A.M.I.
Emersione di una grande domanda
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A.D.S., con un pugno di altri coraggiosi, ha fondato a Milano nel settembre 2009 l’Associazione Mariti Italiani. Questo il mio saluto.
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Saluto la nascita dell’AMI come un fatto che – S.E. & O. – non ha precedenti. Letteralmente: non ha precedenti nella storia umana (chi può smentirmi lo faccia senza indugio). Ciò indica, per sé solo, che qualcosa di grandioso, di inaudito è accaduto dall’epoca di Cro-Magnon.
Il risultato delle trasformazioni intervenute è che gli uomini si interrogano sul significato di una delle condizioni più importanti della loro vita. Andando subito al cuore dell’interrogativo, si tratta di riconsiderare, soppesare e quindi rendere cosciente, la valenza psicologica della posizione maschile nella coppia eterosessuale.
Cosa ci sta a fare il maschio nella coppia? Questa è la domanda. Interrogativo che è tanto più significativo in quanto emerge silenziosamente, spontaneamente, quasi inconsciamente e si fa strada con candido e temerario coraggio nelle pieghe del caos psichico contemporaneo. Un’emergenza rivelatrice.
Domanda che viene dopo – e ne compendia – molte altre. Ha senso la coppia etero? Non possono forse le donne autosostenersi psicoaffettivamente una volta raggiunta l’autosufficienza economica? Che bisogno c’è di un partner? Da dove vengono le pulsioni femminili alla formazione della coppia con quello che viene ormai dipinto come il competitore, se non addirittura il nemico? Da dove quelle maschili, date le odierne condizioni? Quali il peso, il ruolo, la funzione della presenza maschile in quella dinamica? E così via.
Ora, è banale che la relazione di coppia non appartiene né all’una né all’altra delle due parti. Le comprende, le supera, le coinvolge e in qualche modo le governa. E’ ormai banale riconoscere che il tutto è più della somma delle parti. Qualcuno però (E. Morin) ci ricorda che quel tutto è anche meno della somma. Ciò perché i partecipanti alla relazione devono rinunciare a qualcosa, patiscono dei limiti che isolatamente non subirebbero. Dunque la formazione della coppia rappresenta un salto qualitativo rispetto alla vita da single. Non è esagerato dire che trascende i suoi componenti.
Che ci sta a fare il maschio in quella relazione, oggi?
Va da sé che i presupposti dell’esistenza della coppia etero consistono nella diversità e al tempo stesso nella complementarietà dei diversi orientamenti psicologici (di cui le differenze fisiche non sono che simboli evocativi). Orientamenti e polarità che sono stati tratteggiati sin dai tempi antichi e sui quali la riflessione degli uomini di questa generazione ha puntato l’attenzione. Sono dunque i nuovi fattori intervenuti (autonomia economica e autocrazia riproduttiva femminili) a porre la questione del senso della presenza maschile. Le ragioni di questa, non potendo trovarsi in motivazioni ormai decadute, devono essere di ordine meramente psicologico.
Si apre dunque la possibilità/necessità di scandagliare i confini dell’universo psicoemotivo femminile, di tracciarne le frontiere dell’autosufficienza psicologica, ossia, letteralmente, di disegnare la forma della psiche femminile perché solo ai confini di essa può emergere e si può quindi rinvenire il bisogno della presenza maschile. Confini che descriveranno anche il valore e le funzioni delle potenzialità maschili in quella relazione, benché né le une né le altre si esauriscano nel rapporto di coppia (vi è infatti anche altro nel mondo e nella vita). Limiti che comunque indicheranno la natura, il grado e la robustezza della relazione della moglie moderna con il marito, perché è qui che la relazione è cambiata. Sono infatti cambiate (forse si sono depurate) le ragioni per le quali le femmine diventano mogli, non i motivi per i quali i maschi diventano mariti.
