IL PIONIERE (DEI PIONIERI)

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In questi giorni  – venticinque anni fa – Misterxy digitava la sua prima lettera di critica, smascheramento e condanna ad un quotidiano, in risposta ad articoli e commenti celebrativi dell’ingresso delle DD nelle Forze Armate, “conquista” femminista a quei tempi sognata e – apparentemente – irraggiungibile.  Ma poi raggiunta senza colpo ferire. Come le altre.

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Prima missiva cartacea di una serie ininterrotta di interventi lanciati in ogni direzione nel tentativo di spezzare il tabù, di incrinare la muraglia del conformismo assoluto, della cecità totale, della infinita viltà maschile.

In una solitudine vertiginosa, quel pioniere ha combattuto la giusta battaglia sopportando lo scherno e la derisione, subendo insulti e dileggi. Imperterrito, senza sbandamenti è stato la bussola di se stesso e ha continuato ininterrottamente a far sentire la nuova, antica verità. Non si sa di altre voci nel deserto di quegli anni.

Nella solitudine assoluta ha intuito, ha capito, ha riflettuto. Ha sentito, ha percepito e non ha avuto paura.

Nel buio più totale, senza aiuto,  senza appoggi e  senza la speranza di poterne trovare nella comunità prossima e men che meno altrove, ha perseverato, fino al giorno in cui, nata la rete, scoprì finalmente di non essere solo.

Bisogna avere una sensibilità straordinaria, un coraggio da temerari, una energia inesauribile, per entrare da soli nei continenti nemici dove  l’aria stessa è avvelenata e la tua presenza scandalosa.

In verità  la mia personale stima per quest’uomo va ben oltre, giacché si fonda su motivazioni ancora più profonde,  ma che sia stato il pioniere di questa nostra giusta battaglia è un fatto incontrovertibile che sta nella storia del Momas. Chapeau! Misterxy.

Vox clamantis in deserto, quando era deserto vero, a perdita d’occhio e salatissimo.

Poi venne il Web e fu un’altra Era.

Rino DV

3 com

Lettera inviata al Corriere delle Alpi (quotidiano di Trento & Belluno).  Significativo è il fatto che sia stata pubblicata e ciò su un giornale del Gruppo Espresso-Repubblica.  Forse il tabù non è più così granitico come un tempo. Forse.

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Corriere delle Alpi – 23/7/10

Disparità tra donna e uomo

La vicenda della paternità di C. Ronaldo ha dato adito a molti commenti negativi. La leggerezza e l’irresponsabilità, prima, e il modo con cui ha cercato poi di togliersi dagli impicci inducono a condividere la condanna del suo operato. Con quelle scelte ha cercato di limitare i vincoli derivanti da un incontro che intendeva (ma solo lui?) ludico e fuggevole, provando con ciò che,  se avesse potuto, avrebbe rifiutato il riconoscimento del neonato. Diritto che non aveva: la paternità non può essere rifiutata.

Ma confrontando l’assenza di opzioni da parte sua con quelle praticabili dalla partner, risalta un’asimmetria che ci sfugge sempre.

Infatti la donna può rifiutare la maternità con l’aborto e in certi paesi, come da noi, anche con lo storico istituto del parto anonimo. Due strade con le quali la donna ha la possibilità di rimediare alle leggerezze (sue e/o del partner) e di eludere le conseguenze dei suoi gesti. Se invece vuole tenersi il figlio all’insaputa del padre, non ha bisogno né di chiedere né di pagare. Una possibilità di scelta a posteriori,  una grande libertà che gli uomini non hanno.

Il cattivo giudizio su C. Ronaldo deriva appunto dalla nostra incapacità di confrontare la libertà dell’una con l’assenza di scelte dell’altro e così lo condanniamo per aver tentato di fare – in modo maldestro – quel che ogni donna ha il diritto di fare.

Vista da un altro pianeta, non sarebbe possibile trovare spiegazione ad una simile disimmetria sulla decisione più importante della vita, la sola irreversibile.  Questo squilibrio di potere vige in tutto l’Occidente e a tutti noi sembra cosa naturale, inevitabile e persino giusta. Oggi però questa opinione non è più universale.

RDV

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Paternità negata : denatalità e mine antiuomo.

Sono diversi anni che si fa un gran parlare della denatalità italiana dovuta ad alcuni fattori quali i costi della nascita e della crescita di un bambino, dei pochi e pessimi servizi a sostegno dell’infanzia,della mancanza di ammortizzatori economici da parte dello Stato, e di come altri come la Francia abbiano da tempo programmato e messo in atto politiche sociali a sostegno delle famiglie, specie se numerose.

