19 marzo – Festa del Papà . In principio era il Padre.
Ora non ci restano che i bigné di S. Giuseppe

All’inizio era il Padre. Poi è diventato il bignè di S. Giuseppe.
E’ il simbolo residuo della festa del papà, surreale come le altre feste di genere astratto (la mamma, la donna, gli innamorati) funzionale ai consumi che riducono la persona a target. Ma la festa del papà è doppiamente e tragicamente ridicola, perché ne celebra la riduzione a bancomat ed a fuco marginale. Da babbo a babbeo.

La famiglia decade, si decompone, si relativizza e il padre è l’anello più debole. Il percorso dell’autorità paterna trascorre da capo famiglia a titolo di coda. Azzerata sul piano dei diritti e delle prerogative, ma coda decisiva sul piano dei doveri, terminale di ogni operazione economica, patrimoniale, giuridica. Anche da separato. Niente diritti solo doveri verso tutti: lo Stato, il fisco, le istituzioni, la moglie anche ex, i figli anche ex.

Superata la patria potestà sono comunque sempre i padri a dover rispondere alla legge ed alle necessità materiali della famiglia. Anche ex. Solo doveri in cambio di ingratitudini, spesso unite al disprezzo ed all’irrisione. Padri inutili ma indispensabili.
La figura paterna ha un ruolo passivo, secondario, un incrocio di cavalier servente, badante e personale di supporto. Un evirato simbolico.

L’estinzione della famiglia era un progetto dichiarato di Marx ed Engels.
I riformisti-progressisti vogliono arrivare allo stesso risultato, ma gradualmente e senza che si sappia in giro: hanno optato per il sistema rateale, e la prima rata è la soppressione del padre. Fu così che Il ‘68 si è spostato dalla fabbrica – dove introdusse i diritti dei lavoratori – alla famiglia, con la scusa dei diritti civili.

I padri furono bersagli e vittime anche postume del ‘68: un’onda lunga e corrosiva che li ha travolti alle spalle. La subirono i predecessori ed i successori della vasectomia culturale, che a festa finita si ritrovarono a vivere di orfanità, e ne scontano ancora gli effetti.
I suoi somministratori sono tutt’oggi all’opera: nella cultura, nei media, nella scuola, nelle università, nel sindacato, nella magistratura e nella politica. Destra e Sinistra hanno arruolato cugine in menopausa intellettuale e cugini affetti da lungimirante maschiopentitismo.

La rivoluzione sessantottesca è fallita, così come la ramificazione femminista.
Ma la sua patologia permane nell’unica eredità vigente: la guerra tra i sessi e tra le generazioni.
Non ci furono eroi ed eroine, ma idealisti arroganti che imbalsamati nella loro autoreferenzialità hanno poi intrapreso la via del carrierismo. L’unica eroina reduce del ‘68 è una polverina bianca…..

Il parricidio simbolico fu l’attuazione di un progetto di riscatto da qualunque autorità e tradizione. L’esito fu che alla rovina del padre ha corrisposto quella del figlio: la demolizione del passato ha determinato il rifiuto del futuro e il dominio del presente. Il parricidio si fece infanticidio: chi elimina il padre non è in grado poi di assumere il ruolo paterno, sentendosi perennemente figlio unico.
Al più la rimozione del padre fu compensata dall’avvento del “Mammo-lismo” .

Il ‘68 fu il rifiuto del limite e della maturità. La sua variante femminista si presentò come la rivoluzione delle oppresse: Lotta di Classe Ormonale.
La liberazione dall’autorità paterna e maritale si è poi fatta proscioglimento dalle responsabilità ed acquisizione di molteplici diritti esclusivi: dal partner usa e getta all’assegno vitalizio di risarcimento, dall’appropriazione lecita dell’altrui proprietà alle quote rosa, dalla quarta siliconata alla fecondazione fai da te.
Ha abbattuto dei tabù edificandone altri: parole come fedeltà, rispetto, sacrificio, imputabilità sono impronunciabili se declinate al femminile. Il salvacondotto esistenziale di genere giustifica ogni reazione e contrordine, ogni trasgressione e violenza inflitta.
Ma una volta “liberate” le oppresse diventarono depresse. Se le generazione successive vivono un presente di piagnisteo, sempre pronte ad elemosinare tutele giuridiche allo Stato-patrigno, è perché le loro madri hanno sperperato tutte le risorse per una vera emancipazione. Hanno mistificato il passato ed inquinato il futuro: il loro codice lamentoso è diventato un supplemento ideologico al consumismo.