Ora, non vi è motivo di ritenere che quelle vocazioni psicologiche, quelle polarità che furono individuate “ab antiquo” non siano le medesime di oggi pur se chiamate ad operare in condizioni diverse e forse stravolte. Miti e filosofia, psicologia e antropologia ci forniscono una adeguata analisi di quelle dinamiche. Là andremo a prendere gli spunti per definire questa nuova condizione.
Non ci basta più sospettare, credere, immaginare di avere un valore, di adempiere ad una funzione, di soddisfare dei bisogni. Ormai disincantati, vogliamo sapere quali siano e che pregnanza abbiano quei bisogni che rendono preziosa la nostra presenza. Vogliamo l’elenco dei perché.
Per vostra iniziativa viene così posta pubblicamente la domanda sulla valenza della posizione maschile nella coppia. Cosa posso, cosa devo e cosa ho il diritto di dare in questa relazione? Cosa posso aspettarmi di ricevere?
Insomma, sono davvero amato e, se sì, perché lo sono?
Ecco la nuova grande domanda.
A Lei la risposta.
Complimenti a voi, con felicitazioni e auguri.
Rino Della Vecchia – Belluno 18/1/2010
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Ci si chiederà dove sia il portale web dell’A.M.I., che pure c’era. Domanda lecita. Ma quell’avventura si dibatte nella temperie e nelle tempeste di questa stagione storica. Perciò, ogni cosa a suo tempo.
15 commenti for A.M.I.
renato dragonetti | 16 maggio 2010 at 22:41
Rino | 19 maggio 2010 at 21:51
Caro Renato, i problemi che sollevi sono fondati e sono radicali.
Condivido la prospettiva dell’analisi e – come te – non chiudo gli occhi di fronte alla crudezza della diagnosi.
Al contrario.
Lo smutandamento fisico cui assistiamo non è nulla a paragone di quello psicologico: mai come ora la donna è stata nuda. Senza mutande e senza psicomutande.
La fine del bisogno rende visibile la sottostante struttura dei rapporti intrattenuti dalle femmine con i partner sin dai tempi delle caverne e getta una luce gelida sulle relazioni intersessuali.
Una dopo l’altra tutte le finzioni (le psicomutande, appunto) vanno alle ortiche.
Non sottraiamoci alla contemplazione di questo spettacolo, per quanto raggelante possa essere.
RDV
Animus | 23 maggio 2010 at 21:07
>Nell’era dell’autosufficienza femminile dove la convivenza non è più dettata dalla necessità emerge la vera natura della donna.
Eppure, a rigor di logica, questo concetto è un falso, proprio perchè non ha nulla di naturale, ma è basato su un mondo completamente artificiale (e artificioso).
Ovvero, quello che noi osserviamo oggi, non può essere la vera “natura” della donna.
Come la mettiamo, dove sta la contraddizione?
Rino | 24 maggio 2010 at 18:05
Si tratta di un c.d “esperimento mentale (o ideale)” che è diventato reale. Galileo “eliminò” l’aria e così capì che piume e sassi cadono alla stessa velocità. Poi siamo andati sulla luna e abbiamo visto con i nostri occhi ciò che qui non si vede: la vera natura dei gravi (per dirla con gli Antichi). L’esperimento, da ideale è diventato reale.
Come si sa gli esperimenti mentali hanno una forza straordinaria. Figuriamoci poi cosa accade quando diventano reali…
RDV
Animus | 25 maggio 2010 at 09:37
Ok, Rino, bell’esempio grazie, ho capito.
Ma non è cmq la “vera natura femminile” (casomai una caratteristica intrinseca del femminile che “l’esperimento” ha fatto emergere), ma si è “semplicemente” dimostrato, che il bisogno è alla base di “tutte le cose (moralmente)buone”, ovvero in un ottica manichea, su che versante giace rispettivamente il bene e il male, sulla stessa sponda in cui risiede la necessità (intrinseca di M x F), e quella forza debole di F x M.
