economiste all’asilo nido

E’ stata pubblicata di recente dalla fondazione Agnelli una ricerca (maggiori notizie qui), firmata da due economiste, tali Daniela Del Boca e Silvia Pasqua,  secondo la quale i bambini che crescono all’asilo nido sarebbero più bravi, più socievoli, più capaci di concentrarsi.

La notizia mi è balzata agli occhi, perché dalla  mia esperienza pratica di Padre emerge esattamente il contrario:  osservando un qualsiasi gruppo di bambini,  i “figli dell’asilo nido” mi risultano immediatamente riconoscibili per tasso di aggressività, isterismo, insicurezza.

Io non sono psicologo infantile, ma se per questo non lo sono nemmeno  le due ricercatrici che hanno firmato lo studio in questione (sono economiste, come dicevamo): allora, che vuol dire tutto ciò?

Il mistero si chiarisce leggendo meglio i contenuti: laddove si capisce che effettivamente i “figli dell’asilo nido” sarebbero più bravi a patto che l’asilo nido in questione sia di prim’ordine, ossia con equipes psicopedagogiche di alto livello che seguano ogni singolo bambino con metodica precisione: insomma, dico io, replicando in toto le cure materne.

Allora, mi chiedo: dov’è il “superiore interesse del minore”?  Nello stare con sua Madre, oppure nell’essere affidato a sconosciuti(e) che nel migliore (e costoso) dei casi saranno tutt’al più un efficiente surrogato della Madre stessa?

Già sento le obiezioni:  la donna deve essere libera (e oggi come oggi direi quasi obbligata), di lavorare:  la società si deve far carico di questo, approntando gli asili nido. E questo effettivamente è un problema aperto:  la quasi impossibilità per le madri di occuparsi dei loro figli a tempo pieno.

Ma, per l’appunto, è un problema delle donne: perché il superiore interesse del minore sarebbe di stare con loro.

Io, personalmente, sogno un mondo in cui una faccenda del genere venga derubricata da “superiore interesse del minore”, ridicolo eufemismo (almeno per l’uso che se ne fa oggigiorno),  per essere etichettata per quello che è: un problema delle  donne, sic et sempliciter.

Insomma, un mondo senza alibi. In cui un problema femminile sia finalmente qualificato come tale senza ricorrere a strumentalizzazioni morali o scientifiche di altro ordine.  Alibi che stanno cominciando a far ridere.

E a quel punto, siamo tutti disposti a discuterne.

Ma è un sogno, per l’appunto. 

Carlo Zijno

benaltro che te

Ho letto con estremo interesse il pezzo di Rino sulla definizione di Questione Maschile e di come si stia cercando di mutarne il significato originario: con il paradossale risultato che  – cito testualmente, è troppo bello - “La QF si occupa della violenza che le donne subiscono dagli uomini. La QM si occuperà della violenza che gli uomini infliggono alle donne“.

In questa costatazione dell’amico Rino c’è il vecchio punto dell’esproprio ai danni del maschile della facoltà di auto-narrazione, ampiamente dibattuto ed analizzato in seno al MoMas e che Rino ci ha restituito in quella forma tanto sintetica quanto fulminante (rara capacità dialettica).

Ma, a mio avviso, in questa aggressione linguistica c’è anche un altro aspetto che è tipico di del femminismo, un suo corollario imprescindibile e che è penetrato profondamente nella cultura corrente: il BENALTRISMO, in tutte le sue accezioni.  Ossia che, quando si parla di uomini, nel senso di aspirazioni maschili, necessità maschili, idee maschili,  il problema è sempre ALTRO, le cose da fare sono sempre ALTRE.

I Padri separati soffrono? Si, poverini, ma il problema fondamentale di separazione e divorzio non sono loro, ma le madri che devono crescersi i figli da sole (come ci ha sottolineato l’ottima Barbara d’Urso dopo aver intervistato l’avvocato Vincelli). Il problema è quindi ALTRO rispetto a loro. Oltretutto le loro sofferenze se le sono meritate, ed anche qui quindi il problema è ALTRO rispetto alle loro sofferenze.

Una moglie lascia il marito? E’ stata costretta (la causa è ALTRA che non la donna).

Uno psicopatico ubriacone violenta una signora? Il problema non è lo psicopatico ubriacone, il problema è ALTRO, sono i maschi in generale.

Un signore legittimamente si incazza perché quelli della British Airways  gli fanno cambiare posto, in ossequio ad un regolamento interno della compagnia i maschi adulti non possono sedere accanto ai bimbi perché potrebbero molestare questi ultimi?  Il problema però non è che il signore in questione venga sospettato “di default” e ciò sia profondamente ingiusto, il problema è ALTRO (la tendenza dei maschi ad abusare e molestare).

Questo è  BENALTRISMO antimaschile.