Da lustri si mette in evidenza tutto quello che in qualche modo riguarda la vita economica della famiglia, stretta tra crisi sociale d’identità e crisi economica di sopravvivenza, affermando però che tutto quello che riguarda la natalità o la sua denatalità riguardi unicamente la donna madre, il suo insindacabile volere di mettere al mondo un figlio o peggio decidere se farlo nascere oppure no, ai suoi problemi legati con il mondo del lavoro,  escludendo dalle sue decisioni l’uomo/padre ed il suo ruolo fondamentale, dal concepimento alla fase successiva di crescita e di guida sociale, sostenendo che al massimo si assolva alla sua funzione di maschio inseminatore e  successivamente a quello di ufficiale pagatore per i soli bisogni materiali del bambino. A tutto il resto ci penserà la donna/ madre.

Non che le difficoltà economiche non ci siano e non sia vero quello precedentemente accennato, ma da più parti si vorrebbe sostenere che la denatalità è una questione esclusivamente femminile, legata ai suoi problemi di genere e non in generale dalla crisi dei rapporti uomo donna, alla guerra dei sessi scatenata in quest’ultimi anni con una ferocia esplosiva degna di una kamikaze talebana, ed alla crisi della famiglia attaccata da tutte le parti, sebbene ipocritamente sia difesa da alcuni che ne fanno bandiera solo in campagna elettorale.

Dall’osservatorio particolareggiato che ho nella Gesef, e dal confronto che ogni giorno ho con  tanti papà separati, (la mia stessa esperienza ne è una conferma), emerge un dato sconcertante e negativo nei suoi risvolti sociali e familiari.

In realtà sono gli uomini a sottrarsi  alla paternità, e la cosa riguarda tutte le categorie e tutte le generazioni di potenziali aspiranti padri.

Quelli separati, ancora giovani ed in età fertile che rinunciano in partenza perché traumatizzati dalla precedente esperienza che li ha visti annientati e massacrati come padri sotto ogni punto di vista  - morale, materiale, giuridico –, quelli non ancora separati che hanno capito come sono messe le cose nella società attuale e chi realmente comanda, e quelli giovani che dall’esperienza dei loro padri o dei loro amici cominciano una strisciante ribellione a tutto questo con crescente insofferenza verso il ruolo paterno.

La paternità è oggi negata, la paternità è oggi massacrata , la paternità è oggi …..fatta a pezzi.

Uccisa e fatta a pezzi da centinaia di mine antipadre che ogni giorno i giudici disseminano in tutto il territorio nazionale , innescate dalle loro sentenze di separazione, limitando nel migliore dei casi le frequentazioni paterne  e peggio impedendole totalmente ai primi accenni di conflittualità, sapientemente ed ad arte innescati anche da soggetti esterni la coppia.

Mine antiuomo, mine antipadre.

A migliaia,  disseminate ad ogni angolo e pronte ad esplodere appena ci metti il piede sopra. Qualcuno riesce miracolosamente ad evitarle, sebbene non sappiamo a quale prezzo morale e materiale ( e mi viene in mente la vicenda di Pappalardo in Puglia), mentre altri non ce la fanno, ed il pensiero più recente va a Maurizio Colaci di Galatina (tanto per restare in Puglia), stroncato da un’ infarto proprio ieri mattina, dopo un calvario fatto di separazione dal figlio, denunce strumentali, ufficiali giudiziari e chi più ne ha più ne metta.

Su centinaia di migliaia di bambini orfani di padre vivo, abbiamo sempre più spesso orfani di padri   ammazzati, che a volte esplodono facendo un gran rumore mediatico, ma il più delle volte implodono in silenzio ed in punta di piedi, nella più totale e drammatica solitudine.

A tutti loro va il mio pensiero ed il mio rinnovato impegno a non cedere, a non rinunciare, sebbene diventa ogni giorno più dura e sempre più una battaglia impari da combattere.

Alla denatalità italiana ormai ci pensano gli stranieri, mentre per le mine antipadre ci vorrebbe una gigantesca presa di coscienza politica e sociale ed un cambiamento culturale totale e  radicale, per un  riequilibrio dei ruoli genitoriali nella famiglia come nella società.

La nostra società,  senza i padri e con il continuo massacro di quelli rimasti, si sta sempre più trasformando in una società talebana, oscurantista e senza quei valori che per millenni hanno fatto il bene e la crescita dell’umanità.

Ma a chi spetterebbe fermare quest’eccidio, a chi è anche pagato per vigilare, legiferare, amministrare la giustizia, questo compito proprio non lo vogliono svolgere, anzi sembra tutto combinato per andare nella direzione opposta.

