risultano essere proprio gli uomini…

Un film completo e complesso insomma, che non può mancare nella nostra filmografia ed in cui Paul Newman riesce ad azzeccare in pieno la parte assegnatagli proprio recitando semplicemente se stesso: un uomo anziano, navigato e saggio quanto scanzonato e determinato. E pure simpatico. Una sorta di super – Padre ideale idealizzato la cui ombra si proietta per tutta la storia.

Con buona pace della critica ufficiale, che non è stata tenera con lui in questa interpretazione.

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articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 15 settembre 2008

Nel rivedere alcuni giorni fa Mississippi Burning , per la millesima volta, ho improvvisamente realizzato che finora nessuna analisi è stata in grado di svelarne un tesoro nascosto, accuratamente celato nelle pieghe del rapporto tra i due protagonisti principali. Ripercorriamo la trama tenendo d’occhio i due e capirete di cosa sto parlando.

 Nel giugno 1964 tre attivisti dei diritti civili vengono assassinati nella contea di Jessup, Mississippi. Arriva l’FBI, impersonato dagli agenti Ward (William Dafoe) e Anderson (Gene Hackman) che fin dall’inizio si configurano come opposti: Anderson/Hackman è tanto attempato, disilluso, incolto, poco ortodosso nella professione quanto Ward/Dafoe è giovane, motivato, istruito, perfettamente padrone della “prassi dell’FBI” che ama citare di continuo e che applica pedissequamente (tra i due infatti il capo è lui): sembra quasi che l’anziano gli sia stato affiancato semplicemente perchè conosce il territorio, essendo di quelle parti.

 Questa contrapposizione di personalità si gioca per tutto il film, facendo intravvedere una sorta di scontro generazionale tra i due sul filo degli eventi di una indagine il cui ostacolo principale è costituito dall’omertà della contea, dove il KKK può contare su importanti complicità (tra cui lo sceriffo, il sindaco e notabili vari). Nella prima parte della storia infatti il tentativo da parte del KKK di insabbiare il tutto o di “buttarla in politica” (yankee del nord venuti a provocare povera gente semplice del sud che tutela le proprie tradizioni) sta quasi per riuscire, anche a causa dell’inapplicabilità della prassi dell’FBI in un contesto di violenza crescente, collaborazioni zero e di risultati nulli malgrado gli ingenti sforzi.

In questa fase il povero Anderson/Hackman è praticamente emarginato dalle decisioni. Tenta di ragionare con il suo giovane capo ma i suoi tentativi si scontrano con la prassi dell’FBI e con la sicumera del giovane nel giudicare la scarsa ortodossia professionale e ideologica del collega.

A mio avviso, tuttavia, non credo che si possa parlare – in questo contesto – di vero scontro generazionale, perchè questo è notoriamente funzionale a contestare il potere della vecchia generazione, mentre qui il potere invece è già saldamente in mano alla nuova. Nè possiamo dire che l’oggetto degli strali del giovane Ward/Dafoe siano effettivamente per la disillusione e la demotivazione del vecchio Anderson/Hackman: perché, alla fine, se ascoltiamo con le orecchie giuste quanto ci dice l’anziano nei dialoghi, scopriamo che la sua determinazione professionale ed il suo “allineamento ideologico” con i valori anti-aparthaid sono pari almeno a quelli del giovane.

Quello che gli viene sostanzialmente contestato è il metodo, ossia quel crudo realismo nell’affrontare le cose che è tipico di chi in quel posto c’era, conosce il territorio e le persone, e saprebbe bene quello che si deve fare ma che non gli si permette di fare. Una sorta di sintonia profonda con la realtà, che il giovane non possiede. In altri termini Ward/Dafoe, imbevuto di idee astratte non ancora metabolizzate alla luce dell’esperienza, contesta all’anziano quella che potremmo definire la sua saggezza: ed in questo, come dicevamo, non c’è uno scontro generazionale di tipo classico, quanto piuttosto l’insofferenza del giovane e la sua resistenza all’idea che benché “uomo fatto” e in piena carriera, debba ancora per una volta esercitare la propria umiltà.

Come era prevedibile con questi presupposti i due arrivano allo scontro aperto tra schiaffi e pistole spianate, una lotta furibonda in cui il giovane minaccia di uccidere il collega, gesto a mio avviso altamente simbolico a maggior ragione che la scintilla che scatena la colluttazione è di tipo sessuale (Ward/Dafoe rinfaccia a Anderson/Hackman di “divertirsi con le testimoni”, parlando a proposito della “amicizia” di quest’ultimo con la moglie del vice-sceriffo Pell, testimone chiave dell’indagine).

