Cold Case. “Casi freddi” con sessismo

Seguo sistematicamente la serie “Cold Case” (in onda sia su Rai2 che su Fox) che apprezzo non soltanto per l’ottima congegnazione del poliziesco, ma anche per le ricostruzioni storiche che considero piccoli capolavori di modernariato in termini di allestimenti, abiti, automobili.

Ebbene, come vuole il politicamente corretto (specialmente negli Stati Uniti) anche “Cold Case” non ha potuto fare a meno di rendere omaggio  al sessismo imperante.

Nell’ultima puntata, infatti, la storia era incentrata su uno stupratore seriale che viene ucciso dal fratello minore di una delle vittime.

Come si è arrivati a tale  “esecuzione”, e cosa è successo dopo?

E’ presto detto. Il criminale  in questione, studente ineccepibile,  stuprava tutte le colleghe di college che gli interessavano, con l’alibi che “ti dicono di no ma pensano si”, finchè le ragazze in questione, coalizzatesi, lo mettono sotto minaccia con una pistola data loro proprio da una poliziotta (tanto non puoi dimostrare niente, ci vogliono prove, testimoni, inutile fare una denuncia regolare, difenditi da sola – dice la poliziotta in questione a una del gruppo consegnandole l’arma) .

Il fratello minore di una di loro si impossessa di questa pistola e uccide lo stupratore.

Dopo tanti anni lo staff di “Cold Case” lo rintraccia, accerta le sue responsabilità, e durante un interrogatorio drammatico gli suggerisce che l’omicidio da lui compiuto ai danni dello stupratore in realtà fosse una sorta di legittima difesa. Il ragazzo in questione è evidentemente disorientato ma poi accetta la tesi – proposta dai poliziotti – della “legittima difesa di fatto”(e vorrei vedere,  avendo come alternativa la sedia elettrica).

Insomma, una puntata all’insegna dei più biechi  stereotipi sessisti, dove:

 1. Le caratteristiche dello stupratore.  Qui c’è il primo stereotipo: benché sia ormai accertato dalla scienza che lo stupratore, specialmente se seriale ha un preciso profilo psicologico e non “opera” mai nello stesso  ambiente in cui si trova a vivere abitualmente, ciononostante viene presentato come “il ragazzo della porta accanto” che però ritiene che il “no” delle donne equivale ad un “si”.  Messaggio: qualsiasi uomo può essere uno stupratore, anzi, qualsiasi uomo, di base,  lo è.  Senza contare che  la scienza ha accertato da tempo – come si diceva – che gli stupratori hanno un preciso profilo psicologico,  e che – di converso – un uomo che esuli da quel preciso profilo non può provare eccitazione nei confronti di una donna che non partecipi all’atto sessuale,  anzi addirittura vi si ribelli. Ma questo non rileva per gli sceneggiatori della serie.

2. La poliziotta che “arma” le vitime sulla base del fatto che “tanto con le normali procedure non puoi dimostrare niente”. In questo c’è tutta l’ideologia secondo la quale le normali logiche processuali, valide per tutte le fattispecie criminali,  non valgono in questi casi,  per i quali invece c’è  bisogno che la donna definisca da sè i termini del reato ( inversione dell’onere della prova) e che una donna sia legittimata, in quanto tale, a farsi giustizia da sè.

3. La pervicacia con cui il personale della  squadra insiste nel “convincere” il fratellino in questione che la sua è stata legittima difesa. Per la prima volta i solerti poliziotti di Cold Case infrangono volutamente quella che dovrebbe essere la deontologia professionale,  operando attivamente per scagionare un colpevole confesso.   Messaggio: ucidere uno stupratore non è reato, e anzi chi lo fa merita pure protezione dall’autorità costituita. Alla faccia del giusto processo che dovrebbe spettare ad ogni cittadino indipendentemente dall’accusa che pende su di lui.

Constato ancora una volta come tali incredibili pregiudizi sessisti possano entrare veramente in qualsiasi cosa, come – in questo caso – un banale serial poliziesco,  né  cesso di stupirmi di come questi fenomeni “passino lisci”  sistematicamente presso la pubblica opinione.

E si tratta di un bombardamento continuo, attenzione: questa analisi che ho appena fatto su un telefilm qualsiasi, di cui domani ci saremo dimenticati,  potrebbe essere ripetuta con analoghi risultati sulla gran parte di ciò che passa quotidianamente per l’etere.

Quanti possono accorgersi di queste cose? Quanti hanno occhi ed orecchi skillati per avvertire tutto cio?

E’ proprio su questo che dobbiamo lavorare.

Carlo Zijno

perché gli uomini vanno con le trans?

Sere fa a  “Le iene” hanno presentato una mini – inchiesta in cui una intraprendente ragazza, fingendosi ferita nell’orgoglio per essere stata tradita dal suo fidanzato con una trans e volendo capire com’era stato possibile, andava a chiederlo….proprio alle trans.

