articolo apparso per la prima volta sul vecchio  ”MetroMaschile” in data 22 giugno 2009

E’ uscito, per i tipi della Hoepli, il libro “Un decalogo per i genitori italiani”, a cura di Alessandro Rosina ed Elisabetta Respini, presentato nell’edizione odierna del Corriere della Sera con un articolo a firma di Gabriella Jacomella.

In questo libro i due offrono una serie di consigli per i genitori: elaborati, come ci tengono loro stessi a dire, con un taglio “italo centrico”, quindi con una ottica che vorrebbe essere sostanzialmente antropologica. Del decalogo mi ha colpito proprio il punto 1, che la stessa Jacomella definisce “da contropiede” (cito testualmente):

“E già il primo dell’elen­co coglie un po’ in contropiede, «Non pretendere da un figlio maschio meno di quanto pre­tendi (o pretenderesti) da una figlia femmina». È Marina Piaz­za, sociologa, a ricordare che «tra le società occidentali, quel­la italiana continua a essere una delle più tradizionali nei ruoli assegnati a uomini e don­ne ». Quindi, diventa cruciale «insegnare ai propri figli l’im­portanza della cura, disordina­re i codici tradizionali». Verreb­be da chiedersi: ma ce n’è anco­ra bisogno? «Fino a un po’ di tempo fa – interloquisce Lidia Ravera – avrei risposto no, non più. Ma siccome stiamo ri­tornando indietro su tutto, e al­la velocità del fulmine, ora dico che va benissimo chiarire come i figli vadano educati nello stes­so modo». Una marcia indietro che si concretizza, prosegue la scrittrice, «nel ritorno di una fi­gura di donna funzionaria del desiderio maschile, come nean­che prima del ’68; e i bambini, che sono molto recettivi verso la cultura dominante, non han­no gli strumenti per separare il grano dal loglio. Quindi: chia­riamo che anche i maschi devo­no apparecchiare la tavola».

Anche il sottoscritto è genitore e conosce bene il mondo infantile ed adolescenziale: francamente tutte queste bambine e ragazze costrette ad apparecchiare la tavola non le vedo ed anzi debbo dire che perlopiù si fanno portare la cena in camera dalle madri, ansiose di non far prendere loro cattive abitudini come ad esempio quella della collaborazione familiare. Infatti è molto più facile che certe cose le faccia un figlio maschio, se non altro per spirito di condivisione con i genitori o più semplicemente per accelerare la preparazione della cena (si sa, siamo voraci).

Ma a parte queste considerazioni spicciole, quello che mi colpisce (negativamente) è il perdurare nei secoli dei secoli della orrida presunzione di poter cancellare con forme di “educazione”, secondo la più stantia pseudocultura sessantottesca, tendenze ed istinti naturali degli esseri umani meglio se bambini.

Non dico che certi mestieri debbano essere necessariamente svolti da femmine anziché da maschi e viceversa secondo una logica di “evidente destino”, io stesso a casa spesso lavo piatti o cucino (giusto ieri sera io e mio figlio ci siamo divertiti con la vaporiera, visto che aimè mi tocca stare a dieta), ma penso però che gli autori del libro dovrebbero avere un qualche sospetto che il punto non sia semplicemente di “disordinare i codici tradizionali”: visto che, come dicono loro stessi, “stiamo tornando indietro su tutto” malgrado (aggiungo io) un bombardamento culturale e mediatico che dura da interi decenni.

Domanda: nessuno sospetta che possa esserci qualcosa di più profondo, in questo presunto “tornare indietro”, qualcosa di più istintuale che non il problema di “educare i figli allo stesso modo”? Pazienza per Lidia Ravera che ha la sua età la sua formazione “storica”, ma credo però che degli studiosi intraprendenti e dalla mente aperta il problema dovrebbero porselo, se non altro per amor di onestà intellettuale.

Comunque sia non comprate questo libro: si tratta della nuova ennesima rifrittura (e nemmeno troppo creativa) di quel pregiudizio culturale che chiamasi Questione Maschile.