Parigi, Francia, 2010, paradiso del maschilismo. Della serie: il paradigma di genere non conosce frontiere.

Parigi, Francia, febbraio 2010.  

Leggo la stampa, vedo le televisioni.  Si tratta di pochi giorni di permanenza, almeno pochi giorni se pensiamo a quanto ci vorrebbe per conoscere un popolo ed una città, ma pochi giorni durante i quali  – paradossalmente – proprio perché mi trovo in una realtà a me completamente  estranea e per un periodo limitato,  alcune poche cose che noto non possono che stamparsi con fedeltà fotografica nella mia mente. 

Il dibattito della stampa è completamente monopolizzato  dal recente provvedimento del divieto di burka. Non è possibile accendere una televisione o aprire un giornale senza poter leggere del solito pistolotto riguardo il terribile “vulnus” inferto alla libertà della donna.   Quanto sono libere, le donne francesi? Poco, pochissimo, è la risposta.   Ed il problema sono gli uomini che non mollano, come ci dimostra questo provvedimento voluto da “Le petit Sarkò”, come viene chiamato abitualmente, che non a caso è un uomo e per giunta maschilista, in quanto di destra ed in quanto ha lasciato sua moglie che lo aveva aiutato tanto,  anzi, che era un elemento fondamentale della sua ascesa (tutto merito suo se sarkò è Presidente) per sposare quel bel soprammobile di Carlà.  Con la quale, sembra, non ci va nemmeno d’accordo.  Che maschilista.

Ed infatti non a caso adesso pretenderebbe di calpestare ulteriormente la dignità della donna impedendole nientepopodimeno che di esprimere i priori sentimenti religiosi e la sua identità.

Insomma, scendendo da Marte  come il sottoscritto, sembrerebbe questo il problema della Francia moderna. 

Tale punto di vista è confortato da una intervista alla ministra  Simone Veil, la quale  ci ricorda autorevolmente che il cammino delle donne è ancora lungo. La solerte intervistatrice, autorevolmente,  le chiede se per fare l’autorevole ministra abbia dovuto chiedere il permesso a suo marito. La ministra ci conforta rispondendo che no, l’ha solo avvertito (e vorrei vedere, aggiungo io).  L’autorevole intervistatrice tira un sospiro di sollievo, noi pure.  Ma c’è ancora molto da fare. La Francia è il paradiso dei maschilisti.

Giro per le strade, parlo con la gente, alla ricerca di tutte queste donne che chiedono il permesso ai mariti per fare la loro vita. 

I negozi alla moda sono pieni di signore che spendono e spandono, le orgogliose Marianne locali non mi risulta che girino accompagnate dai loro occhiuti compagni nello svolgimento di questa primaria funzione. I mezzi di trasporto sono pieni di donne che raggiungono i loro uffici di qualsiasi ordine e grado,  uffici delle quali sono strapieni,  svolgendo autorevolmente le loro funzioni.

Colto da improvvisa ispirazione, vado in Banlieu, dove sembra che il provvedimento governativo abbia destato scandalo e stracciamento di vesti a non finire, con roboanti proclami di rivolta.    

Nella folla multicolore e multietnica non si vede un burka, ma nemmeno uno chador, ma nemmeno un veletto piccolo piccolo, anzi: le marianne locali hanno esattamente lo stesso aspetto, (oggi diremmo: look), le stesse movenze, gli stessi discorsi delle loro “colleghe” dei quartieri bene, salvo gli elementi legati strettamente ai tratti somatici o al colore della pelle da cui si intuisce un qualche ascendente straniero.  Ma per il resto, tali e quali.

Al mio ritorno su Marte, ecco le conclusioni del mio rapporto dalla terra: cari amici marziani,  i terrestri soffrono di schizofrenia conclamata, specialmente i terrestri della variante francese. Probabilmente quasi quanto quelli della variante italiana.

C.Z.

quote rosa in pornografia, ossia come rendersi ridicoli oltre il limite dell’umano. Tinto Brass è avvertito…

E’ di questi giorni che lo Svenska Filminstitutet ha sborsato l’equivalente di 69.000 dollari per finanziare un ciclo di 12 film  pornografici  a firma Mia Engberg.

