Tutti per Sakineh, nessuno per…

Nei giorni appena trascorsi ha tenuto banco sui media il caso di Sakineh, la donna condannata in Iran alla lapidazione per adulterio e altri motivi più o meno “morali”, sulla base della Shaaria.

Il caso è stato seguito fin oltre la sua (temporanea) soluzione, se è vero come è vero che ancora ieri sul sito di “Repubblica” appariva un articolo emblematicamente intitolato “quante Sakineh ci sono nel mondo?”  

Orbene, devo dire che ho condiviso questa campagna: sono strutturalmente contrario alla pena di morte, per qualsivoglia motivo,  mi ripugna l’idea che qualcuno possa essere condannato a qualcosa per mera sanzione morale o religiosa, mi fa orrore la crudeltà della lapidazione.

Allora tutto bene? Niente affatto.

Soltanto in Iran, nel corso del 2009 stati giustiziate 409 persone sempre sulla base della shaharia ed i siti specializzati ci riferiscono che ben poche di queste esecuzione sono avvenute in conseguenza a crimini comuni (omicidi, etc) ma perlopiù con motivazioni di tipo politico o religioso.   E senza contare le “pene minori” come ad esempio amputazioni e frustate.

Ho cercato su internet i dati sulla ripartizione per genere di questi veri e propri crimini contro l’umanità ma non le ho trovate, sebbene le foto ed i resoconti di dettaglio in cui mi sono imbattuto fossero riferiti soltanto a maschi.

Devo quindi presumere che la totalità o comunque la stragrande maggioranza di questi crimini di stato abbiano avuto come vittime dei maschi: e la stessa mancanza di dati su questo aspetto è già di per sé indicativa.

Orbene, qualcuno ha speso una parola per qualcuno di questi poveretti? Fosse anche per uno soltanto di loro?

La risposta è: nessuno, a parte le associazioni umanitarie che però lavorano sui grandi numeri, su situazioni aggregate.

A questo punto di cosa stiamo parlando, di cosa dovremmo parlare? Di maschicidio dimenticato?

Riflettiamoci.

Carlo Zijno

zio paperino

Ho notato come nei bagni pubblico della capitale – siano essi intesi come bagni aziendali o di bar o di stazioni ferroviarie -  il bagno riservato agli uomini sia sempre più spesso indicato con l’effige di zio Paperino, noto personaggio disneyano.

 Ora, chi è zio Paperino? Di tutti gli abitanti di Paperopoli, è il più sfigato.

 Non è Paperone, capitalista della città; non è Gastone, borghesucolo quanto si vuole ma fortunato e gaudente; non è Paperoga che rientrerebbe nella categoria del proletariato ma se ne frega altamente, non è Archimede genio ufficiale della città e che indipendentemente dalle sue sorti conserva sempre il suo alone speciale.

 No, è zio Paperino,  perennemente oppresso dai debiti, perennemente oppresso da zio Paperone, perennemente soggetto alla sfiga, perennemente alla ricerca di lavori perlopiù improbabili, perennemente fatto oggetto di rampogne e cazziatoni dai tanto bravi nipotini Qui, Quo e Qua (che lui mantiene di tutto punto, sia detto per inciso).

 Insomma, di tutti i paperi è il soggetto sicuramente più debole.

 Ebbene, guarda caso per indicare il luogo “intimo” riservato agli uomini, si sceglie proprio questo personaggio.

 A questo punto, nel leggere questo articolo,  la maggior parte di voi starà dicendo: “ma dài, signor Zijno,  ma che paranoie sono queste…”

 Liberi di pensarlo,  ci mancherebbe altro, però… però  fate pure i vostri bisogni, maschietti sfigatoni, e buon pro vi faccia.

“Obsessed”, di Steven Shill, USA, 2009

Quando si parla di Questione Maschile davanti ad un non – risvegliato,  l’immagine che si forma immediatamente nella testa di quest’ultimo è quella di una serie di rivendicazionismi sterili e rancorosi, ancorché ridicoli, o per meglio dire di una serie di input sostanzialmente misogini.

