Torno a pubblicare articoli dopo un periodo tremendo di cui vi faccio grazia, e lo faccio commentando una curiosa notizia di un paio di giorni fa:  a Cassano d’Adda  un Padre è stato licenziato in quanto, per portare il figlio a scuola,  si era presentato in ritardo sul posto di lavoro.

Esprimo innanzitutto la mia solidarietà al padre in questione, ed invito tutti a fare altrettanto: ma non è l’aspetto umano della vicenda che voglio sottolineare in questa sede, quanto piuttosto l’aspetto politico.

Si, perché a mio avviso questa vicenda è la dimostrazione più lampante del fatto che i tempi della famiglia sono assolutamente differenti tra Padri e Madri.

Ho sempre sostenuto che un padre non ha alcun bisogno di un “congedo di paternità” (fattispecie pochissimo utilizzata, non a caso), quanto piuttosto di un nuovo istituto, da immaginare, per il quale si possa, finché dura la fase scolare ed infantile del figlio, poter usufruire di un maggiore flessibilità di orario e di una capacità di movimento aggiuntiva.

Non ha senso, infatti, sovrapporsi pedissequamente alla Madre nei tempi e nelle funzioni, salvo che nell’ipotesi di sostituirla: ipotesi che, tuttavia, non credo trovi l’approvazione delle Madri stesse, malgrado le strombazzate pretese di intercambiabilità dei ruoli.

Carlo Zijno