(terzo articolo della serie “teoria marziana”)
di Carlo Zijno (editore MM)
Abbiamo visto nel precedente articolo della serie “teoria marziana” come la Questione Maschile sia stata originata da una sorta di “lotta di classe” che si è svolta contro di noi in questi anni, lotta di classe che è stata possibile – anche da parte settori sociali e di pensiero del tutto alieni dai principi marxisti ed anzi loro avversari – proprio perché una serie di pensatori, dalla De Beauvoir a vari autori che stanno alla base del movimento del ’68 l’hanno scollegata dall’orizzonte ultimo di quelle teorie, ossia l’instaurazione della società socialista: operazione che, detta in soldoni, è riuscita perché ripresa dai movimenti sessantottini e soprattutto perché conveniente per una serie di interessi economici e politici internazionali (realizzazione del consumatore atomizzato ed indifferenziato).
Ora, il punto è: che fare? Come contrastare questa macchina logica apparentemente inarrestabile ed invincibile?
Per cercare questa risposta è necessario partire da una consapevolezza di base: ossia che quanto detto sopra non rappresenta una semplice elucubrazione teorica di tipo storico, ma ha una serie di impatti molto precisi (ed a questo punto molto prevedibili) sulla nostra realtà di ogni giorno, ben descritti nel primo articolo della serie in merito ai vari PREGIUDIZIALMENTE da me enunciati: tutti figli, indistintamente, di quella lotta di classe ben identificata e spiegata nel secondo articolo.
Ma quelli descritti sono in realtà impatti derivati, perché quello principale, che li origina e he sta al centro della costellazione, è il seguente: quando un uomo ed una donna si trovano di fronte, IL MASCHIO SA DI ESSERE UN KULAK, LA FEMMINA SA DI ESSERE IL PROLETARIATO, ED OGNUNO SA BENE CHE L’ALTRO HA CONSAPEVOLEZZA DELLA PROPRIA “CLASSE” DI APPARTENZA.
Ne loro rapportarsi con se stessi ed il mondo, entrambi i personaggi in questione tenderanno a farlo sulla base di tale assunto.
Riflettete su questo. Se io pubblicassi un manifesto raffigurante una persona cianotica con il tubo della lavanda gastrica infilata in bocca e la scritta “questa persona ha mangiato pizza”, il giorno dopo l’associazione nazionale dei pizzaioli scatenerebbe l’inferno dentro e fuori dei tribunali e nessuno si sognerebbe di negare il loro pieno diritto a farlo.
Se io pubblicassi un manifesto raffigurante una persona maciullata con la scritta “questa persona guidava una FIAT”, il giorno dopo tutti coloro che hanno a che fare con la nota azienda – dall’Amministratore Delegato all’operaio assunto il giorno prima – scenderebbero in piazza, tra il plauso del pubblico.
Invece, quando c’è di mezzo il maschile, è legittimo pubblicare manifesti infamanti come quelli di Oliviero Toscani che raffigura bambini in veste di carnefici e quello della CGIL che ritrae donne con gli occhi pesti con la scritta “gli occhi neri sono del padre”: eppure nessuno dice niente, tantomeno gli uomini.
Questo fenomeno si chiama male- bashing, ed accade perché mentre ai pizzaioli ed ai metalmeccanici si riconosce lo status di categoria, per gli uomini vale il principio per cui essi non sono una categoria, ma una classe avversa, nemica, degli alieni pronti a danneggiare la nostra società, e loro sanno di esserlo: un po’ come quando, per capirci, si sbattono in prima pagina le efferatezze dei terroristi islamici: chi oserebbe protestare? Non lo fanno nemmeno i terroristi stessi, perché sanno benissimo di essere tali ed anzi è proprio quello che vogliono.
Ciò, purtroppo, non vale soltanto per l’uomo della strada (il non – risvegliato) nei suoi rapporti interpersonali, sociali, lavorativi e politici, ma spesso – inconsapevolmente – anche per tanti settori del movimento maschile e dei padri separati.