Ed allora non ci resta che attendere la fine, sebbene prematuramente ed inaspettatamente già arrivi per qualcuno di noi.

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Perchè è nata la Campagna del Fiocco Blu

L’iniziativa nasce dalla profonda ribellione  suscitata nel pubblico dalle trovate dei gruppi femministi – istituzionali e non -  in occasione del 25 novembre, Giornata Internazionale Contro la Violenza sulle Donne istituita dall’ONU qualche anno fa  che si è prolungata per circa due  settimane

Siamo veterani di estenuanti convegni, riunioni e dibattiti dove, insieme al consueto rosario di litanie circa la secolare oppressione della genialità femminile, vengono snocciolate  statistiche prive di qualunque scientificità riguardanti violenze ed abusi su donne e bambini. Ovviamene all’interno della famiglia ed esclusivamente ad opera di elementi maschili.

Fin qui tutto di prammatica.

La  liquidazione, negli anni, di un valido e riconosciuto contraddittorio e – peggio – il varo di normative che avallavano quelle tesi, hanno incoraggiato la truppa femminista ad alzare il tiro.

Tra  Firenze e Roma l’alleanza di due centri antiviolenza privati – Artemisia e Differenza Donna finanziati con fondi pubblici dai rispettivi enti locali e supportati dalle  Commissioni  Pari Opportunità di diverse città italiane – hanno dato vita alla Campagna del Fiocco Bianco.

Ovvero una forma più sottile di criminalizzazione maschile all’insegna dell’assunto:”so che tu non sei violento, ma se non ti schieri pubblicamente al nostro fianco urlando  contro gli uomini violenti, sei comunque colpevole perché loro complice!”

Ed il fiocco bianco indossato dagli uomini doveva rappresentare un segnale di schieramento al diktat, e di conseguente riscatto dalla colpevole complicità.

Nel dubbio che l’afflusso maschile all’iniziativa potesse scarseggiare – e difatti cosi è stato – le organizzatrici hanno pensato bene di convogliare qualche decina di ragazzi di una scuola superore romana, con la scusa di un “Seminario”. Traduzione: una vera e propria opera di indottrinamento  in stile terroristico.

Eravamo lì, il 7 dicembre , nella Casa Internazionale delle Donne di Roma, cinque persone della Gesef  (tre donne – una sociologa, una psicologa,  una insegnante – e due papà separati), per tutta la mattinata:  non ci è sfuggito nulla.

Ci eravamo presentati  per  avviare un confronto sul tema delle violenze domestiche  portando ovviamente il nostro punto di vista,  e indossando un fiocco blu segno di una ben diversa distinzione. Contavamo sull’intelligenza, ma anche sulla forza culturale, di chi pretende di rappresentare l’universo femminile, che pertanto non avrebbe indietreggiato davanti ad una sfida così flebile.

Ma non appena una giornalista dell’ANSA ha riconosciuto il presidente della Gesef, e si è avvicinata per raccogliere un suo parere, le organizzatrici l’hanno aggredita verbalmente ingiungendo a noi di andarcene poiché non gradivano in casa loro la presenza dei padri separati, i più violenti tra tutti gli uomini violenti oltretutto infiltrati.

La giornalista ha risposto per le rime trattandole malissimo. Vincenzo Spavone ha sottolineato, tra le altre cose,  che alcune delle  più importanti conquiste femminili – la legge sul divorzio e quella sull’interruzione di gravidanza – sono state proposte, discusse, sostenute e varate perlopiù da uomini, quando il parlamento era quasi totalmente al maschile e l’opinione delle donne comuni mortali – ovvero non femministe  – all’epoca era piuttosto ostile a tali rivoluzionari cambiamenti.

Abbiamo poi obiettato che la Casa Internazionale delle Donne è ospitata gratuitamente presso una  struttura – uno splendido monastero cinquecentesco – di proprietà pubblica e dove il Comune di Roma  ha provveduto al restauro ed alla manutenzione con i soldi di tutti i contribuenti.

Il livore ha toccato il diapason.

Nel frattempo in una piazza di Roma, largo Argentina, le seguaci del locale centro antiviolenza avevano già espresso tutta la loro creatività inalberando slogan copiati da ben altre fonti:

LA FAMIGLIA NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE !

LA FAMIGLIA UCCIDE !

Nel Comune e Provincia di Brescia invece era già in atto la più rozza campagna anti padre che la storia ricordi. I locali soviet femministi – Comitati alle Pari Opportunità – d’intesa con le rappresentanze sindacali locali presumibilmente femminili, hanno tappezzato le strade di manifesti che riproducono gli stereotipi più logori della misandria post sessantottina: il padre che picchia e trasmette ai figli maschi la violenza di genere. Due manifesti (una donna con un ochhio nero ed un ragazzino che picchia una bambina)  con la scritta ben in evidenza:

Gli occhi neri sono di suo padre                           Lo fa anche papà.