Il BENALTRISMO entra ormai anche nei rapporti spiccioli tra uomo  e donna, e sempre in un’unica direzione: e qui nessuno creda di potersi tirare fuori dal mazzo, per favore, perché chiunque abbia avuto nella vita una relazione che sia durata più di dieci minuti sa quello che dico.

Quando un uomo non viene realmente vissuto dalla sua compagna per quello che è  (non dico amato, ma perlomeno vissuto, diamine), c’è sempre BENALTRO che incombe.

Fai un certo tipo di lavoro: ma ci sarebbe BENALTRO da fare.  Tu, metalmeccanico, non sei certo all’altezza del cognato del cugino che invece ha studiato ed è diventato notaro. Tu, notaro, non sei certo all’altezza del fratello del cognato che invece è palazzinaro. Tu, palazzinaro, non sei certo all’altezza dello zio del fratello che avrà pure le pezze al culo ma scrive le poesie!!

E così il cerchio si chiude. E qui la fantasia femminile può raggiungere livelli galattici.

Ma c’è anche una variante ancora più subdola: in cui saresti proprio tu a voler fare BENALTRO rispetto a quello che fai, ma non puoi fare BENALTRO perché….  hai BENALTRO da fare che non stare a fantasticare di fare BENALTRO!!  Esempio: tuo cugino di terzo grado ha bisogno di un socio per rilevare quella pizzeria di Piazza Navona che il solito ente inutile gli sta privatizzando per quattro soldi e tu ci stai facendo un pensierino? Ma che sei matto, lasciare il posto alle poste? Ma tu ha BENALTRE responsabilità, devi dare certezze alla tua compagna, atro che fantasticare di pizzerie a Piazza Navona!! E poi che sarebbe questa storia dell’azienda familiare? Con il rischio che io, sacra regina,  mi ritrovo a servire pizze alle tue dipendenze mentre ho BENALTRO da fare nella vita? E, comunque… tu hai BENALTRE potenzialità che non fare il pizzaiolo.

Ho buttato giù un paio di situazioni estreme, tanto per divertirmi,  ma alzi la mano colui – tra quelli, lo ripeto, che abbiano avuto storie più lunghe di dieci minuti –  che non si sia sentito rintronare in testa  questa espressione, nelle sue più immaginifiche varianti, anche nelle più piccole situazioni di vita di coppia.  Gli esempi possibili sono infiniti.

E questo deriva dalla MALA EDUCAZIONE che una certa cultura ha dato alle nostre donne ma soprattutto ai nostri uomini, ossia quella sottile mancanza di rispetto per la natura e per le aspirazioni del maschio, per i suoi pensieri, o progetti, o emozioni, direi per il suo essere in quanto tale, anche nelle sue varianti più innocue o più belle, e di cui il BENALTRO è il sintomo più evidente.

Ecco, anche questa è Questione Maschile.  E NESSUNO SI TIRI FUORI DAL MAZZO.

 Carlo Zijno

canta che ti PAS

La scena si svolge di venerdì pomeriggio,  in un autobus affollato di persone che tornano a casa dal lavoro, compreso il sottoscritto.

Salgono un uomo, una donna ed un bambino di cinque o sei anni. La donna prende il bambino da sotto le ascelle e lo issa su un improbabile posteggio tra i tubi reggimano.

Uomo: Riccardo, scendi di lì, se l’autobus frena vai a sbattere la testa sui tubi.

Donna, con aria di sufficienza: ma no, che non succede niente.

Uomo, leggermente seccato: c’è una ragione  se lì è vietato stare, o no? Scendi, forza.

Così dicendo l’uomo prende a sua volta il bambino per le ascelle  e lo depone a terra.

Donna, energicamente: ma è stanco!!

Uomo, guardando ironicamente la donna: ma dai, abbiamo camminato due metri!  E comunque non credo che gli succeda nulla a stare ancora in piedi soltanto per le due fermate che dobbiamo fare.

Bambino (che prima dell’ultima frase della donna non aveva obiettato all’azione dell’uomo): ma mi fanno male i piedi!

Uomo, contrariato, in direzione del bambino: finiamola, non voglio che rischi di farti male! Tra dieci minuti ti riposi a casa, ora stai un po’ in piedi, che non ci è mai morto nessuno.  

Il bambino comincia a frignare vistosamente. La donna lo stringe a sé consolandolo con mugolii vari.

L’uomo fa al bambino un pat-pat di incoraggiamento sulle spalle e poi guarda (provocatoriamente?) da un’altra parte, canticchiando sommessamente qualcosa.

Donna, ad alta voce e rivolta all’uomo: MA TE LA VUOI PIANTARE  DI DARE SPETTACOLO DAVANTI A TUTTI  E RISPETTARE UN POCHINO ME E TUO FIGLIO??

Ecco, queste piccole scenette di vita familiare quotidiana sono una delle tante cose che mi fanno pensare che la PAS non sia necessariamente un evento ascrivibile soltanto alle situazioni di separazione e divorzio.