Tali film,  etichettati come “porno – femministi”  sono girati rigorosamente con telefono cellulare (però, costosetti ’sti cellulari svedesi) e documentano  una serie di donne che si auto – riprendono nell’atto di masturbarsi. Nelle intenzioni dei finanziatori e della realizzatrice dovrebbero costituire una alternativa al “porno tradizionale”.

Quale sia la differenza con il porno tradizionale non è dato di saperlo, perché comunque la rete è strapiena di “pornografia tradizionale” in cui  donne di ogni ordine e grado si manipolano allegramente: allora, dov’è la differenza?

Tale domanda, ad esempio,  se la pone autorevolmente anche Beatrice Fredriksson, la quale afferma sul suo celebre blog antifemminista  che  “Sostenere che le ragazze che hanno sesso con ragazze e guardare donne masturbarsi è in qualche modo una buona alternativa al porno mainstream è un concetto del tutto estraneo a me, e a molte altre donne”. Conclude poi l’affondo, con disinibizione scandinava e linguaggio politicamente scorretto che vogliamo riportare: “A mio parere, uno dei motivi principali della mancanza di attrattiva per le donne è invece proprio che il mercato ‘regolare’ dei film porno spesso presenta una grande quantità di sesso tra donne.”

Probabilmente la chiave del mistero sta nel fatto, semplicemente,  che la “regista” è donna ed ha autonomamente definito essa stessa che il suo tipo di pornografia (anche se fotocopia di quella tradizionale) è politicamente corretta.

In questo ritorna il vecchio, trito e ritrito tema (ma non se ne parla mai abbastanza) del diritto – che le donne hanno e gli uomini non hanno – di autonarrarsi ed autodefinirsi senza possibilità di replica: allo stesso modo in cui Beatrice Fredriksson può permettersi di dire quello che dice,  e che non direbbe se fosse un uomo.

Ma in questa faccenda ritorna anche, secondo me, un altro tema importante,  ossia quello della cecità -  anche di fronte al ridicolo più marchiano – che affligge questa nostra società quando si parla di questioni di genere, cecità che non è certo prerogativa esclusiva del popolo svedese.

Statene certi infatti che da qui a poco si parlerà di questa idiozia anche in terre italiota, e vedrete se non ci sarà qualche propostina del genere in salsa all’amatriciana da parte di una certa “cultura” che già da tempo lancia i suoi strali contro “l’uso del corpo della donna” da parte della cinematografia porno/erotica,  quasi come se i vari  Tinto Brass  & company puntassero la pistola alla tempia delle avvenenti ragazze – pronte allo smutandamento totale pur di “sfondare” – che fanno la coda davanti ai loro uffici.

Staremo a vedere. Per il momento, zio Tinto si ritenga avvertito…

Carlo Zijno

Crying girl

E’ stato pubblicato in Giappone – ma presto anche in Italia  – un DVD dal titolo “Crying girl”, letteralmente “ragazza che piange”: una raccolta per l’appunto di ragazze in lacrime che raccontano disperate le loro tragiche storie.

Il DVD sta andando a ruba, e su questo fenomeno si sta costruendo alacremente un robusto pregiudizio antimaschile:  lo si sta facendo in maniera così smaccata da essere incredibile che nessuno, all’ordine dei giornalisti  protesti di una virgola per l’anti – professionalità con cui ciò sta avvenendo.

L’esempio più clamoroso è quello di un articolo a firma Katia Riccardi, su “Repubblica”.

In questo articolo la Riccardi dopo aver esposto di cosa trattasi, ci riferisce che la grande maggioranza degli acquirenti sono uomini.  E qui c’è la prima affermazione sospetta, perché in genere le case produttrici non hanno alcuna contezza del sesso degli acquirenti dei loro prodotti, al massimo possono avere delle idee presuntive istillate dai soliti guru del marketing, ma nessuna certezza: un caso diverso potrebbe essere quello dei negozianti o dei distributori,  ma ci addentriamo comunque in un mondo di stime inferenziali, non di rilevazioni.