Rino | 26 maggio 2010 at 22:12
Sì.
Più che di “vera natura” manifestata, è meglio parlare di disvelamento dei fondamenti della relazione.
Fondamenti del resto da sempre intuiti. Eppure il denudamento ha un che di sorprendente. Almeno per noi occidentali, infatuati da secoli di leggende sull’amore.
Ah l’Ammore…
RDV
Ethans | 29 maggio 2010 at 02:24
Mi scuso anticipatamente per l’off-topic ma vorrei porvi una domanda relativamente a una frase di Rino in cui afferma che il carburante dell’ideologia femminista è l’odio (intervista concessa all’Indipendente). Al di là del femminismo delle origini la cui componente d’odio è facilmente rilevabile ed è, a mio parere, il fondamento su cui poggia e dispiega tutta la sua propaganda, volevo chiedere se secondo voi questo odio sia penetrato anche nel sentire comune e nella mentalità odierna delle donne. Mi verrebbe da dire che, ai giorni nostri, questa opposizione al maschio, questa volontà femminile di emanciparsi e di arrivare ai vertici del potere non sia più il frutto dell’odio originale ma della loro inguaribile vanità.
Le donne “lo fanno” ancora per odio? Non è che sia finito il tempo dell’odio ed è iniziato quello della vanità?
Lestat | 1 giugno 2010 at 02:12
@Ethans – Le donne “lo fanno” ancora per odio? Non è che sia finito il tempo dell’odio ed è iniziato quello della vanità?
>>
Opinione mia: le donne lo fanno perché si reputano superiori agli uomini, ossia a coloro che reputano dei totali imbecilli. Alle donne non frega una cippa della parità: a loro interessa il potere assoluto sugli uomini. Dove si è mai visto un superiore che vuole essere pari all’inferiore?
Rino | 1 giugno 2010 at 22:56
UU e DD si sono sempre canzonati, insultati e vituperati a vicenda. La parte reciprocamente incomprensibile delle due psicologie è tale che inevitabilmente ne nascono contrasti, rifiuti e fastidi. Rancori.
Oltre a ciò bisogna ricordare che quando si dipende dagli altri li si ama e li si odia al tempo stesso. Li si ama di amore vero, naturale: cioè di amore interessato in quanto rappresentano la soddisfazione di nostri bisogni. Ma per la medesima ragione li si odia: perché si sente che si dipende da loro e che, alla fin fine, sono i nostri padroni.
Dunque MM e FF si sono sempre odiati, ma – poveretti – non potevano fare a meno l’uno dell’altra.
Poi è accaduto l’impensabile: la Donna ha visto che poteva vivere e riprodursi da sola. L’amore vero (quello interessato) dunque va scomparendo e all’odio antico (da dipendenza*) si somma quello nuovo per descrivere l’origine del quale userò Cioran: “Ogni contemporaneo è per noi fonte di odio”.
Se gli UU non ci fossero tutto il mondo apparterrebbe alle DD. E’ la verità.
Quanto alla vanità non mi pare che sia in profondo conflitto con l’odio, né che lo sostituisca o lo inibisca. Infatti, come osservava ancora Cioran, siamo così mal fatti che vogliamo essere lodati persino da coloro che disprezziamo.
Sembra assurdo ma è così.
RDV
P. S. Non rimproveratemi di essere cinico per aver assimilato il vero amore all’amore interessato, cosa che per noi occidentali, sognatori incalliti, suona intrinsecamente contraddittorio.
Assumo un prospettiva naturalistica. Per l’evoluzione amore è amore per ciò che ci è utile.
Il resto è sogno. I Risvegliati sono appunto quelli che escono dal sogno.
La fine del bisogno è la fine dell’amore. La fine dell’amore è l’aumento dell’odio.
Non sarà bello dirlo ma è così.
Anche a me piacerebbe un mondo diverso. Ma il mondo è come è non come mi piacerebbe che fosse.
* Un momento: se la dipendenza è finita perché dovrebbe continuare l’odio che deriva da essa? Perché quando si aspira al TUTTO e si sente e si sa di avere diritto a TUTTO, ogni limite residuo che impedisca di raggiungere quella meta è ancora più intollerabile: lo si può imputare solo all’antico Padrone.
Rino | 1 giugno 2010 at 23:20
Buone nuove sull’A.M.I.
Andrea Dal Santo annuncia un’intervista da lui rilasciata a Willy Pasini sull’associazione AMI.
Ciò nell’articolo “Nuovi Mariti” sulla rivista “Benessere e Salute Oggi” nel numero che uscirà in edicola Sabato prox (5 giug).
Bene Andrea.
RDV
P.S. Entro poche settimane apre il portale dell’AMI
Ethans | 2 giugno 2010 at 03:40
Nessuna accusa di cinismo e nessun rimprovero, per carità. Condivido appieno quello che dici sull’amore e sono completamente conscio della necessità di una visione naturalistica per indagare l’essenza delle cose. Non riesco però a capire come si possa dire, nel nostro caso, che la fine dell’amore coincida con l’aumento dell’odio… non potrebbe invece
coincidere con l’inizio dell’indifferenza della donna verso l’uomo? In quanto cessa appunto il bisogno che LEI ha di LUI? Non riesco a capire come una persona che non ha più bisogno di una determinata cosa inizi necessariamente a odiarla. Non colgo il nesso
argomentativo che porta ad affermare ciò. Ancora non riesco a vederlo questo odio, in sostanza.
Per inciso, la mia non è una critica… e se anche fosse percepita come tale… è dettata solo ed esclusivamente dal mio bisogno di chiarezza. Voglio solo capire da dove trae origine e come si dispiega questo meccanismo. Perchè anche se non colgo
il senso di questa riflessione, non è detto che sia sbagliata. E’ proprio per questo motivo che chiedo.
@Lestat – “a loro interessa il potere assoluto sugli uomini.”
>>>
Da dove lo rilevi questo?
renato dragonetti | 2 giugno 2010 at 11:56
x ethans: penso che l’odio derivi da altri sentimenti, la voglia di rivalsa(dalla sbagliata idea della millenaria servitù al maschio) , la gelosia ,la superbia e l’invidia.Tutti questi brutti sentimenti hanno generato l’odio verso gli uomini.Per quuanto riguarda la emancipazione culturale femminile la donna non vuole tanto arrivare ai vertici del potere politico, la donna vuole essere come gli uomini e per essere come gli uomini l’unica cosa è quella di lavorare tra gli uomini soprattutto agli alti livelli perchè in questo modo avrà l’illusione di essere come loro.In una parola : l’invidia.Senza dimenticare la soddisfazione di essere in posizioni di comando e quindi la realizzazione del sogno femminista di rivalsa e di comandarli dopo che (secondo le donne) per millenni sono state dominate. Ma ritengo che l’invidia la faccia da padrona.Sicuramente nella donna c’è un vero e sincero interesse per certi lavori qualificati che è cosa del tutto personale ,ma a molte non basta.vogliono essere come gli uomini, pensare come loro, agire come loro e l’unico modo per avere l’illusione di esserlo è quello di lavorare e di stare in mezzo ai maschi.Non è quindi tanto una questione di vanità, sicuramente c’è anche quella, ma piu che altro da 40 anni ad oggi la mai sopita ( e f orse anche prima?)corsa delle donne per essere come gli uomini:l’invidia.
renato dragonetti | 2 giugno 2010 at 12:05
Lestat alle donne interessa molto la parità, ma non quella dei diritti fondamentali della persona (sanità studio lavoro)quella già la hanno , ma quella di essere come gli uomini, quando parlano di parità si riferiscono a quella, sono stracolme di invidia e l’invidia genera odio.Non nego anche il dominio, ma gli interessa piu quello psicologico che gerarchico.
Ethans | 4 giugno 2010 at 02:18
E’ vero “lo fanno per odio”… ci ho riflettuto a fondo e stasera mentre rincasavo in macchina dall’ufficio è “arrivata” la presa di coscienza. Ci penserà la natura a mettere le cose a posto, ne sono convinto. Questa oppressione della cosidetta “società patriarcale” nei loro confronti non è mai esistita. Il ruolo della donna nel mondo glielo ha imposto la natura in un processo evolutivo di riproduzione e soppravvivenza della specie. Il sogno dell’emancipazione femminile e della conseguente “presa di potere” della donna sull’uomo è un processo artificale e dunque culturale, inculcato dalla vulgata femminista nelle menti inconsapevoli delle donne che però, per contro, svela anche il lato oscuro della luna, simboleggia cioè in modo efficacissimo quel sentimento che le donne hanno sempre covato nel loro animo e che il femminismo ha contribuito ad aizzare e, allo stato dell’arte, rendere operativo: l’invidia.
Avevate ragione.
Lestat | 5 giugno 2010 at 11:25
@Ethans – Da dove lo rilevi questo?
>>
Dall’esperienza quotidiana, dalle loro parole taglienti, dai loro atteggiamenti arroganti, dalla tendenza a sminuire continuamente gli uomini.
Atteggiamenti che riscontravo già al liceo e che negli anni dell’università ho potuto toccare con mano.
Fra queste includo mia sorella, una trentaduenne laureata in architettura, ferma sostenitrice della “superiorità femminile”; tanto è vero che ogni volta che iniziamo a discutere della summenzionata questione, la mando aff******, oltre a consigliarle di non sposarsi mai e di non mettere assolutamente al mondo dei figli, perché come moglie e madre farebbe sicuramente schifo. Una volta la presi anche a sberle.


Rino, sono sempre più convinto che il rapporto tra uomo e donna non è un rapporto biunivoco. Cioè mentre da parte del maschio c’è la complementarietà per la donna, da parte della donna non c’è la complementarietà per il maschio. Sicuramente la femminilità e complementare al maschile, ma nella donna c’è un’altra componente che non ha nessuna complementarietà con l’uomo, che è la maternità. La maternità nella donna giovane e fertile è dominante rispetto alla femminilità, la realizza e la completa.
Inoltre la donna non ha l’impulso sessuale come quello maschile per cui si muove con molta più libertà nel rapporto. Nell’era dell’autosufficienza femminile dove la convivenza non è più dettata dalla necessità emerge la vera natura della donna.
Il rapporto con il coniuge quindi potrebbe essere un rapporto di complicità e di comunicazione, ma anche un rapporto di chiusura totale, perché per la donna il rapporto col coniuge NON è ESSENZIALE. Essenziale è il rapporto col figlio. E qui viene un altro fattore fondamentale, che ho scoperto da relativamente poco perchè il rapporto col coniuge per la donna non solo non è essenziale ma addirittura la presenza del coniuge stesso è malvoluta e fastidiosa a prescindere da quello che lui prova per lei. E qui ho scoperto che la donna può essere GELOSA del marito o del partner, vede la sua presenza come una vera e propria minaccia. Gelosa perchè la donna vede il marito come un intruso nel rapporto tra lei e il figlio, lei vuole il rapporto col figlio assoluto ed esclusivo, il marito e padre di suo figlio potrebbe essere una minaccia al legame totale fra lei e il figlio. E la gelosia si trasforma in vero e proprio odio, quindi il marito in non pochi casi è addirittura un nemico. Non tutte sono invasate di gelosia ma i numeri delle separazioni dimostrano che siamo circa ad 1/3. Quindi dalla autosufficienza femminile è emerso che nella natura femminile, la presenza maschile nella famiglia non è essenziale se non a fine economico e spesso neanche voluta.