Ho trovato l’iniziativa assolutamente sfiziosa perché, malgrado non ci siano studi scientifici su questo recente (e crescente) fenomeno,  purtuttavia in occasione degli ultimi scandali sessuali i commentatori sono stati assolutamente compatti nello spiegarlo  con la crescente paura degli uomini nei confronti delle donne, uomini ormai fragili,  macilenti ed inadeguati,   che andrebbero in questo modo  cercarsi un più “rassicurante” surrogato del femminile.

Come dicevo, non esistono studi scientifici a largo raggio del fenomeno, ed il sospetto che questa spiegazione celasse molto semplicemente l’ennesima vulgata antimaschile era forte.

Ed a questo proposito la conferma ai miei sospetti me l’hanno data le trans stesse.  Le quali, rispondendo all’accorata domanda della ragazza (perché? perchè?) davano le più varie risposte ma su una cosa erano tutte assolutamente d’accordo e compatte: nel rapporto con loro, tutti i clienti – ma proprio tutti -  prediligono assolutamente il ruolo “passivo”.

Ho messo tra virgolette questa parola perché a giudizio di chi scrive trattasi di parola inadeguata, starata nel significato, così  come il suo contrario, “attivo”. Parole sgraziate ed inadeguate a descrivere quello che vorrebbero, ma che in questo contesto dobbiamo continuare ad usare in quanto in queste parole c’è una precisa informazione, una informazione “pesante”. A maggior ragione che chi si prostituisce professionalmente incontra migliaia di clienti nella propria “carriera” e quindi finisce per avere rilievo statistico.

A quel punto del discorso infatti i conti non mi tornavano più: se un uomo ha paura del femminile, e quindi va a surrogarselo in questo modo, non va certo ad  assumere un ruolo “passivo”, ma semmai si andrà a cercare quel ruolo “attivo” che lui vorrebbe “recitare” con il femminile  ma al quale  è inibito a causa delle proprie paure.

E’ evidente pertanto che negli uomini che vanno a trans non c’è il desiderio della femminilità perduta, ma di qualcos’altro. E questo qualcos’altro non ha che fare con il femminile e con le donne. 

L’idea che mi sono fatto è che probabilmente, in questi uomini, la paura  è  quella di ammettere – principalmente di fronte a loro stessi  - la propria omosessualità o bisessualità, ma sia chiaro che si tratta di una punto di vista personale assolutamente a-scientifico.

La spiegazione del fenomeno infatti io non ce l’ho, perché come dicevo non esistono ancora studi estensivi e scientifici sul fenomeno:  ma per favore non mi si venga a parlare più di poveri maschietti costretti ad andare con le trans perché impauriti dalle nuove amazzoni.   

Trattasi infatti di autentica  cretinata.

Una incredibile verità, dall’anno 1972

Seguo abbastanza sistematicamente il canale “rai storia”,  che gradisco per tanti ricordi ma soprattutto per la mia nota curiosità antropologica corca l’evoluzione della nostra società.  

Alcuni giorni fa stavo vedendo una inchiesta del 1972 di Liliana Cavani  riguardante i figli unici, fenomeno che giusto in quegli anni iniziava ad avere rilevanza di massa.

Ad un certo punto, dopo una serie di interviste, veniva ascoltato il parere di uno psicologo dell’età evolutiva.

Il quale, dopo aver svolto una serie di considerazioni che con il metro moderno giudicheremmo banali, cose agli atti da tempo (ma in quel momento si trattava di novità, lo ripetiamo) sul figlio unico come centro dell’attenzione della famiglia e relative conseguenze, aggiungeva qualcosa che alle mie orecchie aveva dell’incredibile.

Ossia che la problematica del figlio unico non era di per sé particolarmente rilevante,  ma diventava devastante se accoppiata ad un altro fenomeno dell’era moderna, ossia l’indebolimento del ruolo paterno in famiglia: intendendosi per tale la classica funzione di accompagnare la prole fuori dal nido, introducendola al mondo con le sue regole e guidandola a prendere atto delle sue realtà  per gestirle, ultimando il passaggio da ragazzo ad uomo.

Indebolimento che ad avviso del professore era una conseguenza dell’evoluzione sociale dell’ultimo mezzo secolo, con  l’industrialismo che aveva spezzato la trasmissione del sapere fattivo tra Padri e figli, con l’ulteriore aggravante del nascente consumismo che stava spezzando anche la trasmissione di certi valori e complici infine le guerre e l’avventura fascista, che non ultime avevano contribuito a bollare una certa generazione e ad estraniarla dalla vita familiare.  

Non ho fatto in tempo ad annotare il nome di siffatto genio, di questa aquila che con vent’anni di anticipo su Claudio Risè aveva capito tutto quello che c’era da capire su dove stesse andando il ruolo paterno, ma  se qualcuno avesse idea di chi può essere,  è pregato di farmelo sapere.