Un dato del genere potrebbe essere inoltre ricavato dai dati delle carte di credito, ma sarebbe comunque una rilevazione imperfetta perché è notorio che non necessariamente i dati riportati sulla carta di credito sono corrispondenti a quelli di colui che materialmente opera l’acquisto: e senza contare che difficilmente si potrebbe fare una rilevazione del genere, perché da quelle parti  le normative sulla privacy  sono di gran lunga più pervasive che da noi.  Ciononostante, si parte dal partito preso (sottolineo: partito preso) che gli acquirenti debbano essere in stragrande maggioranza uomini.

Ma andiamo avanti.

La Riccardi ci riferisce poi che su un forum dedicato al film ALCUNI uomini dichiarano che vedere tale film aumenta la loro autostima, mentre sempre su un forum (lo stesso? Un altro? La Riccardi non ce lo dice) ALCUNI uomini dichiarano che ciò è legato alla loro “capacità di conquista”, seriamente compromessa, e che le lacrime femminili li aiutino a superare questa impasse.

Da tutto ciò la Riccardi ne deduce che il film è finalizzato alla ripresa dell’autostima maschile in funzione della “conquista”.  Insomma, traducendo in italiano corrente,  gli uomini si sentono più forti quando assistono alle disgrazie femminili (cito testualmente: La forza del maschio aumenta di fronte alle lacrime delle femmine).  La Riccardi non ci usa nemmeno la cortesia (che poi sarebbe deontologia professionale) di usare un condizionale (chissà se lo conosce).

Per dimostrare quanto sia incredibilmente viziato il ragionamento,  immaginiamo se io dicessi che:

  1. “risulta” (ma dove? Come? Perché? Non lo dico) che i maggiori consumatori di ciambelle al miele siano uomini;
  2. che alcuni di loro in un forum  dedicato – che ne so – alla pasticceria abbiano dichiarato che aumenta la loro serenità nell’iniziare la giornata;
  3. che alcuni di loro in un forum (lo stesso? Un altro?) abbiano dichiarato che iniziare serenamente la giornata li aiuti a lavorare meglio;
  4. che da tutto ciò se ne deduce che gli uomini siano “per elezione”, per loro “natura” consumatori di ciambelle al miele in quanto  gli sono indispensabili ai fini della produttività sul lavoro. No ciambella, no lavoro.

Qualsiasi persona che abbia studiato o praticato un po’ di marketing  si sganascerebbe dalle risate a leggere una roba del genere;  così come qualsiasi capo redattore tirerebbe dietro un siffatto articolo al malcapitato collaboratore che avesse osato mettere nero su bianco tali corbellerie.   Ma trattandosi di questioni al maschile, ciò non succede affatto: anzi,  il concetto viene rilanciato di testata in testata, di blog in blog, fino a diventare articolo di fede.

E, si badi bene,  tirando in ballo le ciambelle al miele ho fatto l’esempio più banale che mi potesse passare per la testa, ma proviamo a sostituire, nel testo della Riccardi, la parola “uomini” con la parola “negri” o “ebrei” (esercizio che ogni tanto ho fatto): ne vene fuori qualcosa di assolutamente atroce.

Perché questo articolo è atroce.

La Riccardi, infine,  tanto per aumentare l’inquietudine del pubblico  (non guasta mai, quando ci sono di mezzo le malefatte maschili), conclude l’articolo mettendoci in guardia per l’imminente uscita del film in Italia (“non è prevedibile cosa potrà accadere da noi”,  cito ancora testualmente).

Si tranquillizzi, signora Riccardi, tanto sappiamo benissimo cosa succederà: semplicemente, l’ennesima ondata di criminalizzazione antimaschile.  Nulla di nuovo.  

Colgo infine l’occasione per esprimere la mia solidarietà alle ragazze in questione: solidarietà non solo per le loro disgrazie, ma anche per la speculazione commerciale e per la volgare manipolazione ideologica di cui sono oggetto.

Carlo Zijno

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