E’ un punto di rottura, di svolta della storia, perchè una volta consumata la scenata Ward/Dafoe incredibilmente ed inspiegabilmente concede che “Ebbene, Signor Anderson, faremo a modo suo”.

In quel momento inizia la seconda parte del film, che cambia completamente ritmo e tono. In breve l’incantesimo che aveva paralizzato le indagini viene infranto, isolando di volta in volta ognuno dei “cattivi” (si sa che questi ultimi fuori dal branco sono impotenti perché vili) e smontando in questo modo il muro di gomma mattone su mattone finchè tutti i responsabili dell’eccidio finiscono per essere smascherati e puniti. Il bello, in questa seconda fase della storia, è che i rapporti tra i due protagonisti migliorano sensibilmente, quasi che il giovane desiderasse, nel profondo, di essere diretto dall’anziano e non viceversa.

Per concludere, sembrerebbe che siamo in presenza di una bella storia a lieto fine tra Padre e figlio, ma che – soprattutto – siamo in presenza di una storia che ci descrive con grande efficacia un passaggio fondamentale della vita di ogni uomo (ma non tutti lo fanno): il ritorno all’umiltà (ed è questo a mio avviso il tesoro nascosto del film).

Sto parlando di quel momento della nostra giovinezza in cui ci si rende conto che tutte le iniziazioni e consacrazioni della vita da adulto che abbiamo appena ricevuto e per le quali abbiamo anche lottato (laurea, lavoro, potere) non sono affatto sufficienti alla nostra definizione, alla nostra auto-descrizione, e quindi si avverte un senso di vuotezza, di inutilità del vissuto recente e delle fatiche fatte.

E’ una mancanza di centratura la cui soluzione non sta nei riconoscimenti che il mondo esterno ci può dare, ma nel dialogo con il nostro personale mondo di riferimenti maschili e primo fra tutti il padre interiore, simboleggiato dal saggio anziano. Figure nei confronti delle quali, in quel tipo di passaggio, si avverte nettamente – ma si avversa altrettanto nettamente – la necessità di porsi in ascolto e quindi la necessità di tornare (per restarci) in una situazione per l’appunto di umiltà.

E’ un momento che può essere anche molto duro ed infatti ritengo che l’aggressività del giovane Ward/Dafoe nei confronti di Anderson/Hackman derivi anche da questo: dalla sofferenza inconscia generata da questo passaggio sommata alla consapevolezza che l’anziano lo sta suo malgrado spingendo verso questo tipo di processo personale.

Che è poi uno dei compiti del Padre nei confronti del figlio.

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Tratto da “Avvenire” del 1° dicembre 2009.

Articolo di: Giacomo Vallati


 E’ possibile che un artista racconti qualcosa che non sia se stesso? «No. Perlo­meno, non per me. In tutti i miei film io non sono riuscito a far altro che parlare di me». Torna dunque alla sua terra e alla sua storia persona­le, in una sorta di ‘viaggio nella me­moria’ in forma di commedia, Ser­gio Rubini. Con L’uomo nero – dal 4 dicembre in 200 cinema – eccolo re­cuperare i suoi giorni di ragazzino pugliese, vivace e curioso, figlio di un padre che sembra bizzarro e di­stante e che lo delude fino al giorno in cui – ormai cresciuto e tornato al suo capezzale per l’estremo saluto – non scoprirà che egli era tutt’altro che ‘l’uomo nero’ (cioè negativo e tirannico) che lui credeva.

«Nella vita di tutti arriva il momen­to in cui il figlio deve staccarsi dal padre – riflette l’attore-regista –. È un distacco duro, che assomiglia ad un’uccisione, perché nasce spesso da una valutazione negativa del ge­nitore, vista quasi fosse quella di un nemico. Ma poi passano gli anni, ti accorgi che il ‘nemico’ non era tuo padre, in quanto persona; ma il ruo­lo che lui interpretava nella tua vi­ta. L’immagine che tu, figlio, gli at­tribuivi. E allora qualcosa si scioglie. L’uomo che era nascosto nel padre recupera credibilità; si può tornare a stimarlo, ad amarlo».

Questa la scoperta che Fabrizio Gi­funi (il bambino cresciuto, nella par­te del ricordo interpretato dal pic­colo Guido Giaquinto) fa al capez­zale del padre (lo stesso Rubini), ca­postazione con talento da pittore, completamente sottovalutato dagli intellettuali del paese dove vive con la dolce e concreta moglie ( Valeria Golino) e con l’estroso zio ‘vitello­ne’ (Claudio Scamarcio). La fru­strazione per le sue capacità mi­sconosciute è talmente forte da gua­stare i rapporti coi familiari, e da spingere il piccolo figlio a evadere dalla realtà, grazie ad una fantasia  accesissima e visionaria.

