Tiger Woods, Elin Nordegren, nessuno al disopra degli altri

Una volta tanto invece di parlare di statistiche ed inchieste voglio darmi al gossip;  nello specifico a quel noto caso di cronaca d’oltreoceano che sta appassionando la stampa specializzata (e non) di tutto il mondo: l’”affaire” Tiger Woods versus Elin Nordegren.

Cos’è successo, tra i due, in soldoni? Tiger, multimilionario supercampione di golf pare che abbia ripetutamente e sistematicamente tradito sua moglie. La quale, ovviamente, se ne è risentita: spaccandogli la faccia con una mazza da golf (per chi non lo sapesse, le mazze da golf hanno un’anima di acciaio e quindi un gesto del genere potrebbe anche essere qualificato come tentato omicidio), poi sputtanandolo davanti a tutto il mondo fino a provocare la fuga degli sponsor, infine facendosi dare  un risarcimento di trecento milioni di dollari (in pratica la sua intera sostanza),  risarcimento che lo ha lasciato letteralmente in bolletta (infatti sembra che il campione dovrà giocoforza ripensare il suo annunciato ritiro).

Dulcis in fundo, non ancora soddisfatta di tutto ciò,  ha ottenuto che Tiger non vedesse i suoi figli per Natale (e chissà per quanto) accampando una non dimostrata instabilità mentale del campione (non dimostrata se non che dalle parole di Elin).

Questi sono i fatti, nudi e crudi.  Provate ora a sostituire il nome di Tiger Wood con il nome di un qualsiasi Padre separato,  adeguate le cifre in ballo, e vedrete che il racconto fila perfettamente. Certamente, non credo che Tiger finirà alla mensa della caritas, come il metalmeccanico della porta accanto, ma il meccanismo che ha subìto è stato il medesimo, sia come logica, sia come radicalità,  sia come inesorabilità ed immediatezza di applicazione.

C’è un insegnamento da trarre in tutto ciò: nessuno è al disopra dei meccanismi fondamentali che animano i rapporti tra i sessi in questa fase storica. Non esistono uomini di serie A, che la scampano e se la ridono, e uomini di serie B che invece subiscono.

Nessuno pensi di esserne fuori, perché ne siamo tutti dentro. 

Ricordatevelo, la prossima volta che vi scoprite a pensare “a me non accadrà mai”.

Io vi risponderei: “a te  invece è già accaduto, soltanto che non lo sai”.

Impariamo dalle donne, ogni tanto

In questo finale d’anno giornalisti, opinionisti e santoni vari “scaldano i muscoli”  per fare il bilancio dell’anno che se ne sta per andare e cercare di capire cosa accadrà in quello a venire.

Non ci sono ancora dati certi perché arriveranno in primavera, eppure la tentazione di dire “secondo me è andata così” è troppo forte per tutti, specialmente per quanto riguarda il “secondo me”.

Voglio anch’io entrare in gioco, e sparo quindi il mio personale punto di vista.

Dai dati che sembrano profilarsi (ma ne riparliamo, come si diceva, in primavera)  parrebbe che le morti bianche (ma si dovrebbe parlare di morti azzurre) siano leggermente aumentate.

L’aspettativa di vita tra uomini e donne si è ancora divaricata a vantaggio di queste ultime (ci sarà di mezzo l’aumento delle morti azzurre?).

L’affido condiviso,  di cui si diceva che durante l’anno in corso si sarebbe raggiunta l’applicazione “a regime”, è ancora lontano dal dispiegare i suoi effetti.

Le code alla mensa della caritas si sono allungate con ulteriori “new entries”  rigorosamente composte da Padri separati o comunque individui di sesso maschile (ma non eravamo quelli che guadagnano di più?).

I pochi centri per la prevenzione dei tumori maschili non hanno ricevuto una lira.

I centri per le problematiche  cardiovascolari (che mietono molte più vittime tra i maschi che tra le femmine) ricevono molti più soldi se fanno azioni preventive su pazienti donne.

Le poche iniziative sul territorio per uomini e per Padri sono rigorosamente autofinanziate,  perlopiù dalle assoziazioni di Padri separati.

Vogliamo continuare?