Tra le ciniche e le fanatiche, tra le schiave della Tutela e le servitrici della Causa, ci sono anche donne pensanti. Consapevoli che ciò che hanno combattuto era mediamente e civilmente migliore rispetto al decadente permissivismo venuto dopo. E che i valori tradizionali non erano alleati del potere consumistico – in tutti i suoi aspetti – ma gli ultimi argini contro la sua spudorata pervadenza, la distruttiva omologazione ed il controllo di massa che ne è a monte.

La scomparsa del padre non è avvenuta solo per parricidio o per fondamentalismo femminista. Ma anche per suicidio o eutanasia. L’odio di classe fu trasferito tout court nell’odio contro il genere maschile. Senza che questo protestasse, anzi ! Gli orfani dell’ odio di classe furono gli stessi uomini che digerirono la Grande Narrazione Femminista, per la quale indossarono volontariamente la camicia di forza della Colpa Ancestrale. Senza avvedersi che la supremazia consegnata nelle mani rosa grazie a legislazioni sottoscritte da mani azzurre non avrebbe estinto il loro “debito”. Protestati per l’Eternità.

I ragazzi del ‘68 che contestarono i loro padri rifiutarono poi la responsabilità di “diventare” padri a loro volta: vollero essere fratelli e complici dei propri figli, e magari pure figli delle loro mogli.
E così bambineggiando finirono per diventare dei Pater Pan, variante babbea di Peter Pan.
Da una generazione all’altra i papà si sono femminilizzati, gingillizzati e ridicolizzati: perciò oggi giustamente li si festeggia a S. Giuseppe identificandoli con il bigné.
Una pasta d’uomo, il papà, ma fritto. Morbido, ma poi resta sullo stomaco. Indigeribile.

Lo sfascio familiare ha prodotto quindi una nuova figura tragica di vagabondo: lo “sfamiglio”, che non è semplicemente un single di ritorno ma il superstite dell’esplosione divorzista della mina anti-uomo.
Un matrimonio su tre finisce in divorzio. Sono perlopiù le donne a chiederlo, moderne ed affrancate sfasciste. Che valutano i vantaggi, ovvero i lasciti giudiziari del femminismo e del comunismo coniugale.
Con la scusa di garantire all’ “emancipata” il prosieguo del medesimo tenore di vita, la giurisprudenza mazzola l’uomo-padre con furia integralista. Il diritto e l’utilizzo alla proprietà sono automaticamente annullati, ciò che si è costruito col proprio lavoro o ereditato degli avi viene rapinato, espropriato. Incluso il legame affettivo con i propri figli: Esproprio Proletario.

E’ l’unico ambito in cui chi rompe un patto non solo è esentato da colpe ed obbligo di risarcimento, ma legalmente compensato vita natural durante! Chiamala, se vuoi, emancipazione.

Spesso va anche peggio. La disinvolta equivalenza tra donna e vittima anche quando la prima compie misfatti, suggella il depistaggio ideologico. In base al quale l’importante è recriminare l’uomo-padre, colpevolizzarlo sempre e comunque, accusarlo di qualunque nefandezza per disintegrare la sua identità.
Cosicché non esistono più peccati maschili: qualunque manchevolezza, il più innocuo atteggiamento percepito come prevaricatore dalla sensibilità femminile, ogni indisciplina al ricatto erotico ed affettivo, vengono derubricati a reato.
In principio era il confessionale, ora c’è il Tribunale: l’uomo-padre deve rendere l’anima al giudice.

