Tratto da “Avvenire” del 1° dicembre 2009.

Articolo di: Giacomo Vallati


 E’ possibile che un artista racconti qualcosa che non sia se stesso? «No. Perlo­meno, non per me. In tutti i miei film io non sono riuscito a far altro che parlare di me». Torna dunque alla sua terra e alla sua storia persona­le, in una sorta di ‘viaggio nella me­moria’ in forma di commedia, Ser­gio Rubini. Con L’uomo nero – dal 4 dicembre in 200 cinema – eccolo re­cuperare i suoi giorni di ragazzino pugliese, vivace e curioso, figlio di un padre che sembra bizzarro e di­stante e che lo delude fino al giorno in cui – ormai cresciuto e tornato al suo capezzale per l’estremo saluto – non scoprirà che egli era tutt’altro che ‘l’uomo nero’ (cioè negativo e tirannico) che lui credeva.

«Nella vita di tutti arriva il momen­to in cui il figlio deve staccarsi dal padre – riflette l’attore-regista –. È un distacco duro, che assomiglia ad un’uccisione, perché nasce spesso da una valutazione negativa del ge­nitore, vista quasi fosse quella di un nemico. Ma poi passano gli anni, ti accorgi che il ‘nemico’ non era tuo padre, in quanto persona; ma il ruo­lo che lui interpretava nella tua vi­ta. L’immagine che tu, figlio, gli at­tribuivi. E allora qualcosa si scioglie. L’uomo che era nascosto nel padre recupera credibilità; si può tornare a stimarlo, ad amarlo».

Questa la scoperta che Fabrizio Gi­funi (il bambino cresciuto, nella par­te del ricordo interpretato dal pic­colo Guido Giaquinto) fa al capez­zale del padre (lo stesso Rubini), ca­postazione con talento da pittore, completamente sottovalutato dagli intellettuali del paese dove vive con la dolce e concreta moglie ( Valeria Golino) e con l’estroso zio ‘vitello­ne’ (Claudio Scamarcio). La fru­strazione per le sue capacità mi­sconosciute è talmente forte da gua­stare i rapporti coi familiari, e da spingere il piccolo figlio a evadere dalla realtà, grazie ad una fantasia  accesissima e visionaria.

«Questo film è più autobiografico degli altri – confessa l’autore (anche sceneggiatore, assieme a Domeni­co Starnone e Carla Cavalluzzi) – e quindi più degli altri è una ’sincera menzogna’. Nel senso che è pro­prio quando parli più esplicita­mente di te, che racconti le cose co­me vorresti che fossero andate, non come sono andate veramente. Ne L’uomo nero, insomma, ci sono tut­te le parole e gli incontri che avrei voluto fare e che invece mi sono sfuggiti».

Ma perché tornare così spesso al passato? «Perché per me è l’unico modo per essere me stesso. Me ne andai dal paese che avevo solo 18 anni. Imparai a parlare italiano per poter recitare e diventai subito un altro. Oggi solo tornando indietro recupero quel che sono davvero».