Diamo un’occhiata da vicino a queste “derivate perverse”, almeno a quelle principali, e senza la pretesa di volerle esaurire.
Ci sono quelli che dicono “sono kulak? Orgoglioso di essere tale. E’ nella natura delle cose”. E questo rientra nella casistica del puro e semplice maschilismo o, anche a voler essere buoni, di una sorta di giusnaturalismo primordiale del tutto starato, alla fine, dal sentire e dalle aspirazioni di uomini e donne al giorno d’oggi.
Ci sono poi quelli che dicono alle donne: “voi non siete il proletariato, casomai lo siamo – o lo stiamo diventando – noi”. E questi sono gli antifemmisti, e questo era anche l’atteggiamento del movimento U3, almeno nella sua “prima maniera” di inizio secolo, ma questa logica è rinvenibile anche in molte realtà facenti capo al mondo dei Padri separati, laddove tra leggi sull’affido condiviso, condiviso – bis, case famiglia, la tendenza è quella di arginare la deriva, mitigarla, secondo un algoritmo in cui tutto si fa tranne porre i problemi maschili dell’ingiusta rovina e della mostruosa separazione coatta dai figli: ma in questa operazione di occultamento, di spostamento del confronto, non si fa altro che confermare indirettamente il punto di vista classista della società nei nostri confronti.
Una variante di recente introduzione è costituita da quelli del gruppo di “Uomini Beta”, che ci dicono: non siamo noi, la massa degli uomini indistinti (per l’appunto beta) ad essere kulak, ma un manipolo di potenti e ricchi furbacchioni che se la ridono delle nostre disgrazie ed incoraggiano la nostra sottomissione al femminile, che a loro conviene ed alla quale essi sfuggono”. A questo filone che chiameremo per comodità del maschiobetismo appartengono a mio parere anche coloro che ritengono di essere maschi alfa, quelli in pratica che non ritengono di essere toccati dalla Questione Maschile, che a volte prendono l’aspetto meno riconoscibile dell’uomo in pace con se stesso e con l’altro sesso, a volte quello del macho “che non deve chiedere mai”, a volte quella del ricco che si circonda di veline ed affini pensando di costituire l’oggetto delle loro attenzioni (poveri illusi): malgrado le apparenti differenze, si tratta di sfaccettature dello stesso prisma, della diversa declinazione di una medesima logica.
Ci sono infine quelli che dicono “si, io o comunque i miei ascendenti siamo stati dei kulak, e tanti dei miei congeneri lo sono ancora, forse istintivamente lo sono anch’io, e pertanto io mi sento in dovere di fare qualcosa nel senso della giustizia, di emendarmi, di progredire spogliandomi della mia kulakità, vera colpa OGGETTIVA e non SOGGETTIVA”. E questi sono i maschipentiti.
Non voglio adesso dilungarmi (magari lo farò in altra sede) sulla confutazione puntuale di questi punti di vista; mi limiterò per il momento ad una sola proposizione: il trappolone insito in tutte queste analisi è che esse finiscono per confermare, in maniera indiretta l’assunto iniziale: MASCHIO = CLASSE DOMINANTE, e FEMMINA = PROLETARIATO.
IN POCHE PAROLE: LE QUESTIONI DI GENERE, IN TUTTI QUESTI ESEMPI, VENGONO AFFRONTATE ANCORA UNA VOLTA PER VIA CLASSISTA E, PARADOSSALMENTE, PROPRIO DA PARTE NOSTRA CHE IL CLASSISMO SESSISTA LO VIVIAMO SULLA NOSTRA PELLE.