Carlo Zijno

in morte di Pietro Taricone

Ho aspettato a lungo prima di tornare a questo blog, ed alla piattaforma MetroMaschile. Per tanti motivi, con i quali non sto a tediarvi.

E lo voglio fare commentando una recente notizia, la morte di Pietro Taricone. Non l’ho apprezzato al momento del suo “esordio” nel grande fratello, tanti anni fa: troppe manifestazioni di machismo, troppe esibizioni muscolari,  troppo essere “l’uomo che non deve chiedere mai”: cose che per la mia mentalità, per il mio modo di pensare, costituiscono solo confessioni di paura e tentativi di auto – rassicurarsi sulla propria virilità.

 L’ho apprezzato, invece, e molto, nella fase  post-grande fratello: concreto, a massimizzare gli “utili” della sua notorietà in una carriera da attore e da farmer, senza bruciarsi con le infinite apparizioni televisive nei vari talkshow-con-gettonino-incorporato  che quelli nella sua condizione (ossia quelli assurti alla fama senza avere, parliamoci chiaro, né arte e né parte)   prediligono invece massimamente.

Ma, più di tutti, in Pietro Taricone ho apprezzato la commossa dedizione alla sua missione di Padre e marito, al punto di perdonare i tradimenti (inutile che ci giriamo intorno, si chiamano così) di sua moglie Kasia, in un’ottica di “missione sacra” (la aspetterò, lei tornerà per il bene della famiglia) che non può che fargli onore.

La sua morte mi disturba profondamente e non soltanto perché si tratta della morte di un uomo che considero giusto, oltre che di un giovane (cosa sempre massimamente dolorosa),  ma anche per il modo in cui è avvenuta. Ossia praticando uno sport che,  senza giri di parola, possiamo considerare estremo. Se non è estremo “buttarsi di sotto”, almeno per noi uomini della strada, sinceramente parlando non so cosa lo sia.

Mi è sovvenuto un documentario di anni fa, in cui un ragazzo pur di superare d’un salto con il suo slittino a motore un burrone subìva tali lesioni alle ossa del cranio (compresi i denti, completamente persi)  da rendere obbligato l’intervento del chirurgo plastico più di una volta.

Ebbene,  io credo che noi tutti dobbiamo fare una riflessione su questo tipo di cose: perché il mio sospetto è che nel praticare questi  sport ci sia un anelito a dimostrare in qualche modo il proprio coraggio, e quindi la propria virilità. 

Io vorrei dire ai giovani: non dovete dimostrare proprio un bel  niente. Non in questa società, almeno.

Ma è una operazione maledettamente difficile.

In tutto questo: ciao Pietro, ciao guerriero. I miei rispetti, i rispetti di un uomo comune.  

Carlo Zijno

Una incredibile verità, dall’anno 1972

Seguo abbastanza sistematicamente il canale “rai storia”,  che gradisco per tanti ricordi ma soprattutto per la mia nota curiosità antropologica corca l’evoluzione della nostra società.  

Alcuni giorni fa stavo vedendo una inchiesta del 1972 di Liliana Cavani  riguardante i figli unici, fenomeno che giusto in quegli anni iniziava ad avere rilevanza di massa.

Ad un certo punto, dopo una serie di interviste, veniva ascoltato il parere di uno psicologo dell’età evolutiva.

Il quale, dopo aver svolto una serie di considerazioni che con il metro moderno giudicheremmo banali, cose agli atti da tempo (ma in quel momento si trattava di novità, lo ripetiamo) sul figlio unico come centro dell’attenzione della famiglia e relative conseguenze, aggiungeva qualcosa che alle mie orecchie aveva dell’incredibile.

Ossia che la problematica del figlio unico non era di per sé particolarmente rilevante,  ma diventava devastante se accoppiata ad un altro fenomeno dell’era moderna, ossia l’indebolimento del ruolo paterno in famiglia: intendendosi per tale la classica funzione di accompagnare la prole fuori dal nido, introducendola al mondo con le sue regole e guidandola a prendere atto delle sue realtà  per gestirle, ultimando il passaggio da ragazzo ad uomo.

Indebolimento che ad avviso del professore era una conseguenza dell’evoluzione sociale dell’ultimo mezzo secolo, con  l’industrialismo che aveva spezzato la trasmissione del sapere fattivo tra Padri e figli, con l’ulteriore aggravante del nascente consumismo che stava spezzando anche la trasmissione di certi valori e complici infine le guerre e l’avventura fascista, che non ultime avevano contribuito a bollare una certa generazione e ad estraniarla dalla vita familiare.  

Non ho fatto in tempo ad annotare il nome di siffatto genio, di questa aquila che con vent’anni di anticipo su Claudio Risè aveva capito tutto quello che c’era da capire su dove stesse andando il ruolo paterno, ma  se qualcuno avesse idea di chi può essere,  è pregato di farmelo sapere.

Tutto questo nell’anno 1972; se me lo avessero raccontato, non ci avrei creduto.  

|