Non una condanna della violenza domestica nella sua complessità, che assume diverse sfaccettature  ed è catalogabile con diversi criteri; ma l’affermazione categorica che essa è appannaggio di un solo genere ed agita esclusivamente in famiglia. Un messaggio schoccante per la sua brutalità e profondamente diseducativo per le giovani generazioni. Prodotto con la complicità istituzionale e divulgato con i soldi dei contribuenti .

La  reazione dell’opinione pubblica, prima sussurrata poi sempre più rumorosa, è infine esplosa.

I firmatari del Documento per il padre (tra cui la Gesef), promosso dallo psicoanalista e scrittore Claudio Risé, hanno redatto una denuncia

Ed i media, che fino a quel momento sono apparsi piuttosto tiepidi quando non addirittura latitanti sull’intera ricorrenza della giornata contro la violenza sulle donne, si sono improvvisamente mobilitati.

I giornali hanno rimbalzato le denunce  con toni molti critici nei confronti della campagna anti-padre.

Ugualmente critico il servizio del TG2 13,00 del 11 dicembre (disponibile sul sito http://www.youtube.com/watch?v=wohEABug_1I ), dove l’intervistata Piera Maculotti della locale  Commissione Pari Opportunità difendeva l’efficacia comunicativa dei manifesti, ed auspicava anzi una salutare autocritica anche da parte dei padri “buoni”.

L’avvocato di Bologna  Massimiliano Fiorin, da sempre sensibile a queste tematiche, ha inviato una lettera durissima a tutte le sedi istituzionali coinvolte nell’iniziativa.

Rino della Vecchia di Belluno, Fondatore e animatore del Movimento Maschile Uomini3000 (www.uomini3000.it)  Sociologo e Saggista, ha espresso in uno scritto alla Sig.ra Maculotti come tale campagna di criminalizzazione avrà solo l’effetto di risvegliare negli uomini un moto di ribellione per riaffermare la loro dignità vilipesa.

Le sedi sindacali locali sono state tempestate di telefonate da parte di iscritti (uomini e donne) indignati, ed immediatamente hanno iniziato la retromarcia e  la  presa di distanze.

Il vaso era veramente colmo ed è traboccato. L’esito di una sollevazione così massicciamente disgustata non si è fatto attendere. Non solo è stata bloccata l’ulteriore diffusione della campagna anti-padre, ma i manifesti già in circolazione verranno rimossi, come riporta anche Il Giornale del 14 dicembre.

Non condividiamo però l’esordio del quotidiano.

Non è una vittoria dei papà, quelli buoni, quanto piuttosto la sconfitta  di un drappello di orfane del ’68, che  pur non avendo mai conosciuto il maschilismo sono rimaste prigioniere del più becero femminismo.

La campagna del Fiocco Blu nasce per dare uno STOP definitivo alla loro crociata, ormai fuori dalla storia e dalla realtà.

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Violenze in Famiglia:

Quando la vittima è l’uomo-padre

SCOPO CONOSCITIVO  DELL’INDAGINE

La violenza familiare rappresenta un fenomeno ampio e complesso, difficile da analizzare. La sua conoscenza, tuttavia, è essenziale per lo sviluppo a livello istituzionale, delle politiche e dei servizi necessari per affrontarli.

La GESEF, nell’ambito della sua conoscenza, esperienza e potenzialità operative,  ha realizzato l’indagine nel 2007, ma a tutt’ogi i dati sono sostanzialmente stabili su questo tema che si pone come obiettivo prioritario la conoscenza del fenomeno della violenza familiare subita dagli uomini-padri ad opera delle loro partners, in tutte le sue diverse forme, in termini di prevalenza ed incidenza, di caratteristiche di coloro che ne sono coinvolti e delle conseguenze per la vittima.

Questa prima parte dell’indagine si propone di rilevare e descrivere:

  • • l’estensione e le caratteristiche del fenomeno della violenza intrafamiliare di cui sono vittime gli uomini-padri;
  • • la dinamica e le peculiarità dei diversi episodi di violenza all’interno della coppia separanda/separata;
  • • il periodo in cui si è verificata la violenza, ovvero in costanza di matrimonio o convivenza, e successivamente    alla separazione/divorzio;
  • • le caratteristiche delle vittime, la loro reazione all’episodio di violenza e le conseguenze fisiche, psicologiche ed economiche delle violenze che hanno subito;
  • • i contesti in cui queste violenze si verificano;
  • • l’incidenza del sommerso, ovvero i motivi per cui esse vengono denunciate o meno;
  • • i possibili fattori di rischio e quelli protettivi a livello individuale e sociale;
  • • i costi sociali della violenza, riconducibili direttamente e indirettamente alla vittima e  alla società, misurati attraverso alcune ricadute negative come l’impossibilità della vittima di condurre le normali attività quotidiane,  l’utilizzo dei servizi sociali e sanitari, o i costi sostenuti per far fronte ai danni conseguenti.