I più disponibili all’ascolto potranno al massimo arrivare ad ammettere –ma senza fare un passo oltre -  che esiste effettivamente una lunga serie di pregiudizi antimaschili ma che, comunque, i pregiudizi di genere sono sempre esistiti, sia per quanto riguarda gli uomini che le donne, ed allora che volete? 

Questo è sicuramente vero, ma – caso raro nella storia dell’universo a parte la legislazione razziale del III Reich o del Sudafrica del’apartheid –  i pregiudizi antimaschili sono suscettibili di tradursi in atti di legge e giuriprudenza.

A questo punto vi sarà sovvenuta l’immagine dei Padri separati e le loro tragedie; anche questo è sicuramente vero, ma non sufficiente. I non risvegliati, i non iniziati,  non possono immaginare a quale profondità e di pervasività arrivino queste cose, quanto in realtà governino il nostro quotidiano.

 A tutti questi  non posso che consigliare di vedere il film “obsessed”.

 La storia è semplice e se resistete fino in fondo senza spaccare il televisore, ne uscirete con una consapevolezza in più.

Derek Charles   occupa un posto di responsabilità in una società finanziaria. Sposato e profondamente innamorato della propria moglie,  respinge il corteggiamento ossessivo di una collega.

Questa mette in atto tutta una serie di strategie non solo per conquistarlo ma piuttosto per fargli terra bruciata intorno, tentando di passare per la sua amante, fino a drogargli un drink per poterne abusare.

Per un po’ Derek riesce a difendersi  poi la cosa diventa ingovernabile: viene richiamato dal suo capufficio, il quale gli fa notare che la tizia in questione potrebbe denunciarlo per molestie screditando altresì l’azienda;  la moglie non crede una parola di quello che dice e lo butta fuori di casa;  la polizia inizia ad indagare sul suo comportamento  specialmente dopo che la sua ossessionata pretendente tenta il suicidio proprio nella sua camera d’albergo.

Derek viene precipitato, senza colpa, in una specie di girone infernale in cui  oltre a fare la vita da separato (vede il figlio ogni quindi giorni, abita in una topaia nella povertà pur essendo un alto dirigente, sul lavoro gli viene precauzionalmente tolto il portafogli clienti,  etc.) diventa immediatamente il paria della società che gli è intorno nonché cliente fisso della polizia.

Per ironia della sorte o dell’assurdo, la tizia in questione è decisamente psicopatica: tenta di rapirgli il figlio e di uccidergli la moglie, facendo venire allo scoperto tutto il castello di carte che aveva costruito e pertanto si passa al lieto fine con la piena riabilitazione di Derek e tutti vissero felici e contenti: ma rimane l’amaro in bocca di una grande ingiustizia subìta.

Ecco, questo è il film che farei vedere agli scettici perché vale molto più di cento sermoni. 

Chicca finale: ovviamente il film non è amato dalla critica.

Carlo Zijno

Chi è più stupido? Le donne, gli uomini o… qualcun altro?

Da sempre non faccio altro che ripetere che la Questione Maschile non è una questione di potere o di “emancipazione” bensì di cultura, di significati, di linguaggi.

Esiste un algoritmo perverso per cui la mentalità corrente produce essa stessa i presupposti per la creazione di ulteriori prese di posizione, ulteriori “verità”, spesso appoggiate a ricerche e studi che –  invece di essere presi per quelli che sono – vengono invece interpretati, ammantando di scientificità il luogo comune, spesso a sprezzo del ridicolo.

A questo proposito voglio concentrarmi su due notizie, una recente ed una un po’ vecchiotta.

Recente. I media hanno diffuso uno studio fresco di stampa secondo il quale il funzionamento “in multitasking” del cervello è sinonimo di minore capacità di risolvere problemi:  in pratica… di minore intelligenza. 

