articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 28  dicembre 2008

Il libro  così ci viene presentato sul sito della Mondadori nonché su quello della Mazzantini stessa:

Una mattina Gemma lascia a terra la sua vita ordinaria e sale su un aereo, trascinandosi dietro un figlio di oggi, Pietro, un ragazzo di sedici anni. Destinazione Sarajevo, città-confine tra Occidente e Oriente, ferita da un passato ancora vicino. Ad attenderla all’aeroporto, Gojko, poeta bosniaco, amico fratello, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 traghettò Gemma verso l’amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere.

Il romanzo racconta la storia di questo amore, una storia di ragazzi farneticanti che si rincontrano oggi, giovani sprovveduti, invecchiati in un dopoguerra recente. Una storia d’amore appassionata, imperfetta come gli amori veri. Ma anche la storia di una maternità cercata, negata, risarcita. Il cammino misterioso di una nascita che fa piazza pulita della scienza, della biologia, e si addentra nella placenta preistorica di una Guerra che mentre uccide procrea.

Il libro, a giudizio di chi scrive, rappresenta senza dubbio una lettura difficile: mediamente noi italiani infatti sappiamo poco o nulla degli eventi bosniaci di quegli anni, nè conosciamo le popolazioni coinvolte ed il loro “portato” storico retrospettivo.

A tutto ciò si aggiunga la stessa dimensione dell’opera (529 pagine) che sicuramente non aiuta il lettore, a maggior ragione che spesso la storia si avvita in vicoli ciechi meramente descrittivi, ed a maggior ragione che – malgrado quello che si dice nella presentazione – la storia d’amore appare abbastanza stereotipata, così come molti dei personaggi: primo fra tutti proprio Gojko, tratto di peso dall’immaginario collettivo in qualità di balcanico sanguigno, intraprendente e poetico.

L’opera è riscattata tuttavia dalla genialità della Mazzantini, che riesce sempre a stupire per la sua capacità di introspezione psicologica, da un finale in cui l’autrice – ad avviso di chi scrive – raggiunge delle vette che uguagliano senza dubbio quelle già raggiunte nell’immortale “non ti muovere” e da una trattazione assolutamente particolare della figura paterna, benché quest’ultimo aspetto non sia minimamente accennato nella presentazione.

A mio avviso infatti è proprio il tema della paternità – nella forma di paternità putativa – il filone occulto del romanzo, laddove si confrontano ben quattro Padri putativi: Giuliano, Diego, il Padre di Gemma, Gojko.

Quella del Padre di Gemma, è una figura tenerissima che nel silenzio, nella fede e nella Pietà funge da mentore di tutta la famiglia, aspetto che ha la massima realizzazione nel rapporto con il genero, Diego. E’ proprio nel commiato tra i due, nel garage di casa prima dell’ultimo viaggio di Diego per Sarajevo, che avviene uno dei momenti a mio avviso più forti del romanzo: laddove il suocero regala al genero un giubbotto antiproiettile e viene a conoscerne il terribile segreto (ma quest’ultimo particolare lo sapremo solo alla fine del romanzo).

Si tratta di un vero e proprio passaggio esistenziale, che conferisce a Diego un’energia sconosciuta e potentissima: a Sarajevo muta anche di aspetto fisico, perdendo le fattezze di marito-bambino e assumendo la fisionomia di Che Guevara (il guerriero per eccellenza).

Diego gira per la città con un bersaglio disegnato sulla schiena a maggior spregio dei cecchini, e finisce per assumere una tale autorevolezza che i bambini iniziano a chiamarlo indistintamente”papà”. E’ una parabola veloce, quella di Diego, perchè cotanta energia svanisce nel momento esatto in cui ha adempiuto la sua missione portando a sicura nascita il suo figlio putativo, come un moderno Giuseppe cosmopolita.

Intendiamoci, non che Diego non avesse un proprio Padre ma questi è mancato già prima dell’inizio della storia, benchè Diego lo riveda, costantemente, nelle pozzanghere che fotografa in ricordo di quelle del porto di Genova dove il genitore morì molti anni prima a causa di un incidente sul lavoro. Ma il lavoro del fotografo è proprio quello di catturare la luce riflessa, e vedere il proprio Padre nella luce del cielo riflessa sulla terra lo trovo un esercizio che ricorda, terribilmente e splendidamente, quella parte del credo cattolico che recita “Io credo nello Spirito Santo che procede dal padre e dal Figlio” e questo è un passaggio che senza dubbio testimonia – se mai ce ne fosse bisogno – della citata genialità della Mazzantini.

E proprio come un novello Giuseppe, è proprio Diego che – dicevamo – scompare nel silenzio e nell’autoanniullamento, prima come Padre poi come uomo, arrivando infine all’estremo del sacrificio carnale, la propria morte fisica.

Ma anche Gojko, il vulcanico bosniaco amore mancato di Gemma, è padre putativo, nella misura in cui è proprio lui decreta la fine dell’infanzia di Pietro e ad iniziarlo al mondo degli uomini durante il viaggio a Sarajevo (memorabile la scena della partita di pallone) mentre negli anni precedenti è stato Giuliano – il secondo marito di Gemma – ad aver preso cura di Pietro portandolo all’età adulta e rinunciando, anche lui (e consapevolmente) alla paternità biologica, terrestre, per quella spirituale.

In questa costellazione dedicata a San Giuseppe non è Gemma ad impersonare Maria, bensì Aska, la pecora pazza, che proprio come Maria dovrà sperimentare l’insopportabile, per una Madre: l’estraneità dinanzi a suo figlio, e proprio per quel medesimo ordine morale superiore che ha già richiesto – ed ottenuto – il sacrificio del Padre putativo.

In quest’ottica, Gemma, tutt’al più può essere una novella Maddalena: figlia privilegiata dei nostri tempi, riscattata dal sacrificio e dalla pietà altrui – privilegio che sente di non meritare – e messaggera per questo di un messaggio d’amore da recapitare al mondo.

Ed infine, per chi non lo avesse ancora capito, è proprio Pietro il cetnico – il figlio di Gemma senza Padri e con troppi Padri – ad essere il Bambino che riscatta con la sua stessa esistenza le colpe del mondo.

Ed ora, in nome del Padre, compratevi questo libro e commuovetevi pure.