TECNICA  DI  INDAGINE

L’indagine è stata condotta elaborando le dichiarazioni degli uomini-padri separandi/separati che si sono rivolti allo sportello di ascolto della GESEF, in concomitanza con quanto rilevato dalla documentazione giudiziaria ed amministrativa – laddove disponibile – presentata dai medesimi.

L’indagine è stata svolta su  26.800 uomini-padri, nel periodo dicembre 1998 dicembre 2006.

La fascia di età del campione in esame è compresa tra 24-59 anni. Il maggior numero di episodi di violenza di più grave intensità subito singolarmente dall’uomo-padre si rileva nella fascia di età 35-47.

Gli operatori – volontari dell’associazione – addetti all’ascolto sono stati 12.

La tematica particolarmente delicata ha richiesto di porre specifica attenzione a tutti gli elementi delle dichiarazioni, ampliando quanto più possibile la comprensione attraverso l’intervista libera.

Tale modalità di intervista ha richiesto una fase di progettazione per definire e meglio comprendere i contenuti oggetto di analisi: ovvero l’emersione delle diverse tipologie di violenza – fisica, psicologica, sessuale, economica – oltreché i fattori di rischio, le conseguenze, il contesto socio-culturale  e gli stereotipi della violenza. Ed ovviare ad una possibile sottostima del fenomeno, che può essere determinata dalla difficoltà delle vittime a riconoscersi come tali  o dal disagio a proporsi come tali,  e dal non aver pertanto maturato una consapevolezza riguardo alle violenze subite.

Le interviste sono state svolte con il supporto psicologico e legale di professionisti in materia.

Gli episodi di violenza rilevati dalle dichiarazioni degli intervistati sono stati suddivisi in tipologie così come percepite dai medesimi, e classificati in base agli indicatori elencati nelle tabelle.

Le categorie Convivenza e Post Separazione evidenziate  nelle tabelle indicano la fase di vita in cui il soggetto ha subito episodi di violenza: rispettivamente in costanza di matrimonio/convivenza anche durante la crisi di coppia, e dopo l’avvio del procedimento legale di separazione/affido dei figli minori. 

La categoria Abitazione è riferita all’abitazione coniugale o di convivenza, mentre Altrove indica qualunque altro luogo anche aperto (strada, giardino, parco, spiaggia), inclusa la nuova abitazione del soggetto dopo la separazione.

Alcune tabelle non riportano il totale percentuale poiché i dati non sono aggregabili: i singoli soggetti sono stati vittime di molteplici episodi di violenza in molteplici circostanze, in contesti diversi, alla presenza dei figli oppure alla presenza dei figli e terze persone contemporaneamente.

  1. La Violenza Fisica

Gli episodi di lieve e media gravità non vengono percepiti dai soggetti come reato: pertanto non vengono mai denunciati, e solo raramente rivelati nelle relazioni amicali o con altri familiari. Prevale un sentimento di vergogna ed umiliazione, nonché il dubbio di non essere creduti.

Solo il 5% degli episodi di maggiore gravità  - percepiti dal soggetto come pericolo per la propria vita e/o per i figli – viene denunciato alla autorità pubblica, in particolare nella fase di crisi della coppia o dopo la separazione. Tali denunce vengono spesso ritirate per arginare la conflittualità della controparte, oppure finiscono nel calderone del giudizio separativo.

In soli due casi si registra l’applicazione – da parte della magistratura – della vigente normativa che prevede l’allontanamento del familiare violento dall’abitazione, a carico della donna-madre. E solo tre casi contemplano la condanna penale – peraltro molto blanda – per l’autrice della violenza.

La maggior parte dei soggetti si limita a difendersi fisicamente. Chi ha reagito in maniera incontrollata è stato successivamente incriminato per violenze, passando così dallo status di vittima a quello di carnefice.

La consapevolezza dei vigenti stereotipi di genere -  in base ai quali la violenza coniugale si declina solo al maschile – è molto forte, ed ha acuito la sensibilità nell’intercettare la strategia provocatoria della partner che sfrutta al meglio tali stereotipi, soprattutto nella fase di crisi pre-separazione. Ma al tempo stesso ha esasperato la percezione di trovarsi in una trappola, dove qualunque azione diventa un boomerang.

