articolo apparso per la prima volta sul vecchio ”MetroMaschile” in data 30 settembre 2008
La recente scomparsa di Paul Newman mi ha riportato alla mente un film della fase finale della sua carriera, un’interpretazione che ho considerato magistrale nell’ambito di un film che mi è rimasto letteralmente nel cuore.
Sto parlando della nota pellicola del 2002 di Sam Mendes intitolata “Road to perdition”, arrivata in Italia con il titolo di “Era mio Padre”. Di solito nella traduzione dei titoli – in qualsiasi traduzione, aggiungerei – si perde sempre qualcosa a livello di significati, ma in questo caso possiamo dire che è avvenuto esattamente il contrario.
Il film tratta della rovinosa fuga (e successiva vendetta) del killer Micheal Sullivan (intepretato da Tom Hanks) attraverso gli Stati Uniti in compagnia di suo figlio dodicenne, unici scampati allo sterminio della loro famiglia conseguente al fatto che il ragazzo aveva assistito ad una strage di mafia perpetrata da Connor Rooney, il figlio del boss, già geloso dello stesso Sullivan/Hanks in quanto collaboratore preferito di suo padre (per l’appunto Paul Newman).
L’opera non ha avuto grande successo da parte della critica, che ha lamentato carenze ed aspetti scontati negli sviluppi della storia, un’impostazione altamente commerciale dell’ambientazione, una certa lentezza, un voler tenere in piedi il tutto solo con l’apporto delle grandi star presenti (Tom Hanks, Paul Newman, Jude Law, tanto per fare qualche nome).
Dico senza mezzi termini che secondo me la critica ha ragione dal punto di vista strettamente tecnico, ma dico altrettanto chiaramente che il successo di pubblico era inevitabile allo stesso modo in cui era inevitabile il grande coinvolgimento emotivo che genera la pellicola.
La storia infatti a mio avviso tratta di una specifica fase della vita di ogni uomo. Nell’età infantile, dai 2-3 fino ai 7-8 anni circa, c’è un periodo abbastanza lungo in cui il bambino se non riceve input che lo spingano in una differente direzione vive nella venerazione del proprio Padre, che ai suoi occhi risulta il più bello, il più forte, il più abile, etc. Questo comportamento – che gli specialisti in genere riconducono al processo di identificazione sessuale ma che a mio avviso ha radici più profonde – viene poi sostituito dalla disillusione quando si scopre, con il progredire della maturazione intellettuale, che alla fine papà è uno come gli altri non esente da difetti e limiti, o addirittura con caratteristiche che posso essere etichettate (dal bambino o dalla società) come disgustose (fumare, bere, etc.). Successivamente ancora, avviene l’accettazione di questa parte “difettosa” del padre, ed il suo giusto inquadramento in una dimensione umana sovrapponibile a quella di qualsiasi altro uomo.
C’è, insomma, dapprima la scoperta del lato nobile (bello, forte, saggio, etc.) del padre, poi del lato non – nobile (limiti, difetti, problemi, aspetti sgradevoli) ed infine la composizione di questa figura in una chiave realistica paragonabile alla propria, e che quindi finisce per far risaltare sostanzialmente il Padre nobile in quanto, a parità di difetti e limiti con il figlio, ha tanta più esperienza, saggezza, significati. Il padre carnale, terrestre, finisce così per “fasarsi” con il padre astratto, archetipico.
Vorrei dire, ma è una mia idea personale ed in quanto tale opinabile, che non si è veramente uomini se non si sono compiuti tutti questi passi.
Il lato affascinante del film (che secondo me spiega il successo avuto ed i sentimenti che riesce a smuovere) è che il giovane Michael Jr questi passaggi li compie tutti nel breve tempo del suo personale viaggio “to Perdition”. Si comincia da quando il bimbo chiede insistentemente alla Madre quale sia il mestiere di papà, si passa per l’atroce rivelazione della realtà (massacro di mafia), si arriva infine al padre come riferimento unico durante il viaggio ed infine al dialogo ed alla riscoperta.
La dimostrazione che questo processo è in realtà il vero soggetto del film sta proprio nella frase finale del giovane Michael Jr, allorquando alla domanda “ma alla fine, tuo padre era buono o cattivo?” risponde semplicemente: “era mio Padre”.
Il che testimonia per l’appunto che con la sua completa accettazione del Padre il processo si è concluso e rappresenta a mio avviso un titolo di gran lunga più azzeccato di quello originario.
Tale asse portante del film informa di se tutta la storia, collegandosi variamente anche ad altre tematiche tipicamente maschili: il problema del riconoscimento (Rooney/Newman e suo figlio); la eterna rivalità tra fratelli (rapporto tra Sullivan/Hanks e il figlio di Rooney/Newman), il segreto incomprensibile del Padre (rapporto tra Sullivan/Hanks e sua moglie).
Non a caso, se andate a fare un giro (io l’ho fatto) sui siti che ospitano i commenti degli spettatori, i più colpiti dal film risultano essere proprio gli uomini…
Un film completo e complesso insomma, che non può mancare nella nostra filmografia ed in cui Paul Newman riesce ad azzeccare in pieno la parte assegnatagli proprio recitando semplicemente se stesso: un uomo anziano, navigato e saggio quanto scanzonato e determinato. E pure simpatico. Una sorta di super – Padre ideale idealizzato la cui ombra si proietta per tutta la storia.
Con buona pace della critica ufficiale, che non è stata tenera con lui in questa interpretazione.
- Published by Carlo Zijno in: articoli
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