articolo apparso per la prima volta sul vecchio ”MetroMaschile” in data 1 novembre 2009
Personalmente, sono sempre stato un fan di Frank McCourt, lo scrittore dal cui omonimo libro è stato tratto il film.
Va detto fin da subito che la trasposizione cinematografica di una narrazione scritta raramente riesce a non deludere: ma non per una qualche limitatezza della prima forma d’arte rispetto alla seconda, bensì proprio per la diversità strutturale delle due manifestazioni creative.
Ebbene, il film in questione non costitusce una eccezione, malgrado la perizia di Alan Parker (regista che ho sempre amato) e l’eccezionale bravura degli attori bambini che ne fungono da protagonisti.
Tuttavia credo che sia un film da mettere in cineteca proprio perchè, per le sue caratteristiche peculiari, la forma d’arte cinematografica a volte riesce a “scolpire” alcuni particolari meglio della espressione letteraria che ne è all’origine.
E mi riferisco, in questo caso, proprio ad un aspetto che su questo blog ci sta a cuore: il rapporto col Padre.
La storia è quella dell’infanzia dell’autore del Libro, Frank McCourt, nell’Irlanda poverissima degli anni 30 e 40, tra fanatismi religiosi, sopravvivenza perennemente a repentaglio e, soprattutto, un Padre cialtrone ed ubriacone di nessuna utilità per la famiglia – anzi, vera fucina di guai – che ad un certo punto sparisce anche nel nulla.
Frank, il maggiore dei fratelli, in qualche modo “prende la responsabilità” della propria famiglia, finché, raggiunta l’età adulta e placatasi la morsa dei disastri familiari, chiude definitivamente con il doloroso passato imboccando la strada dell’emigrazione negli Stati Uniti: da dove, invece, suo Padre era fuggito – all’inizio della storia – di fronte ai propri fallimenti.
Insomma abbiamo visto con che razza di Padre ha avuto a che fare il povero Frank: possiamo dire, senza mezzi termini, che fosse l’antitesi del buo esempio, del maestro di vita che dovrebbe essere ciascun Padre.
Eppure, esiste un fortissimo rapporto tra questo padre scellerato e suo figlio, e che “esce fuori” in modo impressionante nella scena in cui i due si vedono per l’ultima volta. Ufficialmente è la solita partenza per lavoro, ma Frank dentro di se ha percepito in qualche modo che non lo vedrà più. Lo segue allora per le strade, sotto la pioggia di Limerick, finché suo Padre se ne accorge ed a quel punto si gira e gli dice, semplicemente: “Vai a casa, Frank”. Questi non risponde, si limita a fissarlo in silenzio, ma dentro di se pensa “ti voglio bene”.
Un rapporto profondissimo, malgrado tutto, che agisce ancora molti anni dopo questa misteriosa fuga del genitore, in occasione della “iniziazione alla vita adulta” di Frank ad opera dello zio Pat che lo porta a prendersi la prima sbronza al pub (rigorosamente di birra scura) e dopo la quale orgogliosamente urla “io sono come mio Padre, io sono mio Padre”.
Un film toccante, dal nostro punto di vista e che rafforza in me l’idea che – alla fine – per quanto un Padre possa essere (o non essere, come questo caso) un esempio o un maestro per il figlio, comunque agisca tra i due un rapporto profondissimo che supera di gran lunga le evenienze della vita vissuta e che assomiglia molto da vicino a quello che i figli hanno con la Madre.
Rapporto così profondo da fare paura: rapporto che, non a caso, viene ignorato o negato dalla vulgata corrente.
- Published by Carlo Zijno in: articoli
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