Il 30% dei soggetti ha lasciato l’abitazione, soprattutto nei casi di violenza assistita da parte dei figli. Il che – pur costituendo una forma di difesa e tutela sia per il soggetto vittima che per i figli – si è poi trasformato in elemento accusatorio nel corso del giudizio separativo.

  1. La Violenza psicologica

In regime di convivenza la maggior parte dei soggetti percepisce tale violenza come lesiva della dignità personale e del ruolo familiare.

Dopo la separazione, la violenza subita è identificata principalmente come stato di perenne tensione vendicativa/distruttiva, ovvero strumento teso a corrodere la propria relazione con i figli essendo il soggetto deprivato di controllo e gestione autonoma della relazione medesima. I figli sono quasi sempre affidati a, o collocati presso, la madre.

Il Mobbing giudiziario è una strategia di bombardamento per procura – legittimato poiché non riconosciuto come tale – che utilizza impunemente l’apparato giudiziario-amministrativo. I soggetti vittimizzati in tal modo sviluppano stati di profonda angoscia, arrivando a non aprire più la cassetta per la posta o a non rispondere al campanello nel timore di vedersi recapitare ulteriori ingiunzioni.

  1. La violenza economica

In costanza di convivenza, oltre un terzo dei casi registra una resistenza da parte della partenr  lavoratrice retribuita alla condivisione equa delle spese inerenti l’abitazione ed il mantenimento dei figli, che incidono perlopiù sul reddito del soggetto vittima.

Dopo la separazione, la percezione di questa tipologia di violenza aumenta fino al 79% dei casi

Massima la percentuale di uomini-padri che percepisce come violenza maggiormente lesiva il ricatto posto in essere dalla partner circa lo scambio figli/soldi. Ovvero – sia in fase  di separazione, quindi la coppia ancora convivente, e/o successivamente – la concessione al proseguo della relazione padre/figli proporzionata all’entità del contributo economico e/o a benefici patrimoniali.

La consapevolezza che trattasi di un reato è molto forte, ma al contempo neutralizzata dal riscontro che tale aspetto è peculiare alla normale prassi di negoziazione nel contesto separativo, stante l’affidamento/collocamento dei minori alla madre dato per scontato dalla medesima e dagli operatori dell’apparato socio-legal-giudiziario.

L’assegnazione ed il godimento legale a titolo gratuito della casa coniugale alla partner, affidataria/collocataria dei figli minori, viene percepita come una sottrazione da parte del 59% dei soggetti, sia uniproprietari che proprietari in comunione. I soggetti infatti, in capo a molti dei quali grava o ha gravato il pagamento del mutuo, devono farsi carico delle spese per altra sistemazione, e non possono accedere all’edilizia residenziale pubblica in quanto già proprietari.

Il dato non è compreso nella contabilizzazione delle violenze, in quanto trattasi di evento determinato dalla prassi giudiziaria, non ascrivibile ufficialmente alla categoria di violenza familiare. In questo, come in altri aspetti, la violenza sta nel sistema che regola gli eventi separativi, ottimamente sfruttato da chi ne beneficia.

Nel 65% dei casi in esame, il carico delle spese legali – anche conseguenti il mobbing giudiziario – ha totalmente prosciugato le risorse del soggetto vittima, costringendolo ad indebitarsi presso parenti e/o terzi.

Il tenore di vita, che automaticamente si deteriora dopo la separazione, si situa così ai livelli di mera sopravvivenza e talvolta neppure quella. Il 37% del campione registra uno scivolamento sotto il livello di povertà, considerati i parametri in uso presso le istituzioni pubbliche per la misurazione del welfare nazionale.

Nel caso di lavoratori autonomi si rileva altresì il mancato guadagno, conseguente il tempo sottratto all’attività ed impegnato alla difesa legale, alle conseguenze delle denunce strumentali e del mobbing giudiziario.

Trattasi pertanto di una consistente porzione di risorse che, anziché essere impiegate per il benessere dei soggetti coinvolti – sia la vittima sia la partner abusante –  e per il futuro dei loro figli, confluisce parassitariamente  nel sistema legale-burocratico.

I danni che ne derivano per la futura generazione e per l’intera società sono oggetto di studio in altra indagine.

4.  La Violenza sessuale

In questa tipologia vengono inclusi quei processi od episodi che, pur non attenendo a specifiche violazioni fisiche, producono effetti devastanti sulla personalità e nell’ambito psico-fisico dell’uomo vittima, equiparabili e talora superiori a quelli dello stupro subito dalla donna.

