articolo apparso per la prima volta sul vecchio ”MetroMaschile” in data 16 gennaio 2009
Uno dei dati da sempre risaputi è che il single tende a consumare di più rispetto ad una famiglia. Questo elemento è di banale constatazione: una lampadina adopera la stessa energia – ed agli stessi costi – sia che illumini una persona sia che ne illumini quattro.
Questo assunto però diventa molto meno banale se andiamo a vedere il disaggregato dei consumi per capitoli di spesa/quoziente familiare, da cui emergono una serie di dati interessanti che ci dimostrano delle ulteriori verità.
Di tutte le analisi e le tabelle che vengono prodotte continuamente su questo tipo di temi, ho scelto quelle elaborate un po’ di tempo fa (ma sostanzialmente attuali) dalla Camera di Commercio di Milano e che ritengo esemplari per chiarezza, immediatezza e sinteticità della presentazione.
Iniziamo con la tabella n. 1, che ci mostra la struttura dei consumi per numero di componenti del nucleo familiare. Già ad una prima lettura possiamo vedere come, in linea di massima, c’è un aumento incrementale dei consumi per aumento del numero di componenti ma NON un aumento cumulativo e già questo dimostra l’assunto di partenza: i consumi dei componenti di una famiglia, fosse anche una famiglia composta di sole due persone, sono sempre inferiori ai consumi che effettuerebbero i componenti di quella famiglia se vivessero soli. Ma leggiamo con ulteriore attenzione cercando di capirne di più.
Tabella n. 1
La tabella ci mostra che a fronte di un aumento incrementale medio delle voci per numero dei componenti, il capitolo relativo all’abitazione mostra un incremento veramente lievissimo: se ne deduce che la casa, per i single, è costosissima ma richiestissima e contribuisce pertanto a tenere radicalmente alta la domanda e quindi il corso del mercato immobiliare italiano, non a caso il più alto d’Europa malgrado la crisi.
Altre voci, invece, mostrano una netta impennata solo al passaggio da due componenti a tre per nucleo familiare.
Il riferimento è ai capitoli trasporti, tempo libero e istruzione: evidentemente, si tratta di necessità che, in presenza di figli, subiscono una notevole spinta. Provatevi a prenotare una vacanza per una famiglia di quattro persone. Si tratta di una operazione difficile per i tour operator (che devono trovare spazi adeguati) e costosa per le famiglie in questione che quegli spazi se li devono pagare: ed infatti, i tour operator lavorano perlopiù con coppie o single (anche perchè quattro stanze per quattro singles rendono più della stanza da quattro che serve per una coppia con due bambini).
Idem per i trasporti: con bambini al seguito, spostarsi con l’automobile è d’obbligo (e si pongono senza dubbio delle necessità ulteriori di spostamento). Ma mentre una famiglia di quattro persone ne acquisterà una, di automobile, quattro single ne acquisteranno quattro: i trasporti rappresentano quindi un pessimo affare per le famiglie, nella stessa misura in cui le famiglie costituiscono un pessimo affare per l’industria dell’auto.
Proviamo adesso ad approfondire questi elementi andando a vedere, con la successiva tabella n. 2, la ripartizione della spesa non più per numero dei componenti, ma per tipo di nucleo familiare.
Tabella n. 2
Questa seconda tabella, che a sua volta è una specificazione, una diversa aggregazione dei medesimi dati della prima che abbiamo visto, ci mostra le seguenti ulteriori evidenze:
1. se sommate i consumi delle “famiglie monogenitori” (ossia divorziata/o affidatario/a con figli) con i consumi della “persona sola” (single o divorziato/a non affidatario/a) otterrete valori di consumo che sono – per ogni capitolo – in ogni caso maggiori di quelli della “coppia o altra convivenza con figli”. Ossia, dopo il divorzio si consuma globalmente di più rispetto a quando si era in costanza di matrimonio.
Questo vuol dire che per il sistema consumistico il divorzio rappresenta sempre e comunque un ottimo affare (senza contare l’ulteriore indotto in termini di pratiche legali e burocratiche che i separati conoscono bene).
2. i consumi della colonna “coppia o altra convivenza senza figli” sono sempre meno del doppio della colonna “persona sola”, rapporto che peggiora in maniera incrementale in presenza di uno o più figli. Ciò vuol dire che per il sistema consumistico la famiglia – specialmente se con figli – è un pessimo affare mentre il singolo che vive solo rappresenta il massimo della convenienza, seguito a ruota dalla famiglia monogenitore. Quindi: per il sistema consumistico una società di single rappresenta sempre e comunque un ottimo affare.
3. Dato tuttavia che, come ci mostrano le suddette tabelle, i consumi dei singles e dei divorziati sono molto più alti rispetto alle famiglie con figli in costanza di matrimonio, e vista la diffusione di massa di questi fenomeni, ne consegue che siamo ormai in presenza di una società a limitate capacità di risparmio. Se poi accoppiamo quest’ultima informazione con quella relativa al corso dei prezzi immobiliari tenuto artificalmente alto per le considerazioni di cui sopra ecco a voi, signori e signore, la crisi dei mutui che le banche stanno tentando di scaricare sul fisco (aiuti di stato), ossia sul “risparmio forzoso” che ognuno di noi è tenuto a fare per legge: con l’ulteriore effetto di tenere alto il prelievo fiscale e il tasso d’interesse.
Sintesi ultima:
Volete riuscire – in un colpo solo – nel capolavoro di ribellarvi al “sistema” e nel contempo abbassare le tasse, il corso del mercato immobiliare e la costosità dei mutui? Bene, la mossa da fare è questa:
sposatevi, fate due o tre figli e cercate di non divorziare.
- Published by Carlo Zijno in: articoli
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