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19
lug -
in morte di Pietro Taricone
Ho aspettato a lungo prima di tornare a questo blog, ed alla piattaforma MetroMaschile. Per tanti motivi, con i quali non sto a tediarvi.
E lo voglio fare commentando una recente notizia, la morte di Pietro Taricone. Non l’ho apprezzato al momento del suo “esordio” nel grande fratello, tanti anni fa: troppe manifestazioni di machismo, troppe esibizioni muscolari, troppo essere “l’uomo che non deve chiedere mai”: cose che per la mia mentalità, per il mio modo di pensare, costituiscono solo confessioni di paura e tentativi di auto – rassicurarsi sulla propria virilità.
L’ho apprezzato, invece, e molto, nella fase post-grande fratello: concreto, a massimizzare gli “utili” della sua notorietà in una carriera da attore e da farmer, senza bruciarsi con le infinite apparizioni televisive nei vari talkshow-con-gettonino-incorporato che quelli nella sua condizione (ossia quelli assurti alla fama senza avere, parliamoci chiaro, né arte e né parte) prediligono invece massimamente.
Ma, più di tutti, in Pietro Taricone ho apprezzato la commossa dedizione alla sua missione di Padre e marito, al punto di perdonare i tradimenti (inutile che ci giriamo intorno, si chiamano così) di sua moglie Kasia, in un’ottica di “missione sacra” (la aspetterò, lei tornerà per il bene della famiglia) che non può che fargli onore.
La sua morte mi disturba profondamente e non soltanto perché si tratta della morte di un uomo che considero giusto, oltre che di un giovane (cosa sempre massimamente dolorosa), ma anche per il modo in cui è avvenuta. Ossia praticando uno sport che, senza giri di parola, possiamo considerare estremo. Se non è estremo “buttarsi di sotto”, almeno per noi uomini della strada, sinceramente parlando non so cosa lo sia.
Mi è sovvenuto un documentario di anni fa, in cui un ragazzo pur di superare d’un salto con il suo slittino a motore un burrone subìva tali lesioni alle ossa del cranio (compresi i denti, completamente persi) da rendere obbligato l’intervento del chirurgo plastico più di una volta.
Ebbene, io credo che noi tutti dobbiamo fare una riflessione su questo tipo di cose: perché il mio sospetto è che nel praticare questi sport ci sia un anelito a dimostrare in qualche modo il proprio coraggio, e quindi la propria virilità.
Io vorrei dire ai giovani: non dovete dimostrare proprio un bel niente. Non in questa società, almeno.
Ma è una operazione maledettamente difficile.
In tutto questo: ciao Pietro, ciao guerriero. I miei rispetti, i rispetti di un uomo comune.
Carlo Zijno
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One Response to “in morte di Pietro Taricone”
Sono in sintonia sul fatto che è giunto il momento di dire apertamente che non vi è nulla da dimostrare, da parte maschile.
Le “dimostrazioni” rispondono ad una richiesta esterna e sono perciò manifestazione di dipendenza. Basta.
Si deve tornare a capire che le sfide sono interiori e vanno vissute nel silenzio sia quando sono vincenti che quando no.
Quanto ad insegnarlo ai giovani, questo sarebbe il vero compito educativo. Possono farlo solo i singoli padri Risvegliati, perché – quanto alla società e alla scuola – bisognerà attendere …fior di generazioni.
E non ditemi che sono pessimista.
Rino
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