Il radicamento socio-culturale di stereotipi di genere, che stigmatizzano esclusivamente l’uomo come soggetto violento ed abusante e dall’altra parte come refrattario all’assunzione di responsabilità, non concede spazi di equa valutazione da parte degli operatori socio-giudiziari chiamati ad intervenire.

Non è culturalmente riconosciuta la vittimizzazione del soggetto maschile per tali tipologie di violenza, e pertanto non esiste alcun sistema di prevenzione, sanzione dell’abusante, tutela e sostegno della vittima, sia sul piano legislativo-giudiziario che sanitario-psicologico.

La denuncia strumentale di molestia o abuso sessuale sui figli  riguarda il 33% degli uomini-padri.

E’ percepita dagli stessi come l’atto di violenza più crudele, che stravolge in profondità l’equilibrio psico-affettivo del soggetto denunciato, la sua autostima e le relazioni con l’esterno.

Nella metà dei soggetti  ha determinato – anche dilazionata nel tempo – una inibizione temporanea o difficoltà di varia misura della regolare attività sessuale.

Oltre i due terzi dei soggetti bersaglio di tale violenza hanno espresso riluttanza – graduata fino al rifiuto – circa la probabilità di procreare altri figli con una nuova partner.

Nel 99,6% dei casi in esame la denuncia è stata archiviata dal magistrato poiché il fatto non sussiste, ed ascritta alla conflittualità di coppia; oppure il soggetto è stato assolto nel corso del giudizio  per non aver commesso il fatto. Nel rimanente 0,4% si è ancora in attesa di giudizio definitivo.

In tutte le circostanze l’iter processuale è devastante. Oltre a tempi lunghissimi, comporta l’intervento di operatori cui il soggetto già vittimizzato deve sottoporsi in un contesto di colpevolezza data per scontata, e quindi di umiliazione e perdita totale della propria dignità di uomo e di padre. La relazione con i figli, ovviamente sospesa, ne risulta poi  inquinata e deteriorata. Questa si evidenzia quale motivazione principale – sostenuta da sentimenti vendicativi – che spinge la parte denunciante a porre in essere tale azione.

Le conseguenze sui figli, analizzate in altra sede,  non sono parte di questa indagine.

In nessun caso la parte denunciante ha subito conseguenze di carattere penale. Solo in tre casi sono state applicate blande sanzioni pecuniarie a conclusione di interminabili procedimenti per calunnia che i soggetti danneggiati avevano avviato con difficoltà, stante gli atteggiamenti ostativi riscontrati in ambito giudiziario.

La disamina della documentazione giudiziaria ed amministrativa, combinata a verifiche di altra natura,  rileva che nel 75% dei casi  in esame di denuncia strumentale, la parte denunciante era già supportata od assistita legalmente da operatori direttamente od indirettamente collegati ai centri anti-violenza territoriali  e/o ad associazioni professionali di cui è noto l’orientamento ideologico. Identica situazione si rileva per le denunce strumentali di molestia o violenza sessuale sulla partner.

  1. Distribuzione geografica ed attività lavorativa del campione in esame

La ripartizione in tre aree del territorio nazionale corrisponde alla modalità standard, così come la ripartizione per attività lavorativa che a sua volta costituisce indice di livello socio-culturale

La quota più consistente di uomini-padri oggetto d’indagine risiede – o ha risieduto – nella Capitale e nella Regione Lazio, stante la sede dell’Associazione GESEF nella città di Roma che offre maggiore facilità di contatto. Per tale motivo i relativi dati sono disaggregati.

La quota minore riguarda il Sud-Isole. Il che riflette la perdurante differenza rispetto ad altre aree in ordine alle dinamiche relazionali interne ed esterne alla famiglia, all’incidenza delle separazioni/divorzi, alla cultura che permea  i ruoli e gli atteggiamenti. Una cultura che inibisce la esternalizzazione della violenza subita, di per sé ritenuta lesiva della dignità personale in misura pari, se non maggiore, della violenza medesima.

Non si rileva alcuna correlazione tra le differenze culturali e la tipologia degli episodi di violenza subiti.

Indipendentemente dalla provenienza geografica, dall’attività lavorativa svolta, dal contesto socio-culturale di vita, dal livello di istruzione, i soggetti dell’indagine sono coinvolti in maniera quasi uniforme nelle varie tipologie di violenza.

Gli scarti più evidenti si registrano nell’ambito della violenza economica, riferibili  a episodi ricattatori in situazioni reddituali  maggiormente appetibili.

Maggiori dettagli, indici e tabelle percentuali su www.gesef.org.