Le norme sullo stalking  vengono applicate rigorosamente solo se la presunta vittima è una donna, specialmente se in corso di separazione o divorzio e sempre per chiedere l’allontanamento dei figli dal Padre (e qui torniamo a bomba alla favoletta dell’affido condiviso), benché queste accuse siano per più del 90% strumentali per ammissione degli stessi giudici (dai un’occhiata qui ed anche  qui), con impunità totale per le false accusatrici.

La maggioranza dei nuovi assunti sia nel pubblico che nel privato sono costituiti da donne eppure  si continua a parlare di amenità come le quote rosa, con tutta la stampa che si esalta  perché in non so quale comune su otto nuovi assunti sette sono donne.

Eccetera.

Su tutto questo ci ragioneremo con calma, probabilmente in primavera, quando si saranno concretizzati i dati definitivi dell’anno, ma sembrerebbe proprio  che la qualità della vita maschile nel 2009 abbia subìto un ulteriore pesante arretramento.

Di tutto ciò  per il momento in questa sede mi preme  sottolineare soltanto un aspetto:  a livello di opinione pubblica non ve ne è  alcuna consapevolezza, alcuna sensibilità.   Di questi fenomeni non se ne accorge nessuno, esiste una pervicace cecità di fronte all’evidenza che tante volte, nelle nostre sedi, abbiamo denunciato.

Questo accade perché quando si lascia ad altri il compito di definire la nostra natura ed i nostri bisogni,  la naturale conseguenza è che si prende quello che passa il convento, e di solito il convento passa quello che interessa a lui e non quello che interessa noi.

Quando, in altri termini, si affida a terzi la propria identità,  la narrazione di se stessi, da questi terzi si finisce col dipendere.

Questo concetto sembra proprio che non ci sia ancora chiaro:   evidentemente, fallacemente,  seguitiamo a crederci al disopra di certe dinamiche.

Recita il “manifesto femminista” di Carla Lonzi (anno 1970), proprio al primo paragrafo:

“La donna non va definita in rapporto all’uomo. Su questa coscienza si fondano tanto la nostra lotta quanto la nostra libertà. L’uomo non è il modello a cui adeguare il processo di scoperta di sè da parte della donna. La donna è l’altro rispetto all’uomo. L’uomo è l’altro rispetto alla donna.”

Capito, gente?  Ciò che qualcuno aveva ben chiaro nel lontano 1970 (anno in cui il sottoscritto andava alla prima elementare),  noi non lo abbiamo ancora acquisito nell’anno domini 2010, ossia quaranta primavere dopo.

Impariamo dalle donne, ogni tanto.

Statemi bene e tanti auguri di buon anno nuovo.

Aria cristallina, pensieri plumbei

Domenica mattina a Roma  c’era un’aria cristallina,  freschissima,  ben detersa  da una  tramontana che durava da giorni,  mentre  io mi accingevo ad un’altra giornata  di lavoro sulla piattaforma. 

Laggiù,  infatti, complice internet che scavalca i chilometri,  c’era qualcuno che stava lavorando gratis – e di week end – per risolvere una questione fondamentale  e io non potevo essere da meno. E comunque le cose da fare c’erano, indipendentemente da chi stava lavorando e perché.  Meno male che siamo alla fine…

Con la bella mattinata che si profilava era però oggettivamente assurdo non uscire affatto,  fosse anche per fare soltanto due passi. 

A casa sono tutti raffreddati, decido di uscire da solo. Una mezz’ora, per prendere un caffè in piazza e magari fare un giro nel verde.

Parco della Vittoria,  il punto più alto di Monte Mario,  due passi da casa mia, quella mattina doveva essere bellissimo.

Ma qualcosa mi trattiene.

Un uomo  di mezza età, che vaga solitario in un parco frequentato da bambini, famigliole, ed arcadiche coppiette.  Non sembrerà strano?  Non sembrerà inquietante?

Mi rispondo da solo. Ma no, cosa vai pensando. Ci porti a scuola tuo figlio tutti i giorni, ti conoscono tutti.

Mi contro – rispondo, mettendomi nei panni dell’ipotetico osservatore  terzo. Già, ci porta il figlio tutti i giorni. E perché oggi è solo?  Cosa ci sta a fare? Che diavolo vuole?  

Forse che si, forse che no.  Se po’ fa, nun se po’ fa’. Il dialogo interiore continua per alcuni minuti.