Provvede poi il tam-tam mediatico e l’indottrinamento precoce – fin dalle scuole elementari – a martellare sull’inferno di soprusi, violenze e pedofilia di cui l’uomo padre sarebbe autore in famiglia. Ormai anche i bambini si sentono etichettati come appartenenti al sesso dei “carnefici”.
Altro che peccati maschili.

Cosicché di giorno in giorno, di bocca in bocca, di salotto in salotto, vengono aggiunti nuovi zeri alle cifre già taroccate delle statistiche.
Statistica Creativa: da un sondaggio telefonico effettuato tramite call-center nel 2006 su 25.000 abbonate, le cui vaghe risposte a domande trabocchetto venivano poi “ricollocate” nelle diverse tipologie di violenza, si è calcolato che oltre sei milioni di donne subiscono stupri e gravi maltrattamenti in famiglia.
Cifra che raddoppia ad ogni ricorrenza opportuna, accompagnata dalla litania che le donne vittime non denunciano abbastanza. Nonostante i numeri verdi, la capillare rete dei centri anti-violenza, i comitati per le Pari Opportunità insidiati in ogni dove, le squadre di pubblica sicurezza addestrate all’uopo: il tutto finanziato con i soldi dei contribuenti. Masochiste o Traditrici della Causa?

Finanche la magistratura – specificatamente quella femminile – ha preso atto dell’imbroglio. All’inaugurazione di ogni anno giudiziario annuncia pubblicamente che almeno nell’80% dei casi l’uomo-padre accusato di violenze in famiglia è innocente. E’ lui la vittima – silenziosa e silenziata – di una spietata violenza divorzista e vendicativa, la cui strategia determina una rapida e definitiva espulsione dalla casa, dai figli e dalla propria dignità.

Negli ultimi quarant’anni l’unica vera Resistenza è stata appannaggio dei padri separati. Un’avanguardia combattiva, che con in tasca la sentenza di condanna del proprio ruolo è scesa in piazza per lustri a gridare una voce fuori dal coro.
Non si è arresa allo sterminio: si è invece documentata, ha messo insieme il puzzle del sistema divorzista analizzandone i più reconditi risvolti, si è accultura diventando la veritiera “esperta” sulla tematica. Ha dato vita ad associazioni attivissime e risolute, ed in nome del diritto dei figli a mantenere anche il legame paterno ha tentato di riscattare la propria identità. Il tutto a gratis, investendo anzi le briciole superstiti.
E’ grazie a loro se nei Tribunali è approdata la normativa dell’Affido Condiviso, si è imposto culturalmente il diritto dei bambini alla Bigenitorialità, si è svelato l’imbroglio delle denunce strumentali di abuso, si comincia a comprendere il movente parricida.
Andrebbero sostenuti, premiati con una medaglia. Al Valore Paterno
Ed invece da molte parti vengono ancora sminuiti e boicottati

Lo Stato-patrigno ha fallito.
E’ diversamente inabile ad arginare il bullismo imperante, la sottoeducazione civica, l’illegalità assurta a stile di vita delle giovani generazioni. Molli come i bigné, effeminate, pacifiste ma aggressive, sballate in canna. Prodotti di una società matrizzata e ginarchica dalla famiglia alla scuola, al mondo del lavoro. E desolante conseguenza dell’interruzione della catena generazionale della maschilità.

Occorre riconvertire il maschile alla retta via dell’auctoritas , e liberarlo dallo stato di permanente colpevolezza e disistima. E’ quarant’anni che sconta questa pena. Per evitare che si trasformi in ergastolo va ripreso il filo spezzato con i padri e con la loro storia.

Si diventa adulti misurandosi con l’autorità paterna. Oggi per ricominciare a crescere occorre abbattere l’autorità statal – patrigna, di cui nel ’68 di celebrò la fondazione: rimettere al mondo i padri veri è l’atto fondativo del suo rovesciamento.

19 marzo 2010 – Che i padri veri in retroguardia escano dalla clandestinità, cessino la quarantena, si regalino una sanatoria e tornino a fissare nella vita e nella realtà quotidiana le loro impronte educative e di genere. Parola d’ordine per riconoscersi……….
Questa sarebbe la vera festa. Altro che bigné di S. Giuseppe!

Vincenzo Spavone.