Ma noi sappiamo bene che questa equazione (maschio = kulak : femmina = proletariato) è stata creata attraverso dei passaggi ideologici, e comunque allo stato attuale è destituita di ogni fondamento perché nessuno dei due generi è soggetto ad impedimenti di sistema ad accedere alla propria libertà, al proprio stile di vita, alle proprie scelte di studio e lavorative, al proprio autonomo reddito. E QUINDI NON ESISTE. E’ questo l’assunto su cui ci dobbiamo concentrare.
C’è una scena del film “Matrix” in cui un bambino piega un cucchiaio con la forza del pensiero davanti allo stupefatto Neo, il quale gli domanda come sia possibile una cosa del genere.
Il bambino semplicemente risponde: “PERCHE’ IL CUCCHIAIO NON ESISTE”
INFATTI NON ESISTE
NELLE QUESTIONI DI GENERE NON ESISTONO I KULAK E NON ESISTE IL PROLETARIATO, INSOMMA NON ESISTONO LE CLASSI.
Abbiamo visto infatti che quella impostazione è stata creata a tavolino, ma la vera dimostrazione – come anticipato sopra – è prendere atto della realtà che ci circonda. Eccovi alcuni esempi, i primi che mi capitano in mente.
Si dice che le donne siano maggioritarie nel’insegnamento perché gli uomini preferiscono (ed ottengono) lavori più “appetibili”. Ma allora non si spiegherebbe perché i mestieri più faticosi, degradanti e pericolosi (anche non necessariamente di tipo fisico) siano quasi esclusivamente di dominio maschile.
Si dice che le ragazze si iscrivano preferibilmente a facoltà legate alla comunicazione o alle lettere anziché a facoltà come ingegneria o economia (ritenute lavorativamente più “appetibili”) per una qualche forma di discriminazione o sessismo di tipo culturale, e le si incoraggia a cambiare, ma allora non si spiega perché la magistratura o la medicina (che appetibili sono sicuramente e scientifiche pure) siano già a maggioranza femminile. Non sarebbe più facile riconoscere che i maschi sono più istintivamente interessati a certe materie mentre invece le femmine ad altre?
Si dice che alle donne debbano spettare delle vie preferenziali nel lavoro (sistema delle quote, o quant’altro di facilitazioni) per compensare gli “handicap” di carriera legati alla maternità: ma non si va a vedere caso per caso, come la logica suggerirebbe, bensì si applicano i benefici all’intero genere femminile “chiavi in mano”: e questo è il marchio classista dell’operazione. E, inoltre, c’è da dire anche che a voler fare il Padre come va fatto, c’è un grande impegno di energia e di tempo che si prolunga per lunghi anni: eppure nessuno ha mai considerato di dare facilitazioni lavorative o di carriera per i Padri.
E si potrebbe continuare, ma proprio come per i PREGIUDIZIALMENTE dell’altro articolo mi fermo qui nella declinazione degli esempi di politica classista di genere privi di alcuna logica fondata sulla realtà.
Dobbiamo assolutamente depurarci il più possibile da quelle logiche (kulak versus proletario), negarle, demistificarle nella loro infondatezza, invece che adattarvisi o tentare di sfruttarle: perché esse sono suscettibili, comunque le si utilizzino, di creare loro stesse la Questione Maschile, capolinea inevitabile di tutte le declinazioni sesso-classiste, declinazioni che costituiscono un vero e proprio cortocircuito dal cui una volta entrati non si può uscire: proprio perché destituite di fondamento nella realtà effettuale, esse altro non sono altro che atti di fede, dogmi con i quali è impossibile confrontarsi.