«Questo film è più autobiografico degli altri – confessa l’autore (anche sceneggiatore, assieme a Domeni­co Starnone e Carla Cavalluzzi) – e quindi più degli altri è una ’sincera menzogna’. Nel senso che è pro­prio quando parli più esplicita­mente di te, che racconti le cose co­me vorresti che fossero andate, non come sono andate veramente. Ne L’uomo nero, insomma, ci sono tut­te le parole e gli incontri che avrei voluto fare e che invece mi sono sfuggiti».

Ma perché tornare così spesso al passato? «Perché per me è l’unico modo per essere me stesso. Me ne andai dal paese che avevo solo 18 anni. Imparai a parlare italiano per poter recitare e diventai subito un altro. Oggi solo tornando indietro recupero quel che sono davvero».

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Il padre è insegnante e maestro. E’ mentore e modello di comportamento. E’ l’esempio del successo e lo sprone al suo raggiungimento. ……..Conosciamo le statistiche: i bambini che crescono senza la figura del padre sono molto più facilmente soggetti a lasciare la scuola, a compiere crimini e a finire in prigione. Sono anche molto più facilmente vittime di disturbi comportamentali…

...di Claudio Risè:

Una società siffatta, "senza padri", nella quale tutti dunque rimangono "figli", é, come dimostrano le cronache, infantile, e sostanzialmente perversa. Perché sia così lo spiego in tutti i miei libri, ma lo faceva già benissimo Sigmund Freud nel 1905, non osando peraltro pensare che le patologie individuali da lui descritte diventassero endemiche, e venissero addirittura promosse dall'organizzazione sociale, attraverso la "rimozione" della figura che nell'essere umano ne impedisce lo sviluppo: il padre, appunto.

...di Oriana Fallaci:

Oh, non mi fraintenda: capisco anche il concetto di paternità. Lo vedrà nel mio romanzo, se farò in tempo a finirlo. Lo capisco così bene che parteggio con tutta l'anima pei padri divorziati che reclamano la custodia del figlio. Condanno i giudici che quel figlio lo affidano all'ex-moglie e basta, e ritengo che nella nostra società oggi si trovino più buoni padri che buone madri. (Segua la cronaca. Quando un padre impazzito ammazza un figlio, ammazza anche sé stesso. Quando una madre impazzita ammazza un figlio, non si ammazza affatto e va dal parrucchiere)

...di Alain Minc:

Alla parola parità, i deputati si mettono sull'attenti. Alla parola donna, tremano. Il vostro potere è assoluto: i parlamentari cercano di anticipare i vostri desideri, come i cortigiani di un Luigi XIV o di un Napoleone

luoghi di culto


in città, la popolazione di fede cristiana usa pregare in questo modo:

Ave Giuseppe, pieno di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetto fra gli uomini, e benedetto è il frutto del seno della tua Sposa, Gesù. Ave Giuseppe, padre putativo di Cristo, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

in città, la popolazione di fede islamica ama ricordare nelle proprie proghiere il versetto 33 della sura XXXI (Luqmân):

Uomini, temete il vostro Signore e paventate il Giorno in cui il padre non
potrà soddisfare il figlio né il figlio potrà soddisfare il padre in alcunché. La
promessa di Allah è verità. Badate che non vi inganni la vita terrena e non vi
inganni su Allah l'Ingannatore.

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  • Maggio 2010. Rifiuta il bavaglio!!

    riceviamo via email da Fabio Nestola (presidente della FENBI) e pubblichiamo l’articolo incollato di seguito, di cui non conociamo l’autore,  ma in cui questa redazione e questa testata si riconoscono totalmente ED ANZI NE FANNO IL PROPRIO EDITORIALE.  
    Qualora infatti fosse possibile da parte del governo censurare o multare o comunque in qualsiasi modo reprimere l’attività dei blogger [...]

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  • febbraio 2010. Siamo alle porte di una presa di coscienza collettiva per questa metà del cielo?

    Avevo iniziato l’anno non senza una punta di pessimismo. Il 2009 infatti potrà essere ricordato a ragione come  una specie di annus horribilis per la questione maschile.
    Dalla falsa emergenza stupri ed il conseguente incrudelimento del principio di inversione dell’onere della prova (si badi bene: non l’incrudelimento delle pene, che sarebbe anche condivisibile, ma dell’inversione dell’onere della prova), [...]

    (Nessun commento)

  • Gennaio 2010. Benvenuti alla Tortuga

    Era già da tempo che navigavo sugli oceani di Internet con la mia agile caravella, che si chiamava MetroMaschile, registrata presso il porto di blogger.
    I passeggeri aumentavano di giorno in giorno e fu così che ad un certo punto mi resi conto che avrei dovuto senza dubbio upgradarla.  In realtà, sognavo un galeone. Ma come [...]

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