Se però andiamo a vedere cosa è successo in passato, scopriamo che di questa storia del multitasking cerebrale  se ne parlava già dal 2007,  ma come fenomeno tipicamente femminile:  ed era stato infatti interpretato come elemento che dimostrava senza dubbio… l’inferiorità del cervello maschile, miseramente “monotasking”. 

Insomma sulla prima ricerca, quella del 2007,  si era innestata una robusta dose di paradigma di genere che però viene posto in clamoroso ridicolo con il successivo studio  perché – a questo punto –  a voler prendere per buoni entrambi i risultati in combinato disposto, cosa che volendo potrei anche fare,  dovremmo dedurne che le donne… sarebbero mentalmente inferiori agli uomini!

Ed invece io dico no!!  Io non credo affatto che le donne siano più “stupide” degli uomini, casomai ad essere stupida è questa ricerca, che ci dimostra l’esistenza dell’acqua calda: ossia che a concentrarsi su un problema alla volta, su una situazione alla volta, si è più performanti che a distribuire l’energia su più fronti,  cosa che già sapevamo dalle scuole elementari. 

Con questi presupposti, non crediamo che sarebbe ora di smettere di “piegare” gli studi scientifici ai paradigmi di genere?

Naturalmente non accadrà,  perché tutto si può distruggere tranne questo tipo di pregiudizio: ci si è affrettati, infatti, a specificare che il multitasking del cervello femminile altro non è che un condizionamento culturale, indotto dal fatto che le donne devono fare tutto, etc. e quindi si è ripiegati dalla superiorità “strutturale” della versione 2007  alla solita forma di superiorità “morale” buona per tutte le stagioni. 

Il paradigma di genere è la cosa più indistruttibile che esista, è più resistente del titanio o del granito.

Notizia vecchiotta. Guardate quest’altro esempio. Ma guardatelo badando bene al linguaggio utilizzato.  Sintetizzando i risultati per chi non vuole andare a leggersi il link:  mentre gli uomini sarebbero in grado di “trovare l’orientamento” più facilmente, le donne sarebbero invece più brave a ricordare una strada già percorsa.

Naturalmente l’articolista ne fa una questione di superiorità femminile  senza il minimo sospetto di rendersi ridicolo;  infatti non si capisce perché ricordare una strada a memoria sia meglio che saperla trovare, anzi:  una volta, per quelli che sapevano solo percorrere strade a memoria esisteva l’espressione “fare la strada del somaro”,  perché di atteggiamento da somaro effettivamente  trattasi.

Quindi io, da questo studio, potrei benissimo argomentare un elemento di superiorità maschile: cosa però che non  voglio fare e non farò,   e non soltanto per il mio rifiuto “ideologico” dei paradigmi di genere, ma per un motivo quanto mai banale: ossia che, per muoversi correttamente nel territorio servono entrambe le funzioni,  quella di saper trovare le strade e quella di saperle ricordare, e questo lo capisce anche un bambino (ma non il giornalista in questione).

Non fidatevi degli studi scientifici, o fatelo soltanto dopo averli letti di persona, traendone VOI le VOSTRE conclusioni.

E ricordate:  gli uomini non sono più stupidi delle donne, le donne non sono più stupide degli uomini, ma i giornalisti sono più stupidi di entrambi.

25 novembre 2009, la violenza dei media

Come preannunciavo nell’ultimo post, è passato il 25 novembre e ne abbiamo viste delle belle.  Potrei tediarvi con i soliti dati iperbolici la cui falsità è già stata ampiamente dimostrata in questa ed in altre sedi (vedi categoria “violenza di genere”),  potrei minuziosamente enumerare la caterva di ore di trasmissione basate semplicemente sulla facile criminalizzazione tout court del maschio, ma piuttosto vorrei raccontare, tanto per far capire a tutti quale cappa ideologica ci portiamo addosso, un fatto televisivo accaduto parecchi giorni orsono e che mi ero appuntato proprio per farne un post. 