Ed infatti, proprio in base a questi atti di fede:
al maschilista ( dando di quest’ultimo la definizione più lineare, ossia di individuo “pro-male”) gli si può rispondere: “sei orgoglioso di essere kulak? Lo ammetti, allora!! Ti meriti la rivoluzione proletaria”.
al padre separato gli si può rispondere: “sei diventato tu il proletario? Era ora!! In quella condizione bisogna tenerti, perché altrimenti ridiventi kulak”. In questo c’è tutto il fallimento – già certificato – dell’affido condiviso, e c’è in nuce anche il futuro fallimento dell’affido condiviso – bis (per mancanza di maggioranza che lo voglia approvare o per via giurisprudenziale dopo approvato, poco importa).
al maschiobetista gli si può rispondere: “se siete maschi beta è solo perché la vita non vi ha offerto l’occasione di essere alfa, in realtà siete la stessa pappa, i maschi alfa contro cui dite di lottare in realtà non sono altro che la vostra punta avanzata, i super-kulaki, i nuovi capitalisti”. Ed infatti, non a caso la partizione maschi beta / maschi alfa sta entrando anche nel linguaggio dei siti femministi.
Tralascio volutamente i maschi pentiti, felici di dover espiare le loro colpe OGGETTIVE e quelle dei loro ascendenti fino a Neanderthal. Lasciamoli alle loro gioie.
L’UNICO MODO PERTANTO DI AFFRONTARE LA QUESTIONE MASCHILE E’ DEMISTIFICARE, DEMISTIFICARE, DEMISTIFICARE CHE POSSANO ESISTERE DELLE CLASSI NELLE QUESTIONI DI GENERE:
IN QUESTA SOCIETA’ ED IN QUESTO MOMENTO STORICO GLI APPARTENTI A CIASCUN GENERE SONO SOSTANZIALMENTE LIBERI DI AUTODETERMINARE LA PROPRIA VITA, POTENDO SVOLGERE LIBERAMENTE NEL MONDO TUTTE LE PROPRIE POTENZIALITA’
Come scrive Rino Della Vecchia Barnart, “la liberata è stata liberata… etc”
Questa infatti è la logica che a mio avviso è sottesa ad alcuni importati riferimenti culturali del movimento, primi tra tutti Warren Farrell (forse il primo, in ordine cronologico, ad essersi occupato della Questione Maschile come l’abbiamo definita), ma anche il Rino Barnart di quell’articolo: una logica che - essendo sostanzialmente riconducibile ad una Grande Narrazione di tipo liberale o liberaldemocratico nel suo negare l’esistenza stessa delle classi e quindi polarizzata in maniera esattamente opposta al marxismo da cui ha originato il femminismo – risulta la più politicamente scorretta possibile al giorno d’oggi, anche considerato che la cultura prevalente in materia di rapporti tra i generi (come abbiamo visto) è invece ancora ampiamente dominata da quell’imprinting di derivazione marxiana.
Ma sulle conseguenze pratiche di tali conclusioni dovremo ragionare con precisione; accogliere un tale punto di vista non è né facile né indolore, malgrado la formulazione apparentemente banale, proprio perché come dicevamo è la più politicamente scorretta possibile: a maggior ragione che nel suo liberalismo vi è insito il rispetto della Tradizione (non un principio di dovuta osservanza, ma perlomeno di RISPETTO) con la rinuncia definitiva ad ogni ipotesi di costruzione di ogni tipo di “uomo nuovo”, accogliendo piuttosto e rispettando l’uomo per quello che è con i suoi istinti millenari e le tradizioni altrettanto millenarie che dalla sua natura stessa derivano, con un atto di pieno riconoscimento delle differenze ontologiche tra i sessi (vedasi l’esempio delle iscrizioni all’Università di cui sopra).
Non è né facile né indolore perché impone, in conseguenza di tutto ciò, una declinazione programmatica e di agire tanto severa quanto spiazzante, che vedremo nel prossimo e conclusivo articolo di “teoria marziana” (a breve, spero).
Ricordiamoci: la liberata è stata liberata, e da noi non avanza più nulla. Il movimento maschile e la sua narrazione quindi non possono che costituire una costola della Grande Narrazione Liberaldemocratica, così come la narrazione femminista ha costituito una derivata della Grande Narrazione Marxista.
Ragionando sulle conseguenze di questo assunto è possibile pertanto costruire un programma che sia realmente efficace.
Carlo Zijno
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