Alla fine,  accendo il computer e mi metto a lavorare.

Anche questa è Questione Maschile.

Buon Natale a tutti.

cosa resterà?

Di solito preparo il mio post settimanale nella giornata di domenica, anche se poi spesso lo metto in linea di lunedì dopo una breve rilettura a mente fresca.

Questa settimana non è andata così.

C’erano troppe cose da fare sulla piattaforma: caricare una serie di contenuti, rivedere alcuni aspetti della homepage, riconfigurare i permalink. E tutto questo sul vecchio template, mentre intanto c’erano da mandare  avanti anche  i lavori per quello nuovo.

Si, no;  troppo chiaro, passiamo da un estremo all’altro;  si, no, il logo così non va bene, più a destra, no, più a sinistra;  questo mi piace e questo non mi  piace; questo si può fare, questo non si può fare…

Intanto  cercavo di aprire il nuovo nuovo blog già  in programma da tempo, mentre sul forum si discuteva di aprirne un’altro ancora…

E tutto questo tra email, telefonate, discussioni, ricerche su internet, lavoro di programmazione e configurazione vera e propria (e per fortuna che non sono un tecnico).

Insomma, quando ho alzato la testa dal computer avevo fatto le canoniche otto ore della classica giornata lavorativa, e di mettermi a scrivere non me lo sognavo minimamente.

Tempo dedicato alla famiglia pochissimo, tempo per riposarmi o svagarmi zero.

Sono questi i frangenti in cui mi chiedo: cosa resterà di tutto questo?

Cosa ne sarà, ad esempio, tra dieci anni?

La domanda è legittima, perché se ripenso a quello che facevo o dicevo dieci anni fa, devo ammettere che oggi ne rimane poco o nulla: se non che nella forma di lontane conseguenze sul piano personale, ma nulla di realmente concreto.

Cosa resterà di tutto ciò tra dieci anni?

E’ un timore e  un tremore che ogni tanto avverto e che ho voluto condividere.

Andiamo avanti senza pensarci troppo, che è meglio.

Una incredibile verità, dall’anno 1972

Seguo abbastanza sistematicamente il canale “rai storia”,  che gradisco per tanti ricordi ma soprattutto per la mia nota curiosità antropologica corca l’evoluzione della nostra società.  

Alcuni giorni fa stavo vedendo una inchiesta del 1972 di Liliana Cavani  riguardante i figli unici, fenomeno che giusto in quegli anni iniziava ad avere rilevanza di massa.

Ad un certo punto, dopo una serie di interviste, veniva ascoltato il parere di uno psicologo dell’età evolutiva.

Il quale, dopo aver svolto una serie di considerazioni che con il metro moderno giudicheremmo banali, cose agli atti da tempo (ma in quel momento si trattava di novità, lo ripetiamo) sul figlio unico come centro dell’attenzione della famiglia e relative conseguenze, aggiungeva qualcosa che alle mie orecchie aveva dell’incredibile.

Ossia che la problematica del figlio unico non era di per sé particolarmente rilevante,  ma diventava devastante se accoppiata ad un altro fenomeno dell’era moderna, ossia l’indebolimento del ruolo paterno in famiglia: intendendosi per tale la classica funzione di accompagnare la prole fuori dal nido, introducendola al mondo con le sue regole e guidandola a prendere atto delle sue realtà  per gestirle, ultimando il passaggio da ragazzo ad uomo.

Indebolimento che ad avviso del professore era una conseguenza dell’evoluzione sociale dell’ultimo mezzo secolo, con  l’industrialismo che aveva spezzato la trasmissione del sapere fattivo tra Padri e figli, con l’ulteriore aggravante del nascente consumismo che stava spezzando anche la trasmissione di certi valori e complici infine le guerre e l’avventura fascista, che non ultime avevano contribuito a bollare una certa generazione e ad estraniarla dalla vita familiare.  

Non ho fatto in tempo ad annotare il nome di siffatto genio, di questa aquila che con vent’anni di anticipo su Claudio Risè aveva capito tutto quello che c’era da capire su dove stesse andando il ruolo paterno, ma  se qualcuno avesse idea di chi può essere,  è pregato di farmelo sapere.

Tutto questo nell’anno 1972; se me lo avessero raccontato, non ci avrei creduto.