Articolo di: Giacomo Vallati
E’ possibile che un artista racconti qualcosa che non sia se stesso? «No. Perlomeno, non per me. In tutti i miei film io non sono riuscito a far altro che parlare di me». Torna dunque alla sua terra e alla sua storia personale, in una sorta di ‘viaggio nella memoria’ in forma di commedia, Sergio Rubini. Con L’uomo nero – dal 4 dicembre in 200 cinema – eccolo recuperare i suoi giorni di ragazzino pugliese, vivace e curioso, figlio di un padre che sembra bizzarro e distante e che lo delude fino al giorno in cui – ormai cresciuto e tornato al suo capezzale per l’estremo saluto – non scoprirà che egli era tutt’altro che ‘l’uomo nero’ (cioè negativo e tirannico) che lui credeva.
«Nella vita di tutti arriva il momento in cui il figlio deve staccarsi dal padre – riflette l’attore-regista –. È un distacco duro, che assomiglia ad un’uccisione, perché nasce spesso da una valutazione negativa del genitore, vista quasi fosse quella di un nemico. Ma poi passano gli anni, ti accorgi che il ‘nemico’ non era tuo padre, in quanto persona; ma il ruolo che lui interpretava nella tua vita. L’immagine che tu, figlio, gli attribuivi. E allora qualcosa si scioglie. L’uomo che era nascosto nel padre recupera credibilità; si può tornare a stimarlo, ad amarlo».
Questa la scoperta che Fabrizio Gifuni (il bambino cresciuto, nella parte del ricordo interpretato dal piccolo Guido Giaquinto) fa al capezzale del padre (lo stesso Rubini), capostazione con talento da pittore, completamente sottovalutato dagli intellettuali del paese dove vive con la dolce e concreta moglie ( Valeria Golino) e con l’estroso zio ‘vitellone’ (Claudio Scamarcio). La frustrazione per le sue capacità misconosciute è talmente forte da guastare i rapporti coi familiari, e da spingere il piccolo figlio a evadere dalla realtà, grazie ad una fantasia accesissima e visionaria.
«Questo film è più autobiografico degli altri – confessa l’autore (anche sceneggiatore, assieme a Domenico Starnone e Carla Cavalluzzi) – e quindi più degli altri è una ’sincera menzogna’. Nel senso che è proprio quando parli più esplicitamente di te, che racconti le cose come vorresti che fossero andate, non come sono andate veramente. Ne L’uomo nero, insomma, ci sono tutte le parole e gli incontri che avrei voluto fare e che invece mi sono sfuggiti».
Ma perché tornare così spesso al passato? «Perché per me è l’unico modo per essere me stesso. Me ne andai dal paese che avevo solo 18 anni. Imparai a parlare italiano per poter recitare e diventai subito un altro. Oggi solo tornando indietro recupero quel che sono davvero».
- Published by Carlo Zijno in: articoli
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