Vincenzo Spavone

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Almeno una volta nella vita ogni uomo cammina con Cristo verso Emmaus

...di Barack Obama:

Il padre è insegnante e maestro. E’ mentore e modello di comportamento. E’ l’esempio del successo e lo sprone al suo raggiungimento. ……..Conosciamo le statistiche: i bambini che crescono senza la figura del padre sono molto più facilmente soggetti a lasciare la scuola, a compiere crimini e a finire in prigione. Sono anche molto più facilmente vittime di disturbi comportamentali…

...di Claudio Risè:

Una società siffatta, "senza padri", nella quale tutti dunque rimangono "figli", é, come dimostrano le cronache, infantile, e sostanzialmente perversa. Perché sia così lo spiego in tutti i miei libri, ma lo faceva già benissimo Sigmund Freud nel 1905, non osando peraltro pensare che le patologie individuali da lui descritte diventassero endemiche, e venissero addirittura promosse dall'organizzazione sociale, attraverso la "rimozione" della figura che nell'essere umano ne impedisce lo sviluppo: il padre, appunto.

...di Oriana Fallaci:

Oh, non mi fraintenda: capisco anche il concetto di paternità. Lo vedrà nel mio romanzo, se farò in tempo a finirlo. Lo capisco così bene che parteggio con tutta l'anima pei padri divorziati che reclamano la custodia del figlio. Condanno i giudici che quel figlio lo affidano all'ex-moglie e basta, e ritengo che nella nostra società oggi si trovino più buoni padri che buone madri. (Segua la cronaca. Quando un padre impazzito ammazza un figlio, ammazza anche sé stesso. Quando una madre impazzita ammazza un figlio, non si ammazza affatto e va dal parrucchiere)

...di Alain Minc:

Alla parola parità, i deputati si mettono sull'attenti. Alla parola donna, tremano. Il vostro potere è assoluto: i parlamentari cercano di anticipare i vostri desideri, come i cortigiani di un Luigi XIV o di un Napoleone

luoghi di culto


in città, la popolazione di fede cristiana usa pregare in questo modo:

Ave Giuseppe, pieno di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetto fra gli uomini, e benedetto è il frutto del seno della tua Sposa, Gesù. Ave Giuseppe, padre putativo di Cristo, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.

in città, la popolazione di fede islamica ama ricordare nelle proprie proghiere il versetto 33 della sura XXXI (Luqmân):

Uomini, temete il vostro Signore e paventate il Giorno in cui il padre non
potrà soddisfare il figlio né il figlio potrà soddisfare il padre in alcunché. La
promessa di Allah è verità. Badate che non vi inganni la vita terrena e non vi
inganni su Allah l'Ingannatore.

iniziative permanenti

  • lettera aperta al ministro Mara Carfagna

    Preliminarmente ed a latere della manifestazione di Roma svoltasi il 5 ottobre 2011 con ampia partecipazione di sigle associative e grande successo di pubblico, è stata elaborata – da parte di alcune cittadine e cittadini per le VERE pari opportunità senza pregiudizi – e consegnata al ministro pro-tempore per le pari Opportunità Mara Carfagna una lettera aperta che questo sito fa propria e ben volentieri pubblica, invitando i lettori ed i passanti che si riconoscano con quanto espresso a volerla inoltrare al Ministero a proprio nome (in cartaceo o in email, con nome proprio o anche in nickname), possibilmente dandone [...]

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Leggi e commenta gli articoli di "teoria marziana"

  • “Il cucchiaio non esiste”: la strada possibile per la soluzione della Questione Maschile

    (terzo articolo della serie “teoria marziana”)
    di Carlo Zijno (editore MM)
    Abbiamo visto nel precedente articolo della serie “teoria marziana” come la Questione Maschile  sia stata originata da una sorta di “lotta di classe” che si è svolta contro di noi in questi anni, lotta di classe che è stata possibile – anche da parte settori sociali [...]

    (10 commenti)

  • le cause della Questione Maschile

    di Carlo Zijno
    Prosegue la serie di articoli taggati “teoria marziana”: nel precedente abbiamo analizzato le definizioni di QM pregresse, riducendole ad una soltanto che – applicata ai vari casi pratici – ha dimostrato di funzionare; in questo passeremo allo studio delle cause, delle origini della QM.
    Già le definizioni forniteci in quella occasione contenevano delle indicazioni [...]

    (6 commenti)

  • Questione Maschile. La mia definizione

    di Carlo Zijno
    Data al 2001 la mia prima adesione ad un MoMas, ed era Uomini3000. Poi è seguita l’adesione a Maschi selvatici, e tante altre iniziative in tutto il corso del decennio: ho visto nascere (e qualche volta ne sono stato il promotore, come nel caso di MetroMaschile) blog, gruppi e siti.   
    Da allora, e [...]

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