 Nel pomeriggio del 6 novembre scorso,  complice  l’influenza che mi affliggeva, me ne stavo sfrittellato sul divano a fare zapping quando sono incappato, verso le 17, in un programma intitolato “pomeriggio sul 5″, condotto da barbara d’urso, e in cui decido di fermarmi perché si parla proprio di violenza di genere.
 
Viene mandato in onda il solito servizio giornalistico ultra propagandistico ed ultra criminalizzante, in cui si ritira fuori per l’ennesima volta  la favoletta delle 14 milioni di donne che in Italia avrebbero subìto violenza e, subito dopo,   vengono presentati gi ospiti per il dibattito: tra cui Vittorio Sgarbi, la Santanché ed una simpatica signora ultranovantenne esponente storica del movimento femminile in Italia, oltre ad un altro paio di signore il cui nome non ricordo (e voglio continuare ad ignorare).
 
Pausa pubblicitaria, dopo la quale prende le mosse un qualche dibattito della serie “castriamoli tutti“, ad opera principalmente della Santanché,  finché Vittorio – che fino a qule momento era stato zitto -  prende la parola per dire:  “ma castriano de che? se uno è uno stupratore, un violento, ha poco senso castrarlo dopo il fatto. Andrebbe castrato in teoria prima, ma siccome prima non ha commesso i fatto, né si può presumere che stia per commetterlo, allora che facciamo? precauzionalmente castriamo tutti gli uomini? E’ questo a cui si vuole arrivare?
 
La sala reagiva pesantemente, accusandolo di non voler tenere conto degli incredibili dati sulla violenza degli uomini sulle donne. A quel punto Vittorio replicava, dicendo chiaramente (anzi urlando): ma dove stanno questi famosi quattordici milioni? Ma chi li ha mai visti? Alzi la mano, tra le donne in sala, chi ha avuto violenza, di qualsiasi tipo,  da un uomo.
 
Della pletora di donne presenti, solo una alzava la mano.

A quel punto Vittorio si rivolgeva direttamente alla D’Urso: ma lo vedi perché le tue trasmissioni non funzionano? Perché sono trasmissioni a tesi preconfezionate…
 
Anche la ultranovantenne interveniva, per dire che “spesso le donne scambiano per violenza ciò che invece vorrebbe essere un atto d’amore, mal espresso e mal gestito”.
 
La D’Urso, persa la testa,   si permetteva  allora di mancare di rispetto alla ultranovantenne trattandola da povera arteriosclerotica, mentre diceva a Vittorio che “allora la prossima trasmissione ti porto cinquanta donne che hanno subìto violenza“.
 
Vittorio replicava ancora cheportare cinquanta vittime della mafia non corrisponde a dimostrare che tutti gli italiani sono mafiosi” e la sfidava a proseguire il dibattito.
 
SubIto dopo la D’Urso chiamava la pubblicità, malgrado che l’ultimo inserto pubblicitario fosse andato in onda due minuti prima (e intendo dire proprio due minuti, ossia centoventi secondi).
 
Sempre più intrigato dalla piega che sta prendendo il dibattito, decido di fermarmi ad oltranza, ma… dopo la pausa pubblicitaria,  sorpresa!! Non c’è più Vittorio e non c’è più il parterre di prima, sono stati semplicemente liquidati, al loro posto c’è un servizio qualsiasi su altro argomento: si volta pagina.
 
Ora, sinceramente parlando non ho mai avuto chissà quale simpatia per Vittorio Sgarbi e le sue sparate,  ciononostante  ho la matematica certezza che sia stato censurato per aver espresso opinioni politicamente scorrette affini alle nostre.

In un simile destino è incappato anche il nostro Armando Ermini partecipando ad una trasmissione televisiva su Odeon TV dove, tra l’altro, era stato invitato proprio perché “voce alternativa”.

E chissà quante volte sarà accaduto (e starà accadendo, e accadrà) nel mare magnum dei palinsesti nazionali.

Questa, cari lettori, si chiama  repressione,  ed è una cosa che va  contro l’articolo 21 della costituzione.

Più che giornata contro la violenza, bisognerebbe chiamarla giornata della violenza, questa è la verità…

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