Tutto questo nell’anno 1972; se me lo avessero raccontato, non ci avrei creduto.  

25 novembre 2009, la violenza dei media

Come preannunciavo nell’ultimo post, è passato il 25 novembre e ne abbiamo viste delle belle.  Potrei tediarvi con i soliti dati iperbolici la cui falsità è già stata ampiamente dimostrata in questa ed in altre sedi (vedi categoria “violenza di genere”),  potrei minuziosamente enumerare la caterva di ore di trasmissione basate semplicemente sulla facile criminalizzazione tout court del maschio, ma piuttosto vorrei raccontare, tanto per far capire a tutti quale cappa ideologica ci portiamo addosso, un fatto televisivo accaduto parecchi giorni orsono e che mi ero appuntato proprio per farne un post. 

 Nel pomeriggio del 6 novembre scorso,  complice  l’influenza che mi affliggeva, me ne stavo sfrittellato sul divano a fare zapping quando sono incappato, verso le 17, in un programma intitolato “pomeriggio sul 5″, condotto da barbara d’urso, e in cui decido di fermarmi perché si parla proprio di violenza di genere.
 
Viene mandato in onda il solito servizio giornalistico ultra propagandistico ed ultra criminalizzante, in cui si ritira fuori per l’ennesima volta  la favoletta delle 14 milioni di donne che in Italia avrebbero subìto violenza e, subito dopo,   vengono presentati gi ospiti per il dibattito: tra cui Vittorio Sgarbi, la Santanché ed una simpatica signora ultranovantenne esponente storica del movimento femminile in Italia, oltre ad un altro paio di signore il cui nome non ricordo (e voglio continuare ad ignorare).
 
Pausa pubblicitaria, dopo la quale prende le mosse un qualche dibattito della serie “castriamoli tutti“, ad opera principalmente della Santanché,  finché Vittorio – che fino a qule momento era stato zitto -  prende la parola per dire:  “ma castriano de che? se uno è uno stupratore, un violento, ha poco senso castrarlo dopo il fatto. Andrebbe castrato in teoria prima, ma siccome prima non ha commesso i fatto, né si può presumere che stia per commetterlo, allora che facciamo? precauzionalmente castriamo tutti gli uomini? E’ questo a cui si vuole arrivare?
 
La sala reagiva pesantemente, accusandolo di non voler tenere conto degli incredibili dati sulla violenza degli uomini sulle donne. A quel punto Vittorio replicava, dicendo chiaramente (anzi urlando): ma dove stanno questi famosi quattordici milioni? Ma chi li ha mai visti? Alzi la mano, tra le donne in sala, chi ha avuto violenza, di qualsiasi tipo,  da un uomo.
 
Della pletora di donne presenti, solo una alzava la mano.

A quel punto Vittorio si rivolgeva direttamente alla D’Urso: ma lo vedi perché le tue trasmissioni non funzionano? Perché sono trasmissioni a tesi preconfezionate…
 
Anche la ultranovantenne interveniva, per dire che “spesso le donne scambiano per violenza ciò che invece vorrebbe essere un atto d’amore, mal espresso e mal gestito”.
 
La D’Urso, persa la testa,   si permetteva  allora di mancare di rispetto alla ultranovantenne trattandola da povera arteriosclerotica, mentre diceva a Vittorio che “allora la prossima trasmissione ti porto cinquanta donne che hanno subìto violenza“.
 
Vittorio replicava ancora cheportare cinquanta vittime della mafia non corrisponde a dimostrare che tutti gli italiani sono mafiosi” e la sfidava a proseguire il dibattito.
 
SubIto dopo la D’Urso chiamava la pubblicità, malgrado che l’ultimo inserto pubblicitario fosse andato in onda due minuti prima (e intendo dire proprio due minuti, ossia centoventi secondi).
 
Sempre più intrigato dalla piega che sta prendendo il dibattito, decido di fermarmi ad oltranza, ma… dopo la pausa pubblicitaria,  sorpresa!! Non c’è più Vittorio e non c’è più il parterre di prima, sono stati semplicemente liquidati, al loro posto c’è un servizio qualsiasi su altro argomento: si volta pagina.
 
Ora, sinceramente parlando non ho mai avuto chissà quale simpatia per Vittorio Sgarbi e le sue sparate,  ciononostante  ho la matematica certezza che sia stato censurato per aver espresso opinioni politicamente scorrette affini alle nostre.

In un simile destino è incappato anche il nostro Armando Ermini partecipando ad una trasmissione televisiva su Odeon TV dove, tra l’altro, era stato invitato proprio perché “voce alternativa”.

E chissà quante volte sarà accaduto (e starà accadendo, e accadrà) nel mare magnum dei palinsesti nazionali.

Questa, cari lettori, si chiama  repressione,  ed è una cosa che va  contro l’articolo 21 della costituzione.

Più che giornata contro la violenza, bisognerebbe chiamarla giornata della